

Kampa (Prague), 2001
Sara Saudkova
Ho l’odore della tua pelle più intima tra le dita.
Ho un dolore messo di sbieco tra l’anima e i polmoni.
Un asta ad indicare una direzione da deserto. Una stella che scompare dietro alle nuvole.
Poi più nulla, allora guido male, infilo la linea tratteggiata del cuore. Qualcuno mi suona un insulto che si perde tra i venti gradi dell’aria condizionata e i cinquanta dell’asfalto. E’ il tuo odore a riempire lo spazio, ad offuscarmi la vista. Il desiderio fa male se arriva troppo in là. Se si dimentica da dove è partito. Se dimentica il particolare: il taglio degli occhi, una risata, quella maglietta, il tono della voce. Se perde il particolare, perde la direzione, si fa notte, una notte senza stelle, nella quale vaghi. Quando il desiderio diventa mondo, quando diventa anarchia, quando dimentica anche di avere origini plebee, se non peggio, medioborghesi.
Quando perde il profilo.
Sai com’è un desiderio senza profilo? Ad un desiderio così non si possono fare ritratti. E come te lo ricordi quando poi ci vuoi ripensare? Quando ti ritrovi sola e frughi l’istante perché ti faccia chiudere gli occhi e rivivere? Se cerchi un desiderio così non lo ritrovi più, non ritrovi più le sue origini, è figlio di nessuno. E’ come la vita che c’è e ti chiedi come faccia a esserci, sì polmoni-cuore-proteine-metabolismo-sinapsi ma poi? Cos’è questa cosa che scorre, che c’è tutta intorno a noi, cos’è questa energia? Che se manca questa, ti resta solo di fissare la trave sopra al salotto e studiare metri, corda, il silenzio prima e dopo. Che se manca questa energia…allora.
E se mi resta solo il tuo odore tra le dita, ricomincia il walzer dell’incompiuto. Mi resta uno scia di vita che prima o poi svanisce. Posso non lavarmi le mani, aspettare fino a domani prendendomene cura per tutta la notte, cercare di non soffiarci sopra il mio alito, inspirando tutto quello che posso, finché posso. Poi domani mi sveglierò, il tuo odore non ci sarà più perso nell’attimo in cui il corpo ha ceduto al sonno, annuserò il cuscino, il lenzuolo, maledirò l’aria e farò fatica perché dovrò ricostruire i tuoi occhi, quella maglietta, la tua risata senza arrivare a quell’onda di luce abbagliante capace di azzittire il tempo, di fermare le teorie, di tornare all’origine che è caos senza condizioni.

"Inverosimile
Sentirti respirare in me
Avverto un brivido
Sei come un vento che non c’è
E si che il giorno ti ha portato via
Senza preavviso senza che
Fossi già così forte
Da farcela senza te.
E’ stato un crimine
Mettere all’asta il posto tuo
Insostituibile
Quello che fu davvero mio
Profumo inequivocabile
Presenza che mai più toccai
Nei silenzi del mondo
Che rimpiange noi.
Oltre ogni limite
Il mio pensiero sta tornando a te
All’abitudine piacevole
Che poi di noi s’innamorò
Amore folle e irragionevole
Da spazzarci via
Per restare solo ed unico
Una splendida pazzia
Ci puoi scommettere
Io non ci riproverò
Ho le mie nuvole
È la che mi nasconderò
Così mi renderò introvabile
al vuoto che ora abita in me
E che rende fragile
il ricordo che ho di te.
Oltre ogni limite
Come quel fuoco che incendiò
Le nostre anime incredule
Dannate per l’eternità
Per raggiungere quel culmine
Per salire fin lassù
Dove ci si arriva facile
Da dove non si torna più!
Oltre ogni limite
tu "
Renato Zero
(Foto-Michael Martin)

Ti guardo messo così, di spalle, seduto sul bordo del letto con la testa tra le mani.
Ma sì, facciamo che la vita resti così, che non ci si ricordi più quanto desiderio c’era.
Se smettesse di nevicare forse sarebbe più facile, meno candido. Dovremmo togliere il colore a questo fermo immagine come in una vecchia foto dalla grana grossa e dal retrogusto d’antan.
Stai andando via da me in un silenzio che rimbomba. Non riesco nemmeno ad allungarmi verso di te, soffio fuori il fumo con forza e fisso la finestra oltre la tua sagoma che rimane immobile.
Non siamo più malati, è come se l’amore ci avesse guarito dalla spontanea illusione di credere che saremmo passati indenni attraverso questa storia.
Il tuo telefono si illumina senza suonare, ne seguo il cicaleccio verde con la coda dell’occhio.
-Vai - penso – alzati, esci di qui, vattene, rispondi, torna a casa da lei. -
E’ un tempo scaduto quello che tratteniamo tra queste lenzuola. Mi sono venduta i giorni con te per pagare il conto in anticipo. Ti ho riscattato come ad un banco dei pegni. Non c’è nulla da dire, non mi giustifico, non ti trattengo, aspettavo questo momento come farebbe l’eroina del più dozzinale dei film, tacendo, dura e risoluta.
Spengo la sigaretta.
Poi succede qualcosa, qualcosa che non è previsto nel copione di un addio. Vai verso l’armadio, ti alzi sulle punte dei piedi e sfili una grossa coperta di lana dall’alto dell’ultimo ripiano.
Te la butti sulle spalle avvolgendoti completamente. Hai il volto stravolto. Non ti ho mai visto così. Vieni verso di me, mi fai uscire da sotto le lenzuola e raccogli il piumone che era scivolato sul pavimento, prima quando non serviva, quando era di troppo tra me e te. Mi ci copri facendomi scomparire dietro alle pieghe soffici della stoffa imbottita. Non vedo più nulla e un nodo in gola mi fa tremare perché tutto vorrei ora tranne che questo fosse un addio. Qualcosa si rompe in me
Mi sento sollevare, mi prendi in braccio, sento che faticosamente riesci ad aprire la finestra.
- che fai? Che stai facendo? Perché ora? Perché mi fai questo? – dovrei chiedertelo ma taccio.
Ti siedi sulla poltroncina in vimini che ho dimenticato fuori sul terrazzo. Io tra le tue braccia, raggomitolata, ora ricordo perché con te è iniziata questa storia.
Frughi piano nella coperta e fai riemergere il mio viso. Siamo sotto la neve a piedi nudi, le tue labbra sono già violacee. Non una sola parola. C’è un silenzio assoluto.
Come facciamo ora? Rimaniamo qui? Perché non mi proponi di morire così tra le tue braccia, così, morire piano io e te. Perché non mi dici che possiamo farcela, che domani andrà meglio?
Mi fai male così. Un male incontenibile, assurdo. Non doveva essere questo il finale, che fine è quella nella quale la neve si confonde ai sussulti del freddo e delle lacrime sul tuo viso.
Che fine è per un amore che non è mai amore?
Esiste l’impossibilità assoluta di sottrarsi ad un odore.
Se la vita vi dà l’occasione di sperimentare questo genere di perversione siatene tanto felici quanto scontenti perché siete sull’orlo di una patologia psichiatrica: l’ossessione.
L’ossessione mi appartiene come forma di desiderio, ha quel retrogusto che non termina mai, che non scema dopo l’appagamento dei sensi, forse proprio perché essendo la forma di desiderio circolare per eccellenza non ha inizio nè fine.
L’odore è inconsistenza, travalica la bellezza fisica e il suo alterarsi negli anni, è nell’aria che uno respira, in quel metro quadro che ci divide dall’altro. L’odore è la carta più arcana che l’amore mette in campo per divinizzarsi. A quel punto a nulla vale la ragione, il buon senso, l’amor proprio, la coerenza, la temperanza: siamo trafitti da un raggio di luna, ammaliati e dannati, inconsapevoli burattini.
Paul Grant Cutright
Poi, ad un certo punto nella penombra, è silenzio.
Silenzio vero. Quel genere di silenzio che dilata, che non ha peso, che ha la consistenza dell’aria vuota di suoni. Sospende il tempo e i corpi. Aiuta a sentirsi più leggeri mentre da uno si diventa due o da due si diventa uno, moltiplicandosi.
Ancora un attimo, il tempo di intuire senza sforzo che siamo sulla stessa lunghezza d’onda, che ascoltiamo lo stesso silenzio che ci stiamo movendo con lo stesso spirito. Lo guardo negli occhi incontro il suo sguardo, non lo lascio. Non cerchiamo di deviarne l’intensità, non esiste quella pungolante sensazione di pudore che solitamente ti fa fare altro, muoverti, reclinare la testa, gemere, rompere in qualche modo la magia per ritornare ad essere in se, vigili al sesso. Non ci molliamo, ci guardiamo e finalmente il silenzio si rompe senza far rumore, senza spostarci senza infrangere.
Tictac…tictac…vuoto che si riempie come gocce soffici sulla neve…l’orologio appeso al muro segna i secondi…ma non fa il suo dovere, non ci ricorda il tempo che scorre.. fa solo ….tictac …entra in noi quel suono, so che lo sente anche lui….tictac….abbiamo la stessa energia che scorre nello sguardo, la stessa sospensione, lo stesso petto che si solleva sotto al fremere di un respiro pesante….tictac…tictac…poi una macchina passa…lì fuori..passa e se ne va…..non disturba, non contorce…resistiamo…tictac…poi un suono liquido la sua mano su di me…tictac…nel mio essere completamente bagnata per lui…e la sua mano a prenderla con il palmo aperto, piano, delicatamente…tictac…i pantaloni calati, il termosifone che riscalda le mie spalle, in piedi, nemmeno la sensazione di una vertigine a ricordarmi che ho due gambe sulle quali stare in piedi, non escludo il mondo, no, implode in me, vivo. Tictac…nemmeno una parola…poi le sue dita si irrigidiscono ed entrano con un solo gesto verso l’alto e si fermano, sento la lana del maglione fare attrito contro il termosifone, genera un suono di tamponamento, lo avvertiamo tutti e due senza espressione, lo ascoltiamo, ascoltiamo il mio corpo sfregarsi violentemente contro il ferro caldo e scendere leggermente sotto al peso del piacere, non un gemito, parla l’aria e le cose per noi. Tic..tac..tictac…e lo accarezzo…la mia mano colma del suo cazzo….ci guardiamo sempre …abbiamo perso le parole.. il senso del linguaggio.. interpretiamo un emozione senza filtrarla…lo accarezzo…ha la pelle soffice a ricoprire vene dure…lo accarezzo così piano che la sua mano fa lo stesso…tic……..tac…..così, allungo, così…piano….i miei liquidi sulla sua mano…generano il primo suono…gli occhi non si separano…non abbiamo più una immagine distinta di noi…impercettibilmente…tic….i nostri visi…tac…si avvicinano mentre…tic….i nostri occhi si socchiudono….perdiamo la facoltà di ascoltare…..le ..nostre…labbra si sfiorano…infinitamente ….dopo tutto…ora posso sentire il suono del mio cuore e del suo..bumbum...perchè il cuore ha un suono trasparente.

Fanculo!
Desiderare troppo mi ammazza. Mi sfianca, assorbe dal centro della mia anima troppa energia. Dimagrisco pur mangiando. Rimango in apnea inconsapevolmente, anche quando guido, mentre spingo un carrello o ascolto qualcuno parlarmi dall’altro capo del telefono, così, all’improvviso comincia a mancarmi l’ossigeno nel sangue e mi gira la testa, allora, ma solo allora, apro la bocca come qualcuno che riemerge da un’immersione troppo lunga, e finalmente respiro. Mi ammazza desiderare così. Mi infastidisce anche non dare sfogo a questo tarlo crudele che mi divora dentro. Una goccia nella notte che batte rumorosamente sempre nello stesso punto: i sensi. Allora divento debole, distratta, evanescente. Non rispondo, non parlo, mi isolo perché lui, il desiderio, mi richiama a se pretendendo attenzione, devozione assoluta. Non c’è scampo e quindi vago dentro di me alla ricerca di soluzioni definitive, rifiuti, negazioni. Ma sono poca cosa, sono volontà false. Cincischio con me stessa. E’ una musica, sempre quella, continua, leggera dolce e soprattutto nostalgica che macera l’animo ma se mai diventerà corpo e respiro, anche solo bacio, oh, sì, solo un bacio, nulla più, allora sarà estasi. Di quelle che ti fanno tremare, sconvolgono e creano l’assoluta certezza che a certe forze non ci si può opporre. Vita, quella vera, quella per cui vale sempre la pena rischiare.
Però, fanculo, che fatica!!!!

E mentre brucia lenta questa sigaretta
io sto seduta qui, che non ho fretta,
ti ascolto, dimmi, tanto è come l'altra volta
facciamo pace a letto e non dentro la testa,
chiunque ci sentisse in questa discussione
direbbe lei cretina ma lui che gran coglione.
Oh, quante bugie mi hai detto, dove ti ho trovato,
in quale maledetto giorno t'ho incontrato,
lo sai che se ti guardo adesso non mi piaci
ridammi le mie chiavi, dimentica i miei baci,
non voglio più nemmeno toccare le coperte
dove ti sei sdraiato, dove ti senti forte.
Che cosa c'è da dire, cosa c'è da fare.
Siamo due cuori affetti dallo stesso male.
Non c'è niente da dire,niente più da fare.
Portati via le tue valigie, il tuo sedere tondo, i tuoi caffè.
Portati via i fiori finti, la tua faccia, la tua gelosia,
vai via, portati lontano da me.
Portati via tutto questo amore che non è mai amore.
E mentre brucia lenta questa sigaretta
sorrido fingo e ti accompagno sulla porta,
io nei tuoi occhi leggo Scusa un'altra volta
poi la tua schiena si allontana quanto basta
così ti vedo andartene su queste scale
da questo astratto amore, da questo stesso male, che mi fai.
Che cosa c'è da dire cosa c'è da fare.
Siamo due cuori affetti dallo stesso male.
Non c'è niente da dire, niente più da fare.
Portati via le tue valigie, il tuo sedere tondo, i tuoi caffè.
Portati via i fiori finti, la tua faccia, la tua gelosia,
vai via, portati lontano da me.
Portati via tutto questo amore che non è mai amore.
portati via
portati via
vai via portati lontano da me.
E mentre brucia lenta questa sigaretta
io sto seduta qui non ho fretta
(Bula Bula - Mina)
C a t e g o r i e
a l t r oE t r a M a i l
etranger04@libero.itA m m i c c a M e n t i
C o m M e n t i
Desdemonaacida in e parliamone...S g u a r d i su di M e
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