

Non avrei mai pensato di ritrovarmi ancora seduta su quella poltrona.
Sono le mie mani e le gambe così contratte, magre, a parlare
E’ un ricatto, un plagio quello che va in scena. Liberarsi da se stessi costa 150,00 euro l’ora.
Lei è brava, maledettamente o forse sono io ad essere arrivata lì già stremata, obbligata da me stessa ad una morale del dolore che reputa di dover essere ora giudicata e giustiziata.
Così, non tento nemmeno di difendermi come feci l’altra volta, molti anni fa. L’altra volta ci vollero 6 mesi perché una donnina, minuta e silenziosa, arrivasse a sfiorare la verità senza rendersene conto. La mia reazione fu violenta. Non la rividi più.
Questa donna, invece, mi mette all’angolo, non so come, due, tre mosse, e arriva lì, proprio lì dove non è mai arrivato nessuno. Vuole entrare, vuole le chiavi di mastro della mia cella, vuole parlare con la mia donna pazza. Ci riesce. Ascolta anche il mio silenzio. Le allunga una mano, dice che la può aiutare ad uscire da lì. Non le propone un’evasione ma un processo in piena regola, una processo che è sicura di vincere. Prima però bisogna demolire tutto, raschiare via ogni certezza e poi ricostruire. Insomma, 35 anni le cui fondamenta poggiano sulle sabbie mobili e siamo arrivate al punto che, se faccio ancora un solo movimento, implodiamo, io e la mia donna pazza.
Mi interrompe per ben due volte per sottolineare che comunque vada, qualsiasi decisone io prenda, che decida di lasciarle in mano quella chiave o che decida di rimettermela in saccoccia, lei ci sarà.
Me lo dice con un certo allarme negli occhi. Quasi un avvertimento. Come se presagisse qualcosa.

Rileggo l’ultimo messaggio che ti ho spedito. Guardo che ora fosse nella notte.
E’ la sensibilità di quell’istante che cerco di rivivere.
Il prima e il dopo.
Fino a qualche giorno fa non sapevo nemmeno che fine avessi fatto. Inghiottito da anni di lontananza, da chilometri di secondi. Eri un ricordo, un piccolo ricordo, fresco di gioventù e complicato come l’adolescenza. Un ricordo di mani inesperte ed incespicanti, visioni distorte di una personalità che si formava. Oggi sei un uomo. Io una donna. Che banalità la vita quando si riduce ad un fattore temporale. Prima ragazzini, oggi adulti. Tutto qui.
Il fatto è che ci ritroviamo complicati come allora. Forse peggio se possibile.
Non ti ho mai capito, interpretato, e oggi come un tempo, avverto la stessa difficoltà. Allora mi chiedo se sono cresciuta, se sei cresciuto, se gli anni, apparte qualche ruga, abbiano aggiunto o sottratto. Forse hanno solo moltiplicato, esasperando. Due mostri che non riescono a disfarsi dei propri orrori per poter essere amati, un giorno, da un essere dolce e bello. Il fatto è che non si può sempre chiedere agli altri di vedere oltre le nostre brutture, di accettarci nonostante le nostre mostruosità pretendendolo solo perché non siamo disposti ad avere paura.
Se ci si ferma all’attimo da condividere, è tutto semplice, me ne rendo conto. Anestetizzare prima ancora di avere qualcosa da curare. Docili e disponibili come la superficialità, evitando l’angolo pungente del vero incontro. Rimanere in superficie a galleggiare nell’acido della non appartenenza, impermeabilizzati anche a ciò che è naturale ricerca dell’altro.
Insomma, evitare accuratamente il gioco delle parti come fossimo eroine di un qualche romanzo scabroso di poco valore ma di gran popolarità. Impegna poco e fa molto chic.
Anche la volgarità può fare parte del pacchetto come se fosse una parte evoluta e avanguardistica di un relazionarsi elitario con l’altro sesso. L’usarsi, assaporando l’entusiasmo per l’azione fisica, affascinati dall’emozione del non tenere conto di piani e programmi.
Siamo come quei personaggi aristocratici che finiscono stremati su un divano, imperlati dai sudori del sesso a fumare parole su quello che pensiamo di essere, compiacendoci di prendere a calci quell'attimo nel quale, invece, abbiamo avuto un sussulto d’amore plebeo.
Quasi come se l’avanguardia del non-sentimento fosse una forma di anarchia. Peccato che nel definirci anarchici si crei, nostro malgrado, un punto di contatto. Intimo. Profondo.
Alla fine ci si piace.
Scommetto però che saremo capaci di distruggere anche questo. Stiamo già nel pieno dell’antitesi: non agendo, agiamo. Nichilismo puro.
Ma dimmi, tutto questo ci appartiene ancora o è solo un vezzo incancrenito che quasiquasi non riusciamo più a sopportare?
Ci impedisce di vedere oltre noi, non capisci? L’abbiamo sempre vissuto come il massimo dell’espressione di libertà, l’Io per l’Io. Ma oramai io sono assefuatta a questo genere di tensioni. Voglio di più, anche se mi rendo conto che il mio di più vuol dire “meno di me”.-
Voglio vedermi in qualcun altro. Essere per qualcun altro motivo di costruzione. Voglio diventare il credo di qualcuno. Ecco, sì, il “credo” senza riserve. Questa forse sarebbe la mia vera avanguardia.
Infondo, queste sono state le tue stesse parole, dette in una forma diversa meno arabescata, più diretta. Cerchiamo la stessa cosa e ce ne rendiamo conto, quando rimaniamo ad osservare il ghiaccio che resta a roteare nel fondo del bicchiere tintinnante ed ipnotico.
Ti osservavo l’altra sera, quando mi stavi accanto e, senza guardarmi, mi raccontavi di quello che cerchi e che vuoi. Ma lo facevi con un ghigno infastidito, non dalla mia presenza ma dalla tua. Come se quelle parole te le fossi ripetute mille volte e quasi ti fossi venuto a noia.
Conosco bene questa sensazione. Mi appartiene.
Eppure arriva un momento nella vita, nel quale la nausea di noi stessi è talmente forte che ci si deve ribellare o dannare.
O resti a roteare intorno allo stesso punto centrifugando tutto quello che invade il tuo spazio o, di quel punto, fai confine da oltrepassare.

Ho sporcato il tempo ultimamente.
Come il cielo fuori da questa finestra. Azzurro, marcio di grigio e vento.
Nero. Come una tunica di penitenza. Con il velo alzato sugli occhi, però, per vedere che la macchia c’è. Disegnare rughe senza ricorrere ad un ialuronico correttore di incertezze.- Acido in soffitta, promessa per postere soddisfazioni quando non ci sarai più ed a dovermi guardare saranno occhi non viziati.
Quotidiana esperienza dei numeri, del susseguirsi di lettere, di voci, parole, che manca.
Abbandonarsi al colore corrotto di nuovi corpi. Dipingere un alternativa ad occhi bendati.
Ancora. Una.

Non scrivo più semplicemente perché non ne ho più il tempo né la testa.
Dedico il mio tempo al lavoro e ad un progetto in particolare. Mi resta qualche rimasuglio di energia per un paio di relazioni interpersonali amichevoli e/o amorose.
Valuto spesso se non sia il caso di chiudere questo spazio meraviglioso che è stato il blog e l’esperienza suggestiva di cimentarmi nella scrittura non fosse altro per una sorta di rispetto che devo a chi si aspetta da me che lo aggiorni, che viva un po’ anche qui dentro.
Forse tornerò a scrivere, per ora tant’è.
Chiosa a me cara perché ricorda il movimento snob e vezzoso di un ventaglio e dietro ai ventagli si nascondono beltà, infamie, lodi e qualche ammiccamento.


"La prossima settimana dovrebbe terminare la distribuzione del mio piccolo romanzo da comodino I sassi vanno matti per le sasse, edito da Zandegù.
Naturalmente chi non lo trovasse nella propria libreria di fiducia, potrà sempre ordinarlo, magari aggiungendo anche l'informazione di chi lo distribuisce (che fa sempre un po' fico): il C.D.A., Consorzio Distributori Associati.
A breve sarà disponibile anche su IBS.
(Zandegù Editore per quest'anno non ha ancora uno stand alla Fiera del Libro di Torino, ma saremo comunque in giro per i padiglioni, come farfalle e calabroni, sabato pomeriggio e domenica: se qualcuno avesse intenzione di fare un salto al Lingotto, magari ci incrociamo)
Dalla quarta di copertina
Voi non lo sapete, ma nei sassi si nascondono i ricordi dimenticati. Lo sa bene Bonifacio Quaresima, che i sassi li legge.
E' lui il protagonista di questa storia, una favola disincantata e dolceamara sugli errori di strada che fanno deviare la vita verso rive impreviste. Una favola di palloncini che volano e sognano una vita dopo lo scoppio e di bubboni che forse di scoppiare non hanno più tanta voglia.
La storia di Bon, dei suoi amici e dei suoi amori così sfortunati, ma così necessari. La storia di una crescita interiore, che a volte fa male, e di una insperata bellissima rinascita.
Divertente e fortemente visionario, poetico e anche cinico, I sassi vanno matti per le sasse è un romanzo che punta dritto al cuore, facendoci commuovere e sorridere al tempo stesso. Tossani ci mostra, con la sua fantasia, i momenti dell'esistenza che precedono e seguono l’ingresso nella vita adulta e lo fa con un tocco magico, delicato e leggero come un palloncino. "
BRAVO ROBERTO!!!!!!

Foto di mio padre

Jan Saudek

Mi rendo conto che fuggo da te quando non trovo corrispondenza con ciò che conosco. Ti sfioro.
Evito di entrare nel tuo campo visivo perché anche quello è chiedere troppo al mio linguaggio. Se ti ci potessi portare dentro al mio linguaggio muto, allora forse potrei sostenere infinite sfide con i tuoi occhi. Potrei mostrarti la frase perfetta, il verbo magistrale, la metafora arabeggiante, un ghirigori d’oro, il ripostiglio segreto delle frasi celate e mai pronunciate, le montagne di pagine mai scritte, il bianco del non vissuto e fiumi di inchiostro incolore. Ti mostrerei i luoghi delle controversie tra me e me, le parole libere di essere perché mai contraddette, quelle del pianto e del sogno, quelle inventate e quelle imparate. Ma lì dentro non ti ci posso portare. Lì dentro non esistono registratori per poter fermare per sempre l’attimo, il pensiero, l’illuminazione. Dopo la forte emozione tutto si dissolve come polvere. Mi rimane solo il piano lustro delle frasi fatte. Vetrina sempre ben addobbata. So che con te devo scartarle repentinamente anche se mi offrirebbero un modo condiviso e universalmente condivisibile per spiegare ciò che vivo dentro. Una chiave di lettura da dare agli uomini che scorre facilmente nella toppa del discorso quotidiano, un lubrificante da infilare nelle conversazioni. Ma questo vorrebbe dire semplicemente sottovalutarci come parlante e come ascoltatore. Vorrebbe dire passarti davanti agli occhi un pendolo di parole da far dondolare tra un pensiero e l’altro per farli addormentare vicendevolmente fino a rallentarne il moto, fino alla stasi. Rischierei di consumare le parole, di usurarle, di compattarle con l’oggetto a cui si riferiscono. Ti de-finirei, conficcandoti dentro l’angolo ristretto di una lingua conosciuta e prevedibile. Allora preferisco non parlarti, preferisco costruire l’emozione prima, metterla in scena, applaudirla o fischiarla. Contorcermi. Sembra masochistico eppure è il solo modo che conosco per preparami a te. Gioco con le parole e con il loro stupefacente potere ambiguo. Sembrano solo parole ma sono vita. Forse semplicemente rifuggo fino a quando è possibile dal momento in cui ti offrirò ancora una volta i miei polsi per legarli un po’ più stretti a quello che sei, un altro giro intorno alla tua esistenza, perché nel momento in cui ti parlo io scopro di dover ricominciare tutto da capo.
Non sono mai abbastanza. Non sei mai abbastanza.

Ti sembrerò sparita.
Non è così in realtà.
Sto covando decisioni e ne sto subendo di non dette.
Talvolta rimescolare la pozione magica e terribile della vita, ci rende più soli.
Qualcuno direbbe che è arrivato il momento di mettersi in un angolo per leccarsi le ferite.
Un angolo dove, possibilmente, non arrivi il profumo primaverile della rinascita né l’alito gelido dell’inverno che paralizza.
Una cuccia, una tana.
Un angolo d’inferno, sospeso, dove, leccarsi di dosso il dolore, sia concesso. Un luogo che rimanga fuori dal cono rovente della lente d’ingrandimento del giudizio. (Forse l’ennesimo escamotage con se stessi esercitato con la forza della furbizia cognitiva sulle proprie viltà.)
Sono una piccola donna, in questi momenti.
Evito che si arrivi a me e per farlo creo palloncini di vuoto tra me e la gente. Stent dell’anima per far fluire le cose senza opporvi resistenza. Faccio credere che sono d’accordo, che così va bene, non formulo concetti, opinioni, decisioni. Lascio fare.
Insetti pronti a depositare uova. Creo in me il DDT.
In questo modo la gente non focalizza l’attenzione su di me, mi scansa come si scansa ciò che non ha utilità o che non può recare danno. E’ un opera minuziosa, attenta e patologica (lo ammetto) tutta rivolta alla difesa delle scorte d’energia, per non dissiparmi, non svanire inutilmente nel fiato dell’umanità.
Evito accuratamente di farmi incantare dall’illusione sinuosa che ci si possa lasciare andare a qualcuno, che ci si possa concedere.
E’ una maledizione che porto dentro quella di non riuscire a parlare con chi amo. Un marchio che mi è stato stampato dentro nell’infanzia.
L’infanzia è l’unico momento della vita di una persona che mi faccia venire un groppo alla gola.
Traccio un grosso cerchio con il gesso bianco intorno ad essa, come ad evidenziare la scena di un crimine. Una sagoma di gesso segnata sull’asfalto. Non è mai arrivata la pioggia adatta a cancellarla.
Quello che cerco di fare da una vita, è riuscire a scendere in strada con un secchio d’acqua ed uno straccio per inginocchiarmi e raschiarla via, eliminandola finalmente dalle mie notti e dalle mie solitudini.
Il problema è che non riesco a spegnere il cervello. Ho perso le istruzioni.

Credi veramente che io abbia talento? Non mi ci riconosco nelle persone di talento forse perché le stimo troppo, perché in loro vedo un’essenza che va oltre la normale capacità di cogliere e rappresentare il visibile e l’invisibile pur rimanendo in equilibrio. Chi ha talento ne aderisce completamente. Io mi ci accosto appoggiandovi la fronte ma ho già il piede rivolto verso la via di fuga. Come se entrarvi completamente mi svuotasse. Non scrivo da molti giorni e faccio fatica anche ad elaborare questa sottospecie di risposta. Lascio lampeggiare il cursore sul video, in attesa.
Chi ha talento avverte l’urgenza, il bisogno di appagarsi attraverso l’opera. Io no. Io mi lascio risucchiare da mille cose pratiche, scarnifico tutto e tutto mi lascia scarnificata. Qualche volta penso che non mi batta nemmeno più il cuore in petto. Chiedimi cosa farò da grande? Non lo so. I-o-n-o-n-l-o-s-o Chiedimi chi sono? Non lo so. Chiedimi cosa voglio, ora? Non lo so.
In passato ho scritto veri e propri manifesti dell’essere secondo Etra, ora con quelle stesse pagine, mi ci pulirei il culo, tranne poi correre, qualche secondo dopo, sotto al lavandino per recuperare il salvabile perché lì, imbrattata tra il bianco e l’inchiostro, ci sono io. Una pallina impazzita che non sa, proprio non sa, quale sarà il prossimo muro contro il quale rimbalzerà.
Dai, buttiamola lì una verità, di quelle verità che hanno perso l’infanzia: io bluffo con me stessa. E’ una lama sottile che mi passo sull’anima per vedere se trovo un pertugio dimenticato aperto da madre natura. Se lo troverò mi ci infilzerò per ammettere a me stessa che bluffo e che è ora che esca da questo involucro incolore che mi tengo avvolto intorno. Se riuscissi a squarciarlo non so come andrebbe a finire. Forse, semplicemente, comincerei a vivere la vita che non so di voler vivere. Forse mi ritroverei ad avere una di quelle personalità borderline difficilmente recuperabili e sinceramente temo questo. I miei sogni me ne parlano spesso. Vedo cose. Parlo con persone. Tiro fuori il peggio di me durante la notte. Forse è il momento nel quale rendo visibile ciò che tento di rendermi invisibile.
Non cerco l’approvazione della gente semmai io temo la gente: sia quella che dice d’amarti che quella che ti sputa addosso. La gente non sa che farsene della tua fragilità, ti tocca tenertela, custodirla e se ti riesce magari anche nasconderla. Se esco, se uscirò dovrò provare a darla in pasto a tutti e non so se ne ho voglia. Perché se dovessi mostrarmi “tutta” dovrei mostrare la mia piccola anima di bambina. Quella bambina che non mi ha mai abbandonata e che si porta dentro una delicatezza che ha la trasparenza del cristallo finissimo ma già sbrecciato.
Poi, accade che qualche volta la nostra “vita interiore” trova un orecchio pronto ad ascoltarne il suono. Come se questo qualcuno si fosse bagnato il polpastrello e passandolo sulla circolarità di certi incontri, rimanesse ad ascoltarne il suono magico. Ci si riconosce e a me tanto basta.
Rimango precariamente integra ma non vigile a me stessa.

Inversa




- Jan Saudek - Little Ilaria's Makeup, 1984

Ci siamo. E’ uscito. Mi hanno pubblicata.
Si tratta di una raccolta di racconti tratti da blog che “come” il mio, raccontano di situazioni più o meno spinte. Almeno così dicono, perché io in questi giorni folli fatti di un’azienda che sta per chiudere per ferie, una casa che sta per essere ultimata lavandini, soppalchi, cavetti in acciaio, fori, cucina, armadio, una vacanza saltata ed una rimediata, non ho avuto nemmeno il tempo di andare in libreria a prendermi una copia del libro che raccoglie alcuni miei post. Ho anche dubbi sul titolo : “Hard Blog” o “Sex Bloggers”, so solo che ha la copertina argentata e che è edito da Mondadori a cura di Berbera & Hyde. Insomma, non so praticamente nulla, so solo che devo ringraziare voi, tutti voi, dal profondo del cuore. Mentre scrivo ascolto Mina, il mio compagno mi ha appena chiamata ed ancora non sa nulla di tutto questo. Lo scoprirà quando gli consegnerò il libro e con lui un segreto. Un segreto che dura da un anno ed è fatto di parole, scoperte e menti eclettiche. Questo blog è nato per caso. E’ nato da una grande emozione, quella provata leggendo il blog de La Mauvaise Reputation, prima non sapevo nemmeno cosa fosse un blog. La lessi per giorni interi affascinata dal suo stile, dalla sua sagacia e da qualcosa altro che sin da quel momento mi ha legata a lei profondamente. Poi ho seguito i suoi links e ho travato Khu e con lui la sua arte, il suo umorismo, un universo che mi ha accolto con simpatia e grazia. Devo a queste due straordinarie persone se oggi posso entrare in una libreria e sorridere pensando che esiste in qualche scaffale un libro con le mie parole stampate.
Ecco, ora mi viene da dire: la vita è bella.
Mio nonno, classe 1919, si è spento sabato all'alba.
L'ultima frase che mi ha detto : " Quella donna mi fa diventare matto!!!".

Pater Noster, qui es in caelis, sanctificétur nomen Tuum, adveniat Regnum Tuum, fiat volúntas tua, sicut in caelo et in terra. Panem nostrum cotidiánum da nobis hódie, et dimitte nobis débita nostra, sicut et nos dimittímus debitóribus nostris; et ne nos indúcas in tentationem, sed libera nos a malo.
Amen.
La lancetta è sul rosso. Un orologio che segna il pieno di emozioni, di pazienza, di decoro, di autostima. Un gran calderone. Scrivo, non guardo il video. La lancetta è sul rosso, zona di pericolo. Il cervello non smette di macinare immagini singhiozzando perché manca l’energia. Il Gutron arriva in circolo, benzina per qualche ora che serve solo però a ridarmi l’attenzione sulle cose.

"Cos'è che ti piace, esattamente, di questa foto?"
Lust
"...l'attimo che coglie. La mano di lui che non si vede ma che immagino a stringere i glutei di lei, un gesto di possesso, un attimo, l'attimo che travalica, tracima, ciò che non si può fermare, la testa che gira, il sapore della sua bocca la prima volta, quel bacio tanto sognato, il legno o muro che le preme sulla schiena e lui che la preme sul muro o legno o..... mi piace ciò che non si vede, ciò che lascia immaginare, ciò che ci sarà dopo, il cuore che pulsa, la testa che gira, ancora, il fatto che non possono, non lì, non ora, la camicia aperta di lei, presagire che lei riverserà la testa all'indietro e lui le bacerà il collo, piano, fino all'orlo della sottoveste bianca e che poi alzerà per un attimo gli occhi per guardarla in volto mentre le dita di lui abbasseranno piano quel lembo di stoffa bianca e lei gli offrirà il suo seno...ed infinite infinite altre cose. Narrazioni nascoste. E' il bacio di Hayez al rovescio. Trasfigurato in tutto, nell'abbigliamento, nella mancaza di sete cerulee, nella compostezza. Certo, questa è "sporca" cinematografia, una visione pornografica di quanto fece fare invece Hayez alle mani dolcissime del suo uomo dal cappello piumato quando cinse amorevolmente la testa di lei. Ci vedo tutto...tutte le mie categorie...c'è ALTRO, c'è lei...una cattiva bambina, c'è l'attimo in cui ho scelto di pubblicarla..un dolcissimo cazzeggiamento prima di uscire dall'ufficio, c'è l'atmosfera da EBJC povocante e vietata, c'è ciò che si diranno...parole proibite, suoni di voci rauche e ansimanti, c'è il grande bluff dell'amore...l'attimo nel quale pensi "è Lui", " è Lei", c'è un "capolavoro" in un fotogramma, c'è l'origine delle cose, della vita, il famoso "motore del mondo", c'è il dopo, l'amaro cocente da mandare giù come un grumo di veleno con una sorsata di rhum, ....mia cara Lust....c'è il Senso. Ecco cosa ci vedo "esattamente". E ora vado a letto...il Tavor sta per fare effetto e la testa vaga in luoghi indefiniti..Notte.....ho sonno.....tanto poi alle 4.40 sarò sveglia..ho sonno.
Ci sono diversi tipi di lezioni.
C’è la lezione che nasce dal particolare ossessivo ed ossessionante di qualcuno che non c'è e mentre sei lì, con le gambe aperte, l’orgasmo sale caldo tra le cosce e la mente. Il corpo ad gli occhi chiusi si protende verso un’immagine di carne che vorresti lì, proprio in quel momento. E’ la lezione del desiderio: forse la più straziante perché quasi mai veramente appagante. Desiderare così tanto qualcuno, che non si può avere, da sentire la necessità di toccarsi immaginando di amare il suo corpo, distrae, in verità, e non appaga il tormento che, un attimo dopo l’orgasmo, torna ad essere quello di prima: una privazione pulsante tra cervello, cuore e pube.
C’è la lezione del silenzio, quando è notte o durante un infuocato pomeriggio estivo mentre fuori il sole arroventa l’asfalto. Dentro casa, all’ombra della propria camera, distesa sulle lenzuola fresche e bianche, mentre un alito di vento solleva le tende e si avvertono solo i rumori appannati del traffico rarefatto d’agosto. E’ una lezione silentemente cheta, fluida. Sono movimenti lenti, in punta di polpastrelli. Capezzoli sfiorati, mani quasi svogliate al limite del sonno. Una siesta, l’ultimo nodo da sciogliere, senza troppa convinzione, perché ciò che conta non è arrivare all’apice, ciò che conta è cullarsi. Una nenia per se stessi, come ascoltare una fiaba, poco conta se si sente il finale.
La lezione della curiosità è forse quella più perversa. Nasce dal già fatto, dal già visto, dal già provato. Guazzabuglio di esperienze, affinamento di arti acquisite. Ci si sperimenta ancora, ancora. Uno, due, tre orgasmi senza fine. Compulsivamente curiosa di capire se anche in quel modo anziché l’altro posso godere. Il corpo è mezzo. Pressioni dosate, sfioramenti azzardati al limite del levitare e mente sgombra da immagini; a governare è solo l’attenzione curiosa di vedere dove si può arrivare.
Poi c’è una lezione che non è una lezione ed è quella della voglia. Mollusco viscido e caparbio. Vene che pulsano e gambe che si stringono. Non c’è tempo, non fare storie. E’ bisogno impellente per riequilibrare un ormone che vaga impazzito. Non uno ma mille uomini ti passano per la mente, immagini, gesti, mani, non una ma mille donne ti ansimano tra le cosce bagnate. Non distingueresti un solo volto se ti chiedessero di dire chi hai visto dentro i tuoi occhi chiusi mentre il cuore pulsava sempre più veloce e una lacrima di sudore scendeva ad imperlarti la fronte. Cazzo, non sai, non lo puoi dire, c’erano, erano tanti, tutti su di te, tutti insieme anonimi ma virili e femminili e vogliosi e lascivi. Finisce in un urlo, di solito. Poi ti alzi dal letto e vai a farti due uova fritte, più tardi forse un film o un buon libro, per ora un buon bicchiere di vino bianco e le uova, sì le uova.
La lezione di chitarra è il connubio di tutte le volte che ho lasciato fare alle mie mani. E’ la lezione del se lo fai poi smetti di crescere, è la lezione della prima volta che ci si infila la mano nelle mutandine perché qualcosa di stranamente piacevole accade lì sotto, la lezione che cresce con te, nel bagno, sotto le lenzuola la notte, sotto la doccia, davanti a lui mentre ti guarda, quando sei incazzata, stanca, annoiata, ubriaca, quando hai così tanta voglia che ti faresti anche il vicino di casa ma in verità ciò che vuoi è godere per il semplice, sublime fatto che puoi mettere in atto tutta quella devastante teoria di gesti che porta al piacere. Ho sempre pensato che una bella genuina, sana ma non per questo meno sapiente, lezione di chitarra sia alla base di qualsiasi pompino ben riuscito. Ma questo è un altro discorso e detto così potrebbe sembrare solo una nota stonata anche se, credetemi, non lo è. Le due cose viaggiano nello stesso binario. Assolutamente sì. Amarsi, sapersi dare piacere è fondamentale per poter trasmettere la stessa energia, la stessa passione, le mille colorate vibrazioni e varianti che si usano su se stesse anche sul gesto squisitamente intimo di masturbare l’uomo. Solo quando ti sembra di toccare te stessa mentre è il suo di sesso che hai in bocca, allora potrai essere certa che lo stai mandando al manicomio e che ci state andando insieme. Sì.


“Cattiva bambina” è una di quelle categorie strambe nelle quali metto un po’ di tutto.
Qui, ci sono racchiuse molte Etra, l’Etra piccola, l’Etra che non vuole spiegarsi, che l’ha combinata grossa e nonostante la sua colpa evidente vuole avere ragione. E’ la categoria delle grandi donne conosciute, da conoscere, dimenticate, incazzate. Delle donne che si sono dimenticate di come erano da bambine o che semplicemente non lo hanno mai dimenticato.
Io ero una cattiva bambina, io ero l’una femminuccia del rione a non giocare con le altre bimbe, io giocavo con i maschi, a calcio, con le macchinine, con le biglie con dentro i ciclisti. Io ero la cattiva bambina che odiava le altre bimbe perché stupidamente avvizzite nella loro civetteria.
Con i maschi era diverso, ci si confrontava su vari livelli e se poi risultavo anche meglio di loro allora mi portavano in trionfo per le vie polverose del vecchio paese. Con loro era più semplice ed immediato. Io ero il capo di una banda. Io mi arrampicavo sugli alberi mentre le altre spingevano micro carrozzine piene di ciccio belli paffutelli (al mio avevo tagliato i capelli per vedere se con la cresta centrale tipo punk sembrasse più figo), scavavo la terra con le mani rompendomi le unghie mentre le altre se le pittavano con la lacca rossa delle madri casalinghe, io guardavo i giornaletti porno con mio cugino, rintanati dentro la botte vuota nel magazzino degli attrezzi di mio nonno mentre le altre ancora facevano le boccacce ai maschietti. Io ero la cattiva bambina che disegnò una casa nera e che schiaffeggio la sua migliore amica durante il giorno della sua prima comunione. Amen. Io. Io. Io.
Ero la cattiva bambina che faceva il bagno nel fiume ghiacciato pensando che sarebbe morta ma al quel primo bagno di primavera fatto all’insaputa dei genitori, spogliandosi di fretta e gettandosi dentro senza nemmeno saggiare la temperatura dell’acqua, non avrebbe mai rinunciato. Troppa luce, troppi colori, troppa eccitazione infantile.
Io sono una cattiva bambina che fa le cose e poi…basta non pensarci o semplicemente dire “Domani si vedrà”.
La tovaglia è piegata in due a ricoprire mezzo tavolo, nell’altra metà i documenti per l’ospedale sono ordinatamente impilati.
Mangiamo fusilli al ragù come farebbero degli operai affamati che hanno fretta di tornare al cantiere. Sedute in punta di sedia. In verità io e mia madre mangiamo con sano appetito, mia nonna invece riesce appena a masticare.
E’ stato stabilito che appena ultimiamo il pranzo chiamiamo l’ambulanza per ricoverare mio nonno: non respira bene, ha i bronchi intasati e polmoni che non hanno la forza di liberarsi dalla pesantezza delle mucose.
Sembra quasi un atteggiamento cinico il nostro, mio nonno nell’altra stanza lentamente muore e noi banchettiamo silenziose.
Eppure non vi è nulla di cinico nel nostro atteggiamento, c’è sola un’antica forza tutta femminile di capire che è arrivato il momento. Poche scene strazianti in pieno stile nordico, certo, piangeremo anche noi, ma non ora, non qui, non davanti a mia nonna.
Chiamiamo. Dicono che partono.
Io scendo in strada. C’è un sole meraviglioso ed un’aria ancora un po’ dispettosa.
Ecco, vedo l’ambulanza. Bianco, rosso, blu…nessun suono, non c’è urgenza.
Alzo il braccio per farmi vedere, il mezzo accelera, fa manovra e si ferma davanti all’abitazione dei nonni.
Faccio entrare in casa i due infermieri vestiti da stabilo boss giallo fluò. Dalla camera da letto arriva la voce di mia nonna in una litania dolcissima di “amore….amore….amore….dimmi amore….sì amore…amore”. I due infermieri entrano con decisione nella stanza, mio nonno fatica a metterli a fuoco, si gira verso di me e richiede chi so, gli rispondo che sono gli infermieri che lo condurranno all’ospedale, lui li guarda e con la mano gli fa il gesto di andarsene.
Io gli dico che sì, ora se ne vanno ma con loro se ne deve andare anche lui, allora lui con lo sguardo di un bimbo mi dice “ok, allright!”. (gli americani!!!!)
Escono caricandolo sulla barella, anche lui ora è avvolto in una coperta giallo fluorescente.
E’ indifeso.
Mia madre sale con lui sull’ambulanza. Mia nonna mi crolla tra le braccia.
“amore…amore…amore…”
Domani si vedrà.

(Paul Dzik)
Arrivo nella cucina invasa da una luce gialla, calda e pastosa. Siamo in tre, tre donne sedute intorno ad un tavolo. Tre generazioni: mia nonna, mia madre e in cascata libera io. Penso che intorno a questo tavolo ci sono tre vite e un secolo di storia, di evoluzione, spirali di esperienze. Il mio borbottare mentale mi porta a calcolare anche gli anni di matrimonio: 58 anni mia nonna + i 18 + 13 di mia madre, io potrei buttare sul piatto i miei passati 8 anni di convivenza ai quali però voglio dare un valore di 4 anni di matrimonio, così, tanto per rispetto all’abnorme cifra che vanta mia nonna, arriviamo a 92 anni di vita condivisa con il sesso maschile.
Ed è proprio mio nonno a mancare questa sera, qui, intorno al tavolo. Avverto solo il suo rantolare lontano, dal letto, in camera.
E mentre la mia testa macina questi numeri i miei occhi fissano la mano nodosa di mia nonna che stende le piegoline della tovaglia facendo piccoli cumuli di briciole ai lati del cerchio che disegna insistendo intorno ad un pensiero che sa di pazienza, rassegnazione e di così è, gioia mia.
[...]
La sera successiva, ancora a cena nella casa di mio nonno ed è ancora gineceo intorno a quel tavolo. Guardo le lastre dei suoi polmoni che hanno fumato per 60 anni. Osservo accuratamente come il tumore abbia un che di etereo e lattiginoso, una dispersione di filamenti che si raggruppano e danzano avvolgenti intorno a zone più dense. Vedo in trasparenza mia madre e mia nonna che controllano l’elenco delle medicine. Questa sera saranno nove. Poi mia madre rompe le fila. Io infilo le lastre nella busta di carta giallina e mia nonna va in camera da letto dove mio nonno riposa.
Mi chiama ad alta voce. Per un momento temo. Solo un momento. Poi mi alzo e vado di là anche io.
- Vieni, vieni tesoro che ti vuole salutare –
Oggi mi sembra stia meglio, riesce a parlare. Mi allunga una mano e io mi avvicino per prenderla nella mia e baciarlo in fronte, il mio nonno canaglia.
- mi sembra vada meglio oggi, nonno-
- bhà, sono stanco e qui di morire non se ne parla –
- sembrerebbe di no –
Mia nonna ha già le lacrime agli occhi ma si trattiene. Io invece sono particolarmente tranquilla e mi rendo conto che ad infondermi questa letargia di sentimenti naturalmente luttuosi è proprio mio nonno e suoi occhi con quella luce particolarmente viva.
Mia nonna lo guarda e con un gran sorriso gli chiede
– Quanti corni mi hai fatto in vita tua?-
Io non mi sorprendo più, conosco le loro dinamiche palesemente forzate o semplicemente dovute, da un educazione a me pressoché sconosciuta e quindi anche occulte, talvolta insondabili che hanno tenuto unita questa coppia per oltre mezzo secolo.
Lui allora sbarra gli occhi, la guarda fissa e le dice
- nemmeno uno, morissi qui - e tira fuori da sotto le coperte una mano con indice e mignolo puntati al cielo.
Io penso che adoro questo figlio di puttana che sta per morire.
- Se se…. Me ne hai fatti fino a quando hai potuto…..ma mi vuoi bene, vero? Vero, vecio mio????-
Lui non risponde. Lei ripete la domanda. Lui non risponde. Lei ripete e lui
- Così sembrerebbe! –
Io lo guardo e ridendo mi avvicino per baciarlo e dirgli
- Amen -
- Sempre così sia!-
- Fino alla fine, nonno -
- Fino alla fine -
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