

"Chissà cosa mettono all’asta quando una puttana fallisce?"
Prossima allo zero.
Mi hai detto che devo arrivarci per avere la mia palingesi.
Per la prima volta sono come Etra quando striscia fuori dal suo locale: maleodorante di alcol e piena di rabbia stantia.
Ho una libreria nuova e una tenda stesa sul pavimento del salotto: provo la lunghezza del telo.
Poi mi arriva un messaggio di L. che mi dice che ieri sera è stato fantastico stare nuovamente vicino al suo uomo. Mi chiede come sto. Rispondo. Non risponde più.
Sai, non so se esiste veramente la rinascita per persone come me. Per rinascere c’è bisogno di una gestazione, di un travaglio e di una madre che mi faccia diventare Altro da lei. Non sapendo autogenerami, sono orfana di me stessa. Gestazione-travaglio-gestazione e poi ancora travaglio. Giro in tondo.
Ho aperto un file prima, uno che racchiude una quarantina di foto: capri 2004.-
Ho realizzato che mai nella vita mi sono sentita così in basso, ora intendo, non allora.-
Ora mendico. Mi accontento. Violento me stessa. Penso di essere in una fase autolesionistica, una di quelle che tu odi tanto. Stratifico, sovresponendomi a carichi che non mi sono mai appartenuti. Permetto agli altri anche di non darmi il valore che merito. Mi metto lì, a braccia aperte, e incito il nemico a colpire più duro e non perché senta di avere la forza di reggere il prossimo colpo, ma solo perché spero che il prossimo colpo sia più forte di quello di prima e che finalmente mi abbatta. Manca poco, sai.
Sono come quelle larve (non ricordo che insetti siano) che diventano nutrimento per altre creature della loro stessa specie solo un po’ più in là nella fase evolutiva: lascio che mi succhino viva. Vedo già spuntare nuove rughe intorno agli occhi. Mi stanno prosciugando da dentro. Mi sto raggrinzendo. Resterà solo l’involucro. Chissà che a quel punto arrivi ad afflosciarmi a terra. Che tocchi il mio grado zero.
Per il momento mi dimeno ancora. Non sto ferma seduta sulle sedie, agito il piede. Non dormo la notte. Non sogno. Fumo quantità sconsiderate di sigarette mentre cerco alternative omeopatiche a piccoli malori di stagione. Preparo almeno tre valige alla settimana, non so mai se dormirò a casa o fuori. Le preparo come fossero testamenti perché ogni settimana vivo almeno tre addii. Come se fossi in una spirale di follia. Per dimenticare me stessa, per camminare sui tacchi, per dormire in una casa che trovo allucinante sotto gli occhi di un uomo che ogni volta mi lascia andare noncurante delle attese e delle prospettive. Perché non ne ha, perché non ne voglio. Però intanto faccio la valigia e lascio e poi torno.
E mentre guido è il momento più duro perché penso al silenzio. La strada mi fa quest’effetto. Talvolta mi ritrovo in luoghi dove non dovevo andare, come un presagio di non senso. Penso in quale punto della nostra storia l’ho lasciato andare via, in quale punto l’ho perso, Lui. Come ho fatto a non accorgermi che stavo fallendo. In quale punto ho scelto che non potevamo più scegliere. In quale punto gli ho permesso di non riconoscermi più al suo fianco ma dietro come un’ombra. In quale punto ho smesso di ascoltare.
Così ho deciso di non ascoltare più, di non scegliere, di mettermi dietro come un ombra, di andare e tornare senza orgoglio, di non portare rispetto e di non portarmene. Ho deciso di combattere contro i mulini a vento perdendo altro tempo prezioso, altra vita. Svuotandomi pietosamente. Vendicandomi. Affrettandomi. Supplicando. Per poi arrestarmi. Per poi ripartire. Per poi ferire. Farmi ferire. Straziare il tempo che mi resta, e le vesti.
Rimanere indifesa sotto agli occhi dell’indifferenza. Mi guardo da fuori e non Gli appartengo più. Non appartengo più all’orrore dell’appartenere. Però cerco catene.
Mi dico…solo questo solo questo…annullo pensando il pensiero che ora è vuoto. Stratifico. Tappo le falle in modo che la coscienza di me non spurghi.
Non mi faccio vivere.
Da quanto tempo non dico più Ti amo.-

Alejandra Escobar - Guatemala City - Foto Hans Neleman
Pour faire le portrait d'un oiseau.
Prendre d'abord une cage, avec une porte ouverte. Prendre ensuite quelque chose de joli, quelque chose de simple,quelque chose de beau, quelque chose d'utile pour l'oiseau.
Placer ensuite la toile contre un arbre,dans un jardin dans un bois ou dans une forêt. Se cacher derrière l'arbre sans rien dire sans bouger...
Parfois l'oiseau arrive vite, mais il peut aussi mettre de longues années avant de se décider. Ne pas se décourager : attendre, attendre s'il le faut pendant des années la vitesse ou la lenteur de l'arrivée de l'oiseau n'ayant aucun rapport avec la réussite du tableau.
Quand l'oiseau arrive,s'il arrive,observer le plus profond silence. Attendre que l'oiseau entre dans la cage et quand il est entré fermer doucement la porte avec le pinceau, puis effacer un à un tous les barreaux en ayant soin de ne toucher aucune des plumes de l'oiseau. Faire ensuite le portrait de l'arbre en choisissant la plus belle de ses branches.Pour l'oiseau peintre aussi le vert feuillage et la fraîcheur du vent, la poussière du soleil et le bruit des bêtes de l'herbe dans la chaleur de l'été et puis attendre que l'oiseau se décide à chanter.
Si l'oiseau ne chante pas, c'est mauvais signe, signe que le tableau est mauvais, mais s'il chante c'est bon signe, signe que vous pouvez signer! Alors vous arrachez tout doucement une des plumes de l'oiseau et vous écrivez votre nom dans un coin du tableau.
Jacques Prevert
18 giorni
Mohamed, così si chiama quella forza della natura di ragazzino che gira per il mio condominio.
Oggi mi ha chiesto di te.
“Quando torna il Sig. D.L.?”, ti ha chiamato con il mio cognome.
“Chi??” gli ho risposto. In verità è stato solo un fiotto di veleno che volevo sputare, peccato che abbia scelto lui come bersaglio. Ha corrugato la fronte e gli occhi gli si sono dilatati.
“il Signor D.L.….” ha ripetuto sorpreso ed incerto.-
“non si chiama così” secca, troppo secca.
“bè…quello che va in bici e arriva con l’audi”
“ E’ via.”
“Per lavoro?”
“Vive a Milano, non vive qui”
“Ah!” ha fatto una pausa dondolandosi sulle gambe e poi “ Ma torna?”
Avevo una cosa in mano, forse il mazzo di chiavi di casa che mi è caduto, ho abbassato lo sguardo e gli ho risposto “Non so”.-

Alle quattro del mattino per Clarice non è facile ricordare il colore dei ciliegi in fiore. Ai primi di marzo risulta proprio impossibile. Si confonde sempre tra il bianco e il rosa.
A casa di Clarice non mancano le travi.
Di notte poi riesce a parlare con Dio, seduta sul letto parla con Dio. Gli chiede se ci può pensare Lui, almeno questa volta, che ci pensi Lui, che trovi un modo elegante però. Lei non lo è, elegante intendo, mai stata e quindi vorrebbe almeno che in questo ci pensasse Lui, Lui l’essere supremo e trasparente che di notte le si siede affianco e le borbotta nel cervello che così non può farcela. Che ha perso, che doveva pensarci prima, che non ha i coglioni, che non ha colto le occasioni.
Questa notte poi ci si è seduto proprio sopra, le ha messo il culo in faccia e le ha fatto sentire che odore ha la merda di Dio. Allora Clarice ha cercato le pastiglie nel comodino ma non le ha trovate. Non le aveva, non le aveva mai avute. Nemmeno quelle.
Come quell’albero fiorito al di là della strada che ha voluto sbocciare anche se non era il momento, non ha capito che era in atto un bluff tutto intorno a lui. Ci ha creduto ed è sbocciato.
Fregato.
A ben vedere la scelta del grigio come colore di scrittura è di una classe debordante che poco si addice alle due sigarette fumate una dietro l'altra che ora mi intasano i polmoni e mi fanno sudare l'arco sopraciliare.
C’è da dire che se lo scegliessi come colore per il mio blog tutto si annacquerebbe, un po’ come il tuo rhum e, alla fine, delle parole, non resterebbe molto se non una congiuntivite ormonale tutta volta al masochismo auto lesionistico.
A pensarci potrebbe essere un modo elegante di andarsene di qua: un dégradée sublime che parte dal nero per arrivare all’assenza del grigio, tono su tono.
Potremmo metterci a quattro mani, come cani a quattro zampe, e affrontare uno studio epidemiologico prospettico sulla perdita di peso gravitazionale della scala colorometrica dell’anima del linguaggio quando quest’ultimo si slava a riempire spazi vuoti.
Che poi io con i colori ci so fare e se me ne dai solo uno da gestire allora siamo a cavallo.
A cavallo di un onda grigia che scende. Esperimento da farsi.
Per le vostre vacanze non affidatevi mai ad Alitalia.
In 6 giorni di ferie ne ho regalati 2 a loro.
Per non parlare del mio bagaglio miracolosamente ritrovato solo oggi.
ALITALIA: Always Late In Takeoff Always Late In Arrival
Una grande verità.

(Passage - Jenny Saville)
Il natale è una merda.
Non fidatevi mai di nessuno fatta eccezione per la mamma, il babbo e forse uno o due amici, se ci riuscite.
Per il resto questa è la regola: fidatevi solo di voi stessi.
Se volete darla via datela solo perché vi va ma non sperate nell’amore della vostra vita, non esiste.
Se volete scopare invece qualche figliola, fatelo ma siate chiari, assurdamente chiari e cinici, l’amore non c’entra: è solo un cazzo dentro ad una bella passera con qualche movimento di bacino per qualche minuto, nulla di più.
Si può credere che il natale abbia ancora qualche valenza solo se lo si può passere al fianco di un bimbo, altrimenti scrollatevi l’uccello, tirate la canna del cesso ed andate a dormire prima della mezzanotte.
Il fatto è che io un uccello da scrollare non ce l’ho e ho finito pure il tavor.

Oggi tutti i miei collaboratori si sono presentati in azienda così....
Avranno avvertito nel loro boss un qualche accenno di nervosismo?

http://www.carlopulcini.com/images/studenti/stronza.htm
In questo momento cara Regina di Sta Ciolla non so se ridere o prendere a pugni il video sperando che si trasformi nel tuo musetto da copiaincolla. Cristo Santo! Ok la frasetta copiata, la citazione ma questo è plagio bello e buono. Ora sono troppo stanca ed incazzata per risponderti ma Dio ti salvi dalla mia rabbia perché così incazzata, tu, mia bella Regina di Sta Ciolla, non mi ci hai mai letta. La mia vendetta sarà spietata, crudele e totale ed inizia da questa notte. Ti sei permessa di usare come tuoi racconti che non dovevi nemmeno sfiorare con lo sguardo. Tu piccala merda di internet hai usato il mio cuore, le mie parole, le mie emozioni (foto comprese) per imbrattare le tue paginette. Ma come ti sei permessa? Come ti permetti di indossare i miei panni? Come?
• L’angelo Vendicatore: non e' con le chiacchere che uscirai da questa merda
• ReginadiStaCiolla: Voglio solo ….quanto ci dispiace che le cose siano andate a puttane tra noi e la signora Etra, noi ci siamo messi in questo affare con le migliori intenzioni, davvero..
• L’angelo Vendicatore: (sparando al ragazzo sdraiato sul divano) oh, scusami, ho spezzato la tua concentrazione..non volevo farlo.. per favore, continua..dicevi qualcosa a proposito.. delle migliori intenzioni..
• L’angelo Vendicatore: ma che ti prende.. avevi finito?.. interessante, ma non mi hai convinto, sai?..Di' un po', Etra che aspetto ha?
• ReginadiStaCiolla: Cosa?
• L’angelo Vendicatore: (rivoltando il tavolo) da che paese vieni?
• ReginadiStaCiolla: cosa?
• L’angelo Vendicatore: cosa e' un paese che non ho mai sentito nominare.. li' parlano la mia lingua?..
• ReginadiStaCiolla: cosa?
• L’angelo Vendicatore: la mia lingua,figlia di puttana, tu la sai parlare?
• ReginadiStaCiolla: siii siii
• L’angelo Vendicatore: allora capisci quello che dico..
• ReginadiStaCiolla: siiii si si
• L’angelo Vendicatore: descrivimi percio' Etra, che aspetto ha ?
• ReginadiStaCiolla: cosa?
• L’angelo Vendicatore: di cosa un altra volta, di cosa un altra volta, ti sfido, 2 volte, ti sfido, figlia di puttana, di cosa un altra maledettissima volta
• ReginadiStaCiolla: e' nera...
• L’angelo Vendicatore: vai avanti
• ReginadiStaCiolla: e' senza capelli..
• L’angelo Vendicatore: secondo te sembra una puttana?
• ReginadiStaCiolla: cosa?
• L’angelo Vendicatore: (facendo fuoco sulla spalla della ragazza) Secondo te...lei...ha l'aspetto d'una puttana?
• ReginadiStaCiolla: nooooo
• L’angelo Vendicatore: perche' allora hai cercato di fotterla come una puttana
• ReginadiStaCiolla: non l'ho fatto..
• L’angelo Vendicatore: si tu l'hai fatto...si tu l'hai fatto, ReginadiStaCiolla, hai cercato di fotterla, ma a Etra non piace farsi fottere da anima viva tranne che dal suo uomo... leggi la Bibbia ReginadiStaCiolla?
• ReginadiStaCiolla: si
• L’angelo Vendicatore: e allora ascolta questo passo che conosco a memoria, e' perfetto per l'occasione: Ezechiele 25:17...Il cammino dell'uomo timorato e' minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carita' e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre perché egli e' in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno, su coloro che proveranno ad ammorbare ed infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome e' quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te...(seguono molteplici molteplici colpi di pistola)

Ti sembrerò sparita.
Non è così in realtà.
Sto covando decisioni e ne sto subendo di non dette.
Talvolta rimescolare la pozione magica e terribile della vita, ci rende più soli.
Qualcuno direbbe che è arrivato il momento di mettersi in un angolo per leccarsi le ferite.
Un angolo dove, possibilmente, non arrivi il profumo primaverile della rinascita né l’alito gelido dell’inverno che paralizza.
Una cuccia, una tana.
Un angolo d’inferno, sospeso, dove, leccarsi di dosso il dolore, sia concesso. Un luogo che rimanga fuori dal cono rovente della lente d’ingrandimento del giudizio. (Forse l’ennesimo escamotage con se stessi esercitato con la forza della furbizia cognitiva sulle proprie viltà.)
Sono una piccola donna, in questi momenti.
Evito che si arrivi a me e per farlo creo palloncini di vuoto tra me e la gente. Stent dell’anima per far fluire le cose senza opporvi resistenza. Faccio credere che sono d’accordo, che così va bene, non formulo concetti, opinioni, decisioni. Lascio fare.
Insetti pronti a depositare uova. Creo in me il DDT.
In questo modo la gente non focalizza l’attenzione su di me, mi scansa come si scansa ciò che non ha utilità o che non può recare danno. E’ un opera minuziosa, attenta e patologica (lo ammetto) tutta rivolta alla difesa delle scorte d’energia, per non dissiparmi, non svanire inutilmente nel fiato dell’umanità.
Evito accuratamente di farmi incantare dall’illusione sinuosa che ci si possa lasciare andare a qualcuno, che ci si possa concedere.
E’ una maledizione che porto dentro quella di non riuscire a parlare con chi amo. Un marchio che mi è stato stampato dentro nell’infanzia.
L’infanzia è l’unico momento della vita di una persona che mi faccia venire un groppo alla gola.
Traccio un grosso cerchio con il gesso bianco intorno ad essa, come ad evidenziare la scena di un crimine. Una sagoma di gesso segnata sull’asfalto. Non è mai arrivata la pioggia adatta a cancellarla.
Quello che cerco di fare da una vita, è riuscire a scendere in strada con un secchio d’acqua ed uno straccio per inginocchiarmi e raschiarla via, eliminandola finalmente dalle mie notti e dalle mie solitudini.
Il problema è che non riesco a spegnere il cervello. Ho perso le istruzioni.

Esprimere la presenza politica femminile con l’espressione “le quote rosa” mi manda in palla.
Cazzo, come le “quote latte”…

"La sensazione familiare di infilarsi nelle pantofole.
Del salotto.
Lasciando al verbo il carico leggero della comunicazione.
Negoziata.
Soltanto dall'immediata comprensione.
Ci stampa il viso nella devozione.
Con improntitudine etologica.
E ci solleva come questa traduzione arcigna.
Mentre voliamo nella casa di cura...
Mentre siamo, e questo è un dato di fatto musicale, nelle braccia della dignità.
Qui si serve solo la dignità.
Qui si serve la dignità con amore.
Ed è questo il bello.
Siamo di fronte ad uno stile che porta di peso.
E' la sua forza.
E' la sua bellezza.
Pugnace.
Sarebbe fantastico negoziare freddamente con una partita a scacchi.
Averti fra i piedi tutti i giorni.
Con il solo pensiero affilato.
Ma una donna così esiste nella tua scrittura.
Perchè nella realtà devi essere ancora più istintiva di questa sopravvivenza quotidiana.
Ti sfondo il cranio perchè queste coccole sono scadute...
Avariate.
Io la sento la dignità musicale che sprigioni.
Di fronte all'egoismo.
La sento.
E' ben presente.
Ma uno può cercare quello che trova.
Oppure.
Trovare quello che cerca.
Non è la stessa cosa.
Non è lo stesso negoziato.
Per il lavoro, la società , i vicini di casa e la masnada collettiva delle relazioni incidentali, esistono i contratti e la legge.
Doveri ,diritti, modalità e tempistica.
Tutto necessario per il buon funzionamento.
Devi amarmi.
Invece.
Devi.
E' già un ingiunzione che spiega l'impossibile.
Come sia impossibile stare insieme.
Come la magia sia altrove.
Come non sia colpa di nessuno.
Se tutto sta finendo...(Servillo & C.)
...me lo dirai.
Ovviamente.
Se ci siamo conosciuti.
Ovviamente...
Mi spiego.
Se io non preparo mai una sorpresa.
Se io non sbrigo le faccende per avere e liberare del tempo libero.
Da passare insieme.
Da passeggiare senza meta.
Anche camminando fra le novità, le curiosità e le nuove scoperte.
Se io non sento il bisogno di fare tutto questo.
Perchè non sei più il mio interesse principale.
Perchè non sei più l'azione continua che mi divora.
Perchè non sento più il tuo sapore fra le labbra.
C'è poco da negoziare.
E comunque.
Se proprio si deve negoziare.
Se non viene naturale...
...come sviluppo spontaneo di quello che eravamo diventati insieme...
Se non viene coltivato con la naturale attenzione...
Si deve (e questo dovere aiuta...) sapere che si negozia, eventualmente, soltanto i grandi cambiamenti.
Le mutazioni di scopo e stile.
Sull'avvenire.
Altrimenti l'amore ci lascia e ci si deve lasciare.
Per vivere.
Non ho idea di cosa succeda quando si deve passare da un innamoramento servile ad un amore egoista.
Quando passi dalla protezione al disamore, praticamente.
Non lo so.
Secondo me quelle due persone non si sono mai conosciute.
Questa è la verità.
Se tu diventi un altro.
E non sai spiegare la trasformazione.
Sei l'ostaggio di quello che non sei mai riuscito ad essere con lei.
E non ti consegni nemmeno all'allegria dell'intelligenza.
Di chi cerca l'originaria solitudine per stare veramente in compagnia...
Non si può essere ostaggi della libertà senza riscattarsi dall'umanità.
Questa è anche una battuta (per stare ai pensatori citati e allupati, hehe).
Ma la disponibilità a mettersi in discussione non è come riscattarsi da un errore cognitivo.
Da un limite naturale.
Quello che mi sento di dire, con l'umiltà dell'intelligenza e non con il timore della morale.
E' che l'intenzionalità, in amore, può essere una malattia incurabile.
Come sapeva l'uomo che scambiò sua moglie per un cappello...
Lui l'amava veramente, la sua malattia, hehe. "

"In bilico
tra santi e falsi dei
sorretto da
un’insensata voglia
di equilibrio
e resto qui
sul filo di un rasoio
ad asciugar
parole
che oggi ho steso
e mai dirò "

Ci siamo. E’ uscito. Mi hanno pubblicata.
Si tratta di una raccolta di racconti tratti da blog che “come” il mio, raccontano di situazioni più o meno spinte. Almeno così dicono, perché io in questi giorni folli fatti di un’azienda che sta per chiudere per ferie, una casa che sta per essere ultimata lavandini, soppalchi, cavetti in acciaio, fori, cucina, armadio, una vacanza saltata ed una rimediata, non ho avuto nemmeno il tempo di andare in libreria a prendermi una copia del libro che raccoglie alcuni miei post. Ho anche dubbi sul titolo : “Hard Blog” o “Sex Bloggers”, so solo che ha la copertina argentata e che è edito da Mondadori a cura di Berbera & Hyde. Insomma, non so praticamente nulla, so solo che devo ringraziare voi, tutti voi, dal profondo del cuore. Mentre scrivo ascolto Mina, il mio compagno mi ha appena chiamata ed ancora non sa nulla di tutto questo. Lo scoprirà quando gli consegnerò il libro e con lui un segreto. Un segreto che dura da un anno ed è fatto di parole, scoperte e menti eclettiche. Questo blog è nato per caso. E’ nato da una grande emozione, quella provata leggendo il blog de La Mauvaise Reputation, prima non sapevo nemmeno cosa fosse un blog. La lessi per giorni interi affascinata dal suo stile, dalla sua sagacia e da qualcosa altro che sin da quel momento mi ha legata a lei profondamente. Poi ho seguito i suoi links e ho travato Khu e con lui la sua arte, il suo umorismo, un universo che mi ha accolto con simpatia e grazia. Devo a queste due straordinarie persone se oggi posso entrare in una libreria e sorridere pensando che esiste in qualche scaffale un libro con le mie parole stampate.
Ecco, ora mi viene da dire: la vita è bella.
Ok. Oramai è certo. Conclamato. Scritto. Trito e ritrito. Da questa cosa non si sfugge. L’uomo e la donna sono due mondi completamente diversi.
Potremmo parlarne per ore elencando le caratteristiche più o meno peculiari di questa differenza ma cadremmo sempre nella retorica, nel già detto. Mi è stato sottolineato più volte da lettori occasionali che scrivo solo per luoghi comuni. Forse. Anzi, di sicuro. Il mondo, miei cari, è fatto di luoghi comuni, del già vissuto, del già visto, di cazzone certezze. Sono proprio le certezze che mi fanno impazzire soprattutto quando le ritrovo nei rapporti sentimentali o affettivi o erotici. Sono ad un punto della mia vita nel quale odio ciò che è prestabilito. Detesto chi mette davanti al possibile, al probabile, alla possibilità squisitamente amara dell’errore la fatalità del “così sono”, del “non cambierò”, del “io ho deciso anche per te”.
Sbatterei su un tavolo di marmo queste frasi e comincerei ad vivisezionarle minuziosamente. Piccoli e profondi colpi di bisturi fatti di verità, dell’unica verità che conosco quella della non consistenza delle cose, degli eventi, del futuro. Ne tirerei fuori grumi di “ mai nella vita” e glieli sbatterei in faccia, perché negare la possibilità di essere altro da ciò che ci è stato imposto vuol dire decidere di vivere da morti. Si fottano i perbenisti, quelli dal carattere imperturbabile, quelli che pur di non soffrire non osano sbagliare. Si fottano. Mi hanno stufato. Rintuzzano di certezze il loro forziere delle difese per non vedere che c’è altro oltre al loro egoistico stare sulla terra.
Ma come fate? Come potete vivere senza lo scossone dell’imprevedibile che ti capita addosso e apre il cielo, fa tremare la terra, ribalta la clessidra e ti insegna come guardare le cose da un’altra prospettiva? Come fate ad essere ciechi con 11 diotrie? Come? Non volete cadere per poi dovervi rialzare. Rimanete avvinghiati alle vostre poltrone, al vostro focolare, alle sottane di mammà.
Siamo noi, quelli come me, ad essere sbagliati, a darvi fastidio poi, forse. Siamo simpatici giullari che mettono un po’ di pepe nella vostra vita, che vi fanno divertire, che vi fanno avvertire qualche battito scoordinato sotto alla pelle, che vi fanno dire che forse non avete mai capito nulla nella vita ma poi, ciò che scegliete è la sana stabilità delle vostre scelte ovattate.
O parlate pronunciando spropositati slanci o tacete vigliaccamente. Dove siete veramente, allora? Secondo me, nel mezzo. Nella palude fetida che create tutto intorno a voi, nei gesti, nelle assenze, nei vostri silenzi, nei mezzi sorrisi, nelle vostre facce che hanno la smorfia della scusa, nell’immagine acuta e tagliente di una schiena che se ne va dopo una lieve indecisione se restare, nella convinzione fattasi arma che il tempo è un gran dottore.
Schiantatevi contro la vita per una volta che tanto se una deve soffrire soffre lo stesso, che tanto se la verità è la fuga almeno una sa da che parte deve andare. Non conoscete il significato della parola “abbandono” nella sua accezione dolce. Irrigiditi come cazzi in erezione non durate però nemmeno il tempo di una scopata: la vostra vita è una ejaculatio precox senza speranza. Spargete i semi non fecondi della mediocrità e vi accontentate di donne dall’apparenza mite e pacata che però qualche volta, raramente, ve lo prendono in bocca e a voi basta, perché dite alla vostra candida coscienza “almeno so che non è troia”. Piccoli! Ecco cosa siete: piccoli esseri viventi che il futuro spazzerà dalla memoria del mondo.
Il buon Dio vi ha forniti di 5 sensi: gli usate tutti ma per vedere, toccare, assaporare, ascoltare ed odorare solo ciò che sta in superficie. Avete una visione pornografica della vita. Io adoro la pornografia solo quando ho bisogno di stare più male di quanto non stia. Quando ho bisogno di un ulteriore dose di schifo che mi aiuti a vomitare sulle cose. Allora restringo la visuale, mi mozzo le mani, strappo le radici della mia fantasia dal cuore che mi batte in petto rimpiazzandola con innesti di razionalità. Il risultato è garantito: mi riduco ad essere umano indottrinato.
Ma, ditemi….a voi, la tentazione di esistere non viene mai?
La lancetta è sul rosso. Un orologio che segna il pieno di emozioni, di pazienza, di decoro, di autostima. Un gran calderone. Scrivo, non guardo il video. La lancetta è sul rosso, zona di pericolo. Il cervello non smette di macinare immagini singhiozzando perché manca l’energia. Il Gutron arriva in circolo, benzina per qualche ora che serve solo però a ridarmi l’attenzione sulle cose.

"Cos'è che ti piace, esattamente, di questa foto?"
Lust
"...l'attimo che coglie. La mano di lui che non si vede ma che immagino a stringere i glutei di lei, un gesto di possesso, un attimo, l'attimo che travalica, tracima, ciò che non si può fermare, la testa che gira, il sapore della sua bocca la prima volta, quel bacio tanto sognato, il legno o muro che le preme sulla schiena e lui che la preme sul muro o legno o..... mi piace ciò che non si vede, ciò che lascia immaginare, ciò che ci sarà dopo, il cuore che pulsa, la testa che gira, ancora, il fatto che non possono, non lì, non ora, la camicia aperta di lei, presagire che lei riverserà la testa all'indietro e lui le bacerà il collo, piano, fino all'orlo della sottoveste bianca e che poi alzerà per un attimo gli occhi per guardarla in volto mentre le dita di lui abbasseranno piano quel lembo di stoffa bianca e lei gli offrirà il suo seno...ed infinite infinite altre cose. Narrazioni nascoste. E' il bacio di Hayez al rovescio. Trasfigurato in tutto, nell'abbigliamento, nella mancaza di sete cerulee, nella compostezza. Certo, questa è "sporca" cinematografia, una visione pornografica di quanto fece fare invece Hayez alle mani dolcissime del suo uomo dal cappello piumato quando cinse amorevolmente la testa di lei. Ci vedo tutto...tutte le mie categorie...c'è ALTRO, c'è lei...una cattiva bambina, c'è l'attimo in cui ho scelto di pubblicarla..un dolcissimo cazzeggiamento prima di uscire dall'ufficio, c'è l'atmosfera da EBJC povocante e vietata, c'è ciò che si diranno...parole proibite, suoni di voci rauche e ansimanti, c'è il grande bluff dell'amore...l'attimo nel quale pensi "è Lui", " è Lei", c'è un "capolavoro" in un fotogramma, c'è l'origine delle cose, della vita, il famoso "motore del mondo", c'è il dopo, l'amaro cocente da mandare giù come un grumo di veleno con una sorsata di rhum, ....mia cara Lust....c'è il Senso. Ecco cosa ci vedo "esattamente". E ora vado a letto...il Tavor sta per fare effetto e la testa vaga in luoghi indefiniti..Notte.....ho sonno.....tanto poi alle 4.40 sarò sveglia..ho sonno.

All’Ebjc si dice che Clarice fosse una donna senza passato. Veniva da lontano, da oltre oceano. Grassa e unta, si era dimenticata chi era.
All’Ebjc si dice che Clarice, quando stava in America, fosse bella e perduta, una specie di bambolina bionda senza anima. Un vuoto a perdere.
All’Ebjc si dice che Clarice non parlasse mai del suo passato, che anzi non l’avesse mai confidato a nessuno e che del suo passato si fosse venuto a sapere attraverso un giornale. Un foglio di giornale, per la precisione, che un venditore ambulante, gonfio e tarchiato, di New York City, aveva usato per avvolgere una piccola e mediocre riproduzione seriale della statua della libertà: il regalo che Pierre aveva deciso di portare alla moglie rimasta in Europa.
All’Ebjc si dice che Pierre, una volta tornato da NY avesse portato la sua valigia in camera da letto e mentre la moglie, Marianne, gli preparava la cena, lui avesse aperto la valigia, avesse tirato fuori le camice sporche, le calze, le mutande, il kit per la barba, che avesse diviso tutto in panni chiari e in panni scuri riponendoli poi sotto al lavello, nella cesta della biancheria sporca. Si dice che una volta tornato in camera avesse frugato alla cieca nella tasca interna della valigia e quasi con stupore, avesse ritrovato la statuina in bronzo avvolta nel foglio di giornale.
Si dice che Pierre a quel punto si fosse seduto sulla sponda del letto e che avesse scartato con cura la piccola riproduzione in bronzo ma una volta rimirata, rigirata tra le mani, soppesata con quel gusto tutto intimo che si prova nel compiacersi per aver avuto una bella idea, bella idea Pierre! Le piacerà!, fosse rimasto ancora qualche istante ripiegato sulla pancia sporgente e che, improvvisamente, il foglio di giornale, che era stato appoggiato sul letto, fosse caduto sul pavimento.
In quell’istante, dalla cucina, Marianne chiamò Pierre e Pierre si alzò ma non prima di essersi faticosamente flesso verso il pavimento per raccogliere il foglio di giornale sdrucito.
All’Ebjc si dice che quando Pierre posò gli occhi sulla fotografia in centro pagina, smise di respirare.
Pierre amava Marianne, l’amava da sempre. Erano sposati da 22 anni, senza figli, no, lui non poteva averne, non ricchi, no, si arrangiavano. Durante quei 22 anni Pierre aveva perso i capelli, si era comperato un parrucchino da 2000 dollari, aveva messo su 15 chili, 8 multe per divieto di sosta, aveva portato Marrianne in Italia, in Spagna, mai in America, aveva avuto le emorroidi, non mangiava più cibo piccante ma qualche volta, quando tirava tardi in ufficio, si concedeva il lusso di andare a bere un goccio all’Etranger Boulevard Jazz Club.
Non che gli piacesse molto come locale, no, anzi, lui si sentiva un pesce fuor d’acqua lì dentro ma ci beveva roba buona, ci trovava della buona musica e soprattutto c’era Clarice. Non ne era innamorato, no, che sciocchezze…alla sua età, un uomo sposato, no no, è che con Clarice ci parlava bene. Le aveva anche confidato di essere andato a vedere uno spettacolo di lap dance, a New York, con i colleghi, una volta, qualche anno fa.
All’Ebjc si dice che quel foglio, quella sera, in quella camera da letto, alla periferia di Parigi, venne ripiegato in fretta, in fretta inserito nella tasca dei pantaloni e che Pierre, finalmente, fosse andato in cucina, da Marianne, con una mano nascosta dietro alla schiena. Si dice che lei avesse squittito un cos’è? Che nascondi? E che lui l’avesse baciata porgendole in dono il suo pezzo d’America.
Solo più tardi, molto più tardi, quando si ritrovò solo nel bagno per le consuete abluzioni serali, ebbe il tempo di leggere il foglio di giornale.
All’Ebjc si dice che Clarice fosse molto diversa in quella fotografia, molto più giovane e molto più bella ma infinitamente più triste. Si dice che l’articolo titolasse a tutta pagina “Clarice, il mostro che seduce”.
Poi, sotto, di seguito, la storia, riassunta, tagliata, ricucita, assemblata per ricoprire uno spazio a 6 colonne. Sul retro del foglio, la pubblicità di un dentifricio.
All’Ebjc si dice che Pierre non dormì quella notte, dopo quello che aveva letto e che non andò nel locale per più di anno. Poi, quando finalmente si decise, si appoggiò al bancone, ordinò il suo scotch e guardò allungo negli occhi Clarice. Si dice che si scambiarono alcune parole fittefitte e che poi Clarice spacco la bottiglia di scotch in testa a Pierre. Pierre fu portato all’ospedale, medicato e fasciato e una volta uscito, sedutosi alla fermata del bus 29 barrato, scoppio in un pianto doloroso.
Clarice uscì dal locale, afferrando la sua borsetta e bestemmiando contro un Dio che non la voleva lasciare in pace.
Si dice che camminò tutta la notte lungo la Senna. Si dice che inciampò, che cadde, che non si rialzò, volle rimanere così con la faccia a terra , si dice che non pianse ma che dalla sua bocca uscì un lamento cupo, un lamento che veniva dal sottosuolo, come se qualcuno le stesse strappando il cuore, come se qualcuno la stesse soffocando, come se Pierre le avesse rubato le lacrime.
Si dice che in realtà le lacrime non gliele avesse rubate Pierre ma che invece lei le avesse sotterrate in America, molti anni prima. Si dice che Clarice, molti anni prima, una notte, uscendo dal Villange Vanguarde, fosse terribilmente ubriaca e bella, piena di jazz che le rimbombava dentro e che, quella notte, inciampò, cadde e non si rialzò. Non ci riuscì, le girava tutto. Cadde in un vicolo buio dove non passava mai nessuno e nemmeno lei, di solito, ma quella sera sì e inciampò. Ma questo nell’articolo del foglio di giornale, non c’era.
Si dice che quella notte due grosse mani l’afferrarono per i capelli e che un poderoso calcio le spezzo le reni sottraendole il fiato per urlare un qualche tentativo di soccorso. Dietro al cassonetto dell’immondizia, in una notte newyorkese, con il suono lontano di una macchina della polizia a rompere il silenzio metallico della città, a Clarice vennero strappate le mutandine, venne tappata la bocca, venne inciso un capezzolo con una lama gelida e venne infilato un grosso, sconosciuto cazzo tra le cosce. L’indomani mattina, Clarice venne trovata, in quello stesso punto, dai netturbini. Era gonfia, tumefatta, dormiva e avrebbe voluto non svegliarsi mai più. I due la fecero alzare e lei si fece portare al suo appartamento, no, niente polizia, ospedale, denunce, niente di niente, avrebbe dimenticato, forse, ma raccontare ancora del cemento che le graffiava la schiena, dello sfregamento di quel corpo massiccio che le stava sopra schiacciandola, raccontare ancora di quel fiato fetido che le ringhiava puttana mentre le fotteva l’anima, mai, mai più.
Il mese dopo, due mesi dopo e per molti mesi a venire, Clarice sparì dalla circolazione. Si dice che le mancasse il fiato, che non camminasse più bene, che improvvisamente fosse ingrassata, che improvvisamente non indossasse più tacchi alti e minigonne mozzafiato. Si arrivò a dire che fosse incinta.
Clarice sparì, andò in Georgia, dalla madre, nel profondo sud, trovò un po’ di pace, si dice. Partorì unn bimbo in salute, bello, bellissimo. Biondo, come lei.
Poi Clarice riapparve sulle strade di New York.
Così come se n’era andata, così tornò, senza che nessuno la notasse.
Pallida e seria, tornò al suo appartamento trascinandosi dietro un fagotto e una borsa piena di pannolini e vestitini e medicine e biberon. Quando fu nel suo appartamento lasciò cadere il pesante borsone mentre con il braccio destro teneva stretto al petto il piccolo in fasce. Si dice che Clarice, in quel preciso momento, si guardò allo specchio e che pianse come non aveva mai più fatto da quella maledetta notte in quel vicolo. Si dice che si barricò dentro a quel minuscolo buco che lei chiamava casa, su nell’East Side di Manhattan. Che non uscì, no, nemmeno quando le poche provviste finirono. Che non uscì di lì nemmeno quando improvvisamente il suo florido seno smise di produrre latte per il piccolo. Si dice che non si lavò né lavò il bimbo per settimane, che rimase al buio, con le imposte chiuse, per tutto il tempo, si dice che bevve l’inimmaginabile tanto da addormentarsi di schianto sul grande letto sfatto. Si dice che si svegliò con un gran mal di schiena e con qualcosa di fastidioso che le puntellava la spalla, da sotto. Si disse che scivolò lungo il letto, che si rattrappì, che non vide più la luce, che non sentì, che il suo cuore si fermò, che l’aria mancò, che la terra tremò, che quel giorno Dio e il Diavolo e la Vergine Maria e le parole e gli scrittori e le notti e le sue belle tette e le sue unghie, le si piantarono nella carne. Si dice che sanguinò, che cercò di strapparsi gli occhi, che cercò di stuprarsi con un coltello da cucina, si dice che l’inferno fosse arrivato in quel buco nell’East Side.
Il piccolo giaceva inerme, morto sotto al peso della madre durante quella notte di ottobre.
All’Ebjc si dice che Pierre non prese l’autobus ma che invece camminò allungo quella notte, solitario, scalciava sassi, lattine, pacchetti di sigarette accartocciati, rigirando il parrucchino all'interno della tasca dei pantaloni. Era bella Clarice in quella foto, ma triste, terribilmente triste e di lei in America se n’erano dette di tutti i colori dopo che fu trovata in stato di shock aggrappata al telefono, quasi del tutto dissanguata, mentre cercava disperatamente un essere umano che venisse lì, nell’East Side a salvare suo figlio. Pensò alla solitudine di certe creature, pensò alla sua di solitudine, a Marianne che la leniva un po’. Pensò che non avrebbe mai più rivisto Clarice e quegli occhi trasparenti che gli si erano piantati nelle viscere come i vetri di quella bottiglia.
Aprì la porta di casa. Marianne sicuramente stava dormendo. Andò nel loro salotto, al buio, si sedette sulla poltroncina di pelle vicino alla finestra e rimase a fissare un raggio di luce lunare che trafiggeva una piccola, insignificante fiaccola di bronzo, lì, sul tavolino, in centro stanza.
Poi Clarice si alzò, la bocca piena di terra ad impedirle di respirare. Sputò, si strofinò le labbra con il palmo della mano impastando il rossetto cremisi con grumi di terriccio. Sarebbe andata a casa, ecco cosa si dice all’Ebjc. Ecco cosa si dice!
Ancora oggi, a Parigi, qualcuno racconta di aver udito quel lamento d’oltretomba sorvolare le gelide acque della Senna e salire su verso una stella invisibile.
Altro… non so….

E mentre brucia lenta questa sigaretta
io sto seduta qui, che non ho fretta,
ti ascolto, dimmi, tanto è come l'altra volta
facciamo pace a letto e non dentro la testa,
chiunque ci sentisse in questa discussione
direbbe lei cretina ma lui che gran coglione.
Oh, quante bugie mi hai detto, dove ti ho trovato,
in quale maledetto giorno t'ho incontrato,
lo sai che se ti guardo adesso non mi piaci
ridammi le mie chiavi, dimentica i miei baci,
non voglio più nemmeno toccare le coperte
dove ti sei sdraiato, dove ti senti forte.
Che cosa c'è da dire, cosa c'è da fare.
Siamo due cuori affetti dallo stesso male.
Non c'è niente da dire,niente più da fare.
Portati via le tue valigie, il tuo sedere tondo, i tuoi caffè.
Portati via i fiori finti, la tua faccia, la tua gelosia,
vai via, portati lontano da me.
Portati via tutto questo amore che non è mai amore.
E mentre brucia lenta questa sigaretta
sorrido fingo e ti accompagno sulla porta,
io nei tuoi occhi leggo Scusa un'altra volta
poi la tua schiena si allontana quanto basta
così ti vedo andartene su queste scale
da questo astratto amore, da questo stesso male, che mi fai.
Che cosa c'è da dire cosa c'è da fare.
Siamo due cuori affetti dallo stesso male.
Non c'è niente da dire, niente più da fare.
Portati via le tue valigie, il tuo sedere tondo, i tuoi caffè.
Portati via i fiori finti, la tua faccia, la tua gelosia,
vai via, portati lontano da me.
Portati via tutto questo amore che non è mai amore.
portati via
portati via
vai via portati lontano da me.
E mentre brucia lenta questa sigaretta
io sto seduta qui non ho fretta
(Bula Bula - Mina)

Qualche volta all'Ebjc ci si rombe francamente il cazzo!
Qualche volta ci sono e vorrei non esserci.
Francamente all'Ebjc qualche volta gira gente che è meglio proprio di no. All’Ebjc il rhum qualche volta è di quello scaduto e se poi mi dite che il rhum non scade, bhè, io vi dico di sì e siccome il locale è il mio o è così o quella è la porta.
E’ che qualche volta sento che è qualche volta e non quella volta e allora di ascoltare la musica tirata da un fiato corto non mi va.
Vai all’Ebjc perché conti di incontrarci qualche bella gnocca o qualche quel maschione ed invece all’Ebjc qualche volta non c’è proprio nulla se non mezzi bicchieri vuoti e la donna grassa ed unta dietro al bancone, che sì, vabbè, sarà anche stata bella, lei, ma adesso basta con sta storia.
Qualche volta all’Ebjc entra il mio spacciatore e mi dice che non ha nulla da spacciare e allora nemmeno quella roba lì mi spetta e rimaniamo seduti ai due tavoli apposti del locale ‘che se si avvicina….
E’ che qui, all’Ebjc, anche le storie da raccontare qualche volta finiscono e ti ritrovi senza clienti, senza soldi, con una saracinesca da tirare giù e grazie a dio, qui, i telefonini non prendono e allora non ti possono rompere il cazzo più di quanto non te lo stia già rompendo da sola.
All’Ebjc, francamente, qualche volta…bhà…
....è normale parlare da soli ad alta voce sfregandosi insistentemente i polpastrelli??
Dimmi, è normale?

Vogliono trasformare il Plaza , il St. Regis e il GRAMERCY PARK HOTEL (!!!!!!) in residenze private.
Gli americani non capiscono proprio un cazzo!
......partito! vado a casa!
Spero solo che Dio fulmini quelle due coppie di non so dove che hanno deciso di trascorrere il loro capodanno violentando due bambine di 8 e 10 anni. Che l'uomo, Dio, il diavolo, l'universo non abbia pietà di loro! E alla madre che le ha prestate per questo "gioco" veramente non so che dire se non che spero tu muoia nelle più atroci sofferenze.
Scusatemi. Un semplice post per non dover vomitare sempre da sola.

Sono un po’ infastidita.
Un lieve senso di “dovere” mi avvolge ogni volta che apro il blog. Sarà perché per mesi mi è venuto spontaneo scrivere con cadenza quasi quotidiana, era quasi normale trovare gli argomenti, gli spunti, avevo da dire, da inventare, da raccontare.
Da qualche giorno invece rimango inebetita davanti al video: guardo la donna che lecca il piatto, frugo tra i link, vago nell’archivio. Mento appoggiato al palmo della mano ed espressione tipica di chi non si emoziona.
No, non è un dovere sentirsi vivi o partecipare ma smettere di emozionarmi non mi piace.
Non mi piace perché non mi appartiene caratterialmente nel bene e nel male, é che qualcosa in me non va da un po’ di tempo. Ho pure cominciato a parlare da sola. Alzarmi al mattino diventa insopportabile. Per fortuna non sono ancora arrivata alla fase che prevede un pasto ogni 3 giorni. Conosco questi miei periodi ed il fatto di poterli, come dire, vedere da fuori è un'altra di quelle cose che non mi piace. In passato quando mi ci ritrovavo invischiata era un arrivarci di botto quasi in modo incosciente ed allora nella mia quasi totale ignoranza dei meccanismi della “cosa” la vivevo con l’innocenza di chi pensa che tanto passerà, tanto ce la farò, sono forte e blablabla.
Conoscerla dal di dentro invece questa “cosa” che ti si infila negli interstizi delle sinapsi dilagando come una macchia d’olio, spegnendoti, è come dire a se stessi: bene, altro giro altra corsa all’inferno. Sono stanca di obliterare il biglietto alla mia esistenza sinusoidale che prevede un parco divertimenti al contrario. Non ci sono attrazioni dell’ultima ora, sorprese da terre sconosciute, personaggi mangiafuoco e fantasmagoriche corse dentro a caverne fumose. Conosco il copione, prendo a calci svogliatamente la lattina delle ore che ruzzola dalla mattina alla sera, sperando che il sonno arrivi il prima possibile. Rimango a fissare un giocoliere senza mazze che gesticola nel vuoto. In questi momenti la vita mi sembra un circo senza suoni, senza spettacoli, senza tigri e senza una donna cannone che gridi in faccia ai maligni e ai superbi.
“Tutti chiusero gli occhi nell'attimo esatto in cui spari`
altri giurarono e spergiurarono che non erano mai stati li`. “
E alla fine senza sigarette proprio no. Mi infilo qualcosa e esco. Prendo la macchina, accendo, vado. Sono in strada. Buio. La musica subito, penso. Vasco riempie l’abitacolo. Arrivo al distributore automatico. Posso fumare. Ed è la logica perfetta ed intermittente dei lampioni che mi impedisce di tornare a casa. I pensieri che infilano i coni di luce come crune di aghi. Sembra di andare sull’olio mentre mi si forma un nodo in gola e dire a cosa sto pensando non ha senso perché in fondo non penso, semplicemente vado. Incroci, semafori, poche auto e quest’aria fredda. Rimasugli di neve. Finalmente i colli e Vasco c’è sempre. I colli, le curve e quello dell’Audi che mi sta davanti e va piano. Sorpasso non potrei. Freccia. Vado. Non guardo e vado, così, in curva, sapendo che faccio una cazzata ma non mi fermo. Mi rendo conto che sono ferma ora davanti alla casa di mia madre. Suono. Sono io. E’ lui che risponde. C’è mia madre. Mia madre esce. Era già a letto. Volevo solo darti un bacio. Sali in macchina con me? Sì. E vado. Fumiamo. Lei non chiede. Io invece ascolto. Non ti ho portata via di lì, mamma. Scusa. Non importa. Sì, che importa. Avrei dovuto invece. Dormi bene. E scendo ancora la stessa strada. Penso a voi che mi leggete ogni giorni. A voi che conoscete cose che altri mai, a voi che dite, che un giorno ci siete e altri no, a voi che amate, che soffrite, che mi date tanto. La macchina sembra il mio corpo ora. Nessuna difficoltà a guidarla. Prendo l’autostrada. Se percorressi 300 km potrei dormire tra le sue braccia questa notte invece arrivo alla barriera e giro l’auto. Veloce veloce. Ingaggio una piccola gara con un'altra auto anonima. Le luci si intrecciano. Sembriamo due lucciole che si corteggiano. L’asfalto e lucido. C’è pure la luna. Parcheggio. Risalgo dal garage e vedo la mia vicina, cresciuta. I suoi 16 anni e le braccia languide del ragazzone che, fuori di casa, la bacia. La sua risata limpida, ghiacciata. E mi metto a piangere perché non avrò mai più 16 anni. Ero bellissima a 16 anni. Riconosco quella risata e quei seni che aspirano all’olimpo e il turgore del ragazzo che ti stringe. Conosco. Ricordo. Non tornano quegli anni del cazzo nei quali ti credi Dio mentre ora fai fatica a rimanere uomo.
Chiudo la porta. Accendo una sigaretta. Scrivo.
C a t e g o r i e
a l t r oE t r a M a i l
etranger04@libero.itA m m i c c a M e n t i
C o m M e n t i
Desdemonaacida in e parliamone...S g u a r d i su di M e
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