
I tavoli fermi, congelati ai bordi della pedana.
Bicchieri come birilli verdi, traslucidi, abbandonati da una mano stanca sul bancone impolverato.
Il postino ha infilato mesi di posta sotto la porta. Ci cammino sopra, sposto con la punta della scarpa una busta arancione, l’austero plico di un’ingiunzione di pagamento, il volantino pubblicitario del bar all’angolo, sorrido perché mio è arrivata voce che abbia già chiuso. Carta, tanta, appiccicata e sporca.
Sollevo la tenda pesantemente rossa dell’entrata e premo gli interruttori nel quadro delle luci, solo una o due, quella che punta sulla pedana e quella che illumina la cassa.
L’ultima volta che sono stata qui dentro in realtà ne stavo uscendo per strisciare da qualche parte, maleodorante di rhum e comunque troppo stanca per qualsiasi vaccata sentimentalistica. Anche ora che sono qui, nuovamente qui, penso che non mi è mancato questo posto, non ci ho proprio pensato al fumo, ai bicchieri, ai clienti, alla musica, a quelle troiette piene di profumo che amavano tanto le mie mani viziate.
Penso solo che riaprirò, che chiamerò Clarice sempre che sia ancora viva.
Accendo una sigaretta, mi avvicino allo stereo e infilo il primo cd che trovo. Eric Clapton, "Crossroads".
Musica. L’ascolto tutta. Poi, quando il pezzo finisce, faccio anche io il verso del pubblico in delirio, ringrazio a gran voce "Clapton", applauso, ancora un urletto, applauso. Spengo la sigaretta mi verso da bere e vado a sedere al mio tavolo quello in fondo al locale.
Questa notte l´Ebjc suona per me.

Alle quattro del mattino per Clarice non è facile ricordare il colore dei ciliegi in fiore. Ai primi di marzo risulta proprio impossibile. Si confonde sempre tra il bianco e il rosa.
A casa di Clarice non mancano le travi.
Di notte poi riesce a parlare con Dio, seduta sul letto parla con Dio. Gli chiede se ci può pensare Lui, almeno questa volta, che ci pensi Lui, che trovi un modo elegante però. Lei non lo è, elegante intendo, mai stata e quindi vorrebbe almeno che in questo ci pensasse Lui, Lui l’essere supremo e trasparente che di notte le si siede affianco e le borbotta nel cervello che così non può farcela. Che ha perso, che doveva pensarci prima, che non ha i coglioni, che non ha colto le occasioni.
Questa notte poi ci si è seduto proprio sopra, le ha messo il culo in faccia e le ha fatto sentire che odore ha la merda di Dio. Allora Clarice ha cercato le pastiglie nel comodino ma non le ha trovate. Non le aveva, non le aveva mai avute. Nemmeno quelle.
Come quell’albero fiorito al di là della strada che ha voluto sbocciare anche se non era il momento, non ha capito che era in atto un bluff tutto intorno a lui. Ci ha creduto ed è sbocciato.
Fregato.
Ebjc. Tavolo all’angolo infondo al locale.
Sposto il fumo della sigaretta con una mano e la guardo camminare verso Clarice.
Gonna con spacco.
Entra l’orientale dell’interno cinque.
Quella dalle belle tette e la fighetta stretta. Mi ha sempre fatto impazzire quella lì.
Vado all’hotel quando il mio cazzo immaginario diventa talmente duro da essere insopportabile. Mi vesto pure da uomo, entro e vado diritta dritta dalla donna dell’androne. Lei è bella, anche troppo. Mi guarda con quel suo fare obliquo, apre la bocca e pronuncia solo una parola “Chi?”.
Io le faccio aprire le gambe almeno quel tanto che basta per accarezzarle con gli occhi quella linea di pelo che si è tracciata a solcarle il sesso. Mi diverte non averla mai scelta, lei e quella sua linea di carne e pelo. E’ una virgola che sposto nell’immaginazione letteraria delle mie perversioni. Forse un giorno la metterò tra una pausa e la risposta “tu”, ma per il momento rispondo sempre e solo “interno cinque”.
C’è del rosso confuso a dell’oro in quell’androne. Calore. Passo al banco, ritiro asciugamano e saponetta poi salgo le scale. Quando entro lei mi guarda e a piccoli passi pastosi va in bagno. Rimango sulla soglia, le lascio il tempo di preparasi. Indossa quel suo sguardo silenzioso e si fa vedere nuda. La donna dell’interno cinque non è per tutti, ha capelli neri e lisci, una pelle così compatta e infantile da suscitare imbarazzo. Solo lei sa aprire le gambe così lentamente, senza fare rumore. Basta questo per aggiudicarsi la mia preferenza. E’ questione di dettagli che non eccedono.

Jan Saudek - Two Faces of Miroslava, 1974
All’ebjc ci sono diversi tizi che dicono di amarmi.
C’è quello che ha un paio di figli, una moglie, un mutuo e qualche sogno tecnologico da comprare a rate. C’è un altro tizio che mi ama ma non fino a quel punto e se non lo chiamo per più di due settimane allora forse ama qualcun'altra . Poi c’è un tipo bizzarro che mi ama perché dice che non so bene cosa sia l’amore, io. Allora per lui è facile: ama me che non so amare ed allora anche se mi ama part time che differenza fa, tanto io non so cosa sia l’amore full time, così ha finito col far diventare le ore che vive qui all’ebjc, l’unità fisica con la quale misura l’amore.
Poi c’è un intellettuale che mi ama assai: tutto fronzoli di parole, sventagliate d’orgoglio fine, afrori di complicità, occhiate traverse. Sta lì. Seduto, ipotizzando un mondo dove la fisicità dimentichi l’umido orgasmo per appropriarsi dell’orgasmo in potenza.
Da qualche tempo c’è pure un tipo che dice di amarmi e di volermi sposare a patto che io la smetta con questa vita e che abbracci i principi sani ed adulti della spesa fatta al sabato mattina, dei silenziosi sorrisi domenicali mentre il ragù borbotta sul fuoco e lui mi legge le cronache del quotidiano fresco di stampa.
Ma il mio preferito è quello che mi ama da dietro la pesante tenda dell’entrata. E’ timido. Mi osserva. Non mi ha mai parlato. Non ci crede mica che io possa interessarmi a lui, no, non ci crede.
Quando lo guardo, si nasconde. Quando mi avvicino, sale le scale e chi lo vede più. Una volta mi aspettò dall’altra parte della strada dopo la chiusura. Un’ombra che sparì velocemente dietro l’angolo della notte. Ne sentivo la tensione però e fu bello quanto un valzer di intenzioni.
Poi ci sono quelli che mi hanno amata fisicamente e che di me portano addosso l’odore o uno slip nel vano portaoggetti dell’auto. Un rondò di fantasmi, una scia di sentimenti vischiosa e lenta che vaga da un tavolo all’altro rimpallandosi memorie lontane che hanno abbondantemente superato la data di scadenza. Eppure continuano in coro a dirmi “Sei nata per…”.
Per loro il mio nome è “Meraviglia”. Hanno rassegnato le dimissioni, hanno smesso di voler capire.
È più di un mese che il locale è chiuso.
Ricordo ancora la faccia che fece Clarice quando le dissi che la sera successiva non avremmo riaperto. Mi guardò fissa negli occhi pronta a ritrovarvi quell’espressione cinica che ho quando la prendo in giro. Non la trovò, non quella sera.
- Hai una nuova ruga, Etra.
- Dici?
- Ieri sera non c’era. E’ lì, in mezzo alla fronte
Allungò la mano e mi prese dalle mani il bicchiere vuoto riponendolo nel lavello.
Sentii l’acqua dello sciacquone scorrere e dopo qualche istante il piccolo indiano passò dietro le mie spalle, salutò me e Clarice con un cenno cocciuto e cortese della testa, si alzò il bavero ed uscì.
- Che farai ora?
- Quando?
- Ora che qui sarà chiuso..
- Aspetterò.
- Non so Clarice se me la sento..
- Di fare che, Etra?
- Di chiederti di aspettare. Non lo so.
- Passerà. Ora vado.
- Perché non mi chiedi mai niente?
- Non serve a nulla chiederti le cose, Etra. Quando vorrai, torneremo.
- E per l’affitto come farai?
- Bè, ho qualcosa messo da parte e poi non mi preoccuperei per me, Etra.
- No, certo…no
E ora che è notte e che mi ritrovo qui, davanti alla porta chiusa dell’Ebjc con la luce rossa dell’insegna ad illuminarmi la vernice nera delle scarpe, mi stringo nelle spalle. E’ tutto quello che so fare.
E’ una notte bastarda, di quelle notti bifolche che si spengono all’alba sotto ad una suola frugata. Se sapessi dove andare c’andrei. Invece me ne resto qui a fumare l’ennesima sigaretta ascoltando il vociare lontano e ridente di una coppia infreddolita. Aspetto che il freddo mi entri dentro alle ossa, che mi impedisca di stringere le dita intorno all’ultima boccata di fumo. Canticchio un motivo ma anche quello dopo un po’ mi muore in gola. Si ferma tutto lì, ultimamente. Le fantasie, le parole, le voglie, l’energia. Appoggiata al muro guardo le mie gambe e la gonna troppo corta. Un eresia di stoffa a coprire mutandine troppo striminzite. Potrei vendere questo mio nulla se qualcuno si fermasse a contrattarlo, ora. Alzo quella striscia di velluto nero, su fino alla pancia, non mi chiedo cosa sto facendo, lo faccio e basta. Sollevo appena il bordo delle mutandine e ci guardo dentro. Io e lei siamo compagne di bevute, di notti a scopare, di lingue da sentire, di dita da fermare. Mi viene da ridere nell’unico modo sconclusionato ed osceno che conosco quando arrivo in fondo ad una bottiglia di rhum. Riabbasso tutto, mi sistemo bene, lisciando con il palmo piatto della mano tutte le piegoline di stoffa.
Camminare in linea retta è il mio unico proposito. L’unico che mi pongo fino alla fermata dei taxi, se ne trovo uno disposto a rimetterci la tappezzeria nel percorso da qui fino a casa mia. Anche Parigi non mi aiuta questa notte. Mi fa paura. E’ troppo grande e troppo piena di cose, di vite, di gente, di gemiti e di pugni.
Mi schiaccia tra l’asfalto umido e un cielo che intuisco nero. Un semaforo, giù dalla discesa, perché penso che la strada sia in discesa ora, il passo aumenta, non riesco a mantenere il ritmo, come se qualcuno mi spingesse da dietro, un semaforo lampeggia incazzato tutta la luce gialla che ha da sputare fuori. Non riesco a fissarlo, chiudo gli occhi ma sbaglio. Sbaglio a credere che la mia testa reggerà la cecità per più di un batter di ciglia.
Sono a terra. Lunga distesa.
E penso a Clarice che mi disse “Aspetterò”…ma che vuoi aspettare Clarice? Cosa? Di leggermi nella cronaca di un giornale? Sto andando giù Clarice. Giù. Percorro queste strade di notte e le percorro così, strisciando. Ma sai quanto dovrei strisciare per poter suonare al tuo campanello e dirti – smettila di aspettare -.
E’ difficile capire le donne come me quando se ne vanno via per leccarsi ferite invisibili.
E’ un mondo adulto, ed io sto sbagliando da professionista…..
Mi ci vuole tempo, cazzo, tempo….anche solo per rimettermi in piedi.

"Due note e il ritornello era già nella pelle di quei due
il corpo di lei madava vampate africane, lui sembrava un coccodrillo…
i saxes spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga
e la canzone andava avanti sempre più affondata nell’aria…
quei due continuavano, da lei saliva afrore di coloniali
che giungevano a lui come da una di quelle drogherie di una volta
che tenevano la porta aperta davanti alla primavera…
qualcuno nei paraggi cominciava a starnutire,
il vantilatore ronzava immenso dal soffitto esausto,
i saxes, ipnotizzati… dai movimenti di lei si spandevano
rumori di gomma e di vernice, da lui di cuoio…
le luci saettavano sul volto pechinese della cassiera
che fumava al mentolo, altri starnutivano senza malizia
e la canzone andava elegante, l’orchestra era partita, decollava…
i musicisti, un tutt’uno col soffitto e il pavimento,
solo il batterista nell’ombra guardava con sguardi cattivi…
quei due danzavano bravi, una nuova cassiera sostituiva la prima,
questa qui aveva gli occhi da lupa e masticava caramelle alascane,
quella musica continuava, era una canzone che diceva e non diceva,
l’orchestra si dondolava come un palmizio davanti a un mare venerato…
quei due sapevano a memoria dove volevano arrivare…
un quinto personaggio esitò
prima di starnutire,
poi si rifugiò nel nulla…
era un mondo adulto,
si sbagliava da professionisti... "
Paolo Conte
Capolavoro n°10
Autore: Malacarne
Titolo: Regina noctis

Ci siamo. E’ uscito. Mi hanno pubblicata.
Si tratta di una raccolta di racconti tratti da blog che “come” il mio, raccontano di situazioni più o meno spinte. Almeno così dicono, perché io in questi giorni folli fatti di un’azienda che sta per chiudere per ferie, una casa che sta per essere ultimata lavandini, soppalchi, cavetti in acciaio, fori, cucina, armadio, una vacanza saltata ed una rimediata, non ho avuto nemmeno il tempo di andare in libreria a prendermi una copia del libro che raccoglie alcuni miei post. Ho anche dubbi sul titolo : “Hard Blog” o “Sex Bloggers”, so solo che ha la copertina argentata e che è edito da Mondadori a cura di Berbera & Hyde. Insomma, non so praticamente nulla, so solo che devo ringraziare voi, tutti voi, dal profondo del cuore. Mentre scrivo ascolto Mina, il mio compagno mi ha appena chiamata ed ancora non sa nulla di tutto questo. Lo scoprirà quando gli consegnerò il libro e con lui un segreto. Un segreto che dura da un anno ed è fatto di parole, scoperte e menti eclettiche. Questo blog è nato per caso. E’ nato da una grande emozione, quella provata leggendo il blog de La Mauvaise Reputation, prima non sapevo nemmeno cosa fosse un blog. La lessi per giorni interi affascinata dal suo stile, dalla sua sagacia e da qualcosa altro che sin da quel momento mi ha legata a lei profondamente. Poi ho seguito i suoi links e ho travato Khu e con lui la sua arte, il suo umorismo, un universo che mi ha accolto con simpatia e grazia. Devo a queste due straordinarie persone se oggi posso entrare in una libreria e sorridere pensando che esiste in qualche scaffale un libro con le mie parole stampate.
Ecco, ora mi viene da dire: la vita è bella.

"Cos'è che ti piace, esattamente, di questa foto?"
Lust
"...l'attimo che coglie. La mano di lui che non si vede ma che immagino a stringere i glutei di lei, un gesto di possesso, un attimo, l'attimo che travalica, tracima, ciò che non si può fermare, la testa che gira, il sapore della sua bocca la prima volta, quel bacio tanto sognato, il legno o muro che le preme sulla schiena e lui che la preme sul muro o legno o..... mi piace ciò che non si vede, ciò che lascia immaginare, ciò che ci sarà dopo, il cuore che pulsa, la testa che gira, ancora, il fatto che non possono, non lì, non ora, la camicia aperta di lei, presagire che lei riverserà la testa all'indietro e lui le bacerà il collo, piano, fino all'orlo della sottoveste bianca e che poi alzerà per un attimo gli occhi per guardarla in volto mentre le dita di lui abbasseranno piano quel lembo di stoffa bianca e lei gli offrirà il suo seno...ed infinite infinite altre cose. Narrazioni nascoste. E' il bacio di Hayez al rovescio. Trasfigurato in tutto, nell'abbigliamento, nella mancaza di sete cerulee, nella compostezza. Certo, questa è "sporca" cinematografia, una visione pornografica di quanto fece fare invece Hayez alle mani dolcissime del suo uomo dal cappello piumato quando cinse amorevolmente la testa di lei. Ci vedo tutto...tutte le mie categorie...c'è ALTRO, c'è lei...una cattiva bambina, c'è l'attimo in cui ho scelto di pubblicarla..un dolcissimo cazzeggiamento prima di uscire dall'ufficio, c'è l'atmosfera da EBJC povocante e vietata, c'è ciò che si diranno...parole proibite, suoni di voci rauche e ansimanti, c'è il grande bluff dell'amore...l'attimo nel quale pensi "è Lui", " è Lei", c'è un "capolavoro" in un fotogramma, c'è l'origine delle cose, della vita, il famoso "motore del mondo", c'è il dopo, l'amaro cocente da mandare giù come un grumo di veleno con una sorsata di rhum, ....mia cara Lust....c'è il Senso. Ecco cosa ci vedo "esattamente". E ora vado a letto...il Tavor sta per fare effetto e la testa vaga in luoghi indefiniti..Notte.....ho sonno.....tanto poi alle 4.40 sarò sveglia..ho sonno.

All’Ebjc si dice che Clarice fosse una donna senza passato. Veniva da lontano, da oltre oceano. Grassa e unta, si era dimenticata chi era.
All’Ebjc si dice che Clarice, quando stava in America, fosse bella e perduta, una specie di bambolina bionda senza anima. Un vuoto a perdere.
All’Ebjc si dice che Clarice non parlasse mai del suo passato, che anzi non l’avesse mai confidato a nessuno e che del suo passato si fosse venuto a sapere attraverso un giornale. Un foglio di giornale, per la precisione, che un venditore ambulante, gonfio e tarchiato, di New York City, aveva usato per avvolgere una piccola e mediocre riproduzione seriale della statua della libertà: il regalo che Pierre aveva deciso di portare alla moglie rimasta in Europa.
All’Ebjc si dice che Pierre, una volta tornato da NY avesse portato la sua valigia in camera da letto e mentre la moglie, Marianne, gli preparava la cena, lui avesse aperto la valigia, avesse tirato fuori le camice sporche, le calze, le mutande, il kit per la barba, che avesse diviso tutto in panni chiari e in panni scuri riponendoli poi sotto al lavello, nella cesta della biancheria sporca. Si dice che una volta tornato in camera avesse frugato alla cieca nella tasca interna della valigia e quasi con stupore, avesse ritrovato la statuina in bronzo avvolta nel foglio di giornale.
Si dice che Pierre a quel punto si fosse seduto sulla sponda del letto e che avesse scartato con cura la piccola riproduzione in bronzo ma una volta rimirata, rigirata tra le mani, soppesata con quel gusto tutto intimo che si prova nel compiacersi per aver avuto una bella idea, bella idea Pierre! Le piacerà!, fosse rimasto ancora qualche istante ripiegato sulla pancia sporgente e che, improvvisamente, il foglio di giornale, che era stato appoggiato sul letto, fosse caduto sul pavimento.
In quell’istante, dalla cucina, Marianne chiamò Pierre e Pierre si alzò ma non prima di essersi faticosamente flesso verso il pavimento per raccogliere il foglio di giornale sdrucito.
All’Ebjc si dice che quando Pierre posò gli occhi sulla fotografia in centro pagina, smise di respirare.
Pierre amava Marianne, l’amava da sempre. Erano sposati da 22 anni, senza figli, no, lui non poteva averne, non ricchi, no, si arrangiavano. Durante quei 22 anni Pierre aveva perso i capelli, si era comperato un parrucchino da 2000 dollari, aveva messo su 15 chili, 8 multe per divieto di sosta, aveva portato Marrianne in Italia, in Spagna, mai in America, aveva avuto le emorroidi, non mangiava più cibo piccante ma qualche volta, quando tirava tardi in ufficio, si concedeva il lusso di andare a bere un goccio all’Etranger Boulevard Jazz Club.
Non che gli piacesse molto come locale, no, anzi, lui si sentiva un pesce fuor d’acqua lì dentro ma ci beveva roba buona, ci trovava della buona musica e soprattutto c’era Clarice. Non ne era innamorato, no, che sciocchezze…alla sua età, un uomo sposato, no no, è che con Clarice ci parlava bene. Le aveva anche confidato di essere andato a vedere uno spettacolo di lap dance, a New York, con i colleghi, una volta, qualche anno fa.
All’Ebjc si dice che quel foglio, quella sera, in quella camera da letto, alla periferia di Parigi, venne ripiegato in fretta, in fretta inserito nella tasca dei pantaloni e che Pierre, finalmente, fosse andato in cucina, da Marianne, con una mano nascosta dietro alla schiena. Si dice che lei avesse squittito un cos’è? Che nascondi? E che lui l’avesse baciata porgendole in dono il suo pezzo d’America.
Solo più tardi, molto più tardi, quando si ritrovò solo nel bagno per le consuete abluzioni serali, ebbe il tempo di leggere il foglio di giornale.
All’Ebjc si dice che Clarice fosse molto diversa in quella fotografia, molto più giovane e molto più bella ma infinitamente più triste. Si dice che l’articolo titolasse a tutta pagina “Clarice, il mostro che seduce”.
Poi, sotto, di seguito, la storia, riassunta, tagliata, ricucita, assemblata per ricoprire uno spazio a 6 colonne. Sul retro del foglio, la pubblicità di un dentifricio.
All’Ebjc si dice che Pierre non dormì quella notte, dopo quello che aveva letto e che non andò nel locale per più di anno. Poi, quando finalmente si decise, si appoggiò al bancone, ordinò il suo scotch e guardò allungo negli occhi Clarice. Si dice che si scambiarono alcune parole fittefitte e che poi Clarice spacco la bottiglia di scotch in testa a Pierre. Pierre fu portato all’ospedale, medicato e fasciato e una volta uscito, sedutosi alla fermata del bus 29 barrato, scoppio in un pianto doloroso.
Clarice uscì dal locale, afferrando la sua borsetta e bestemmiando contro un Dio che non la voleva lasciare in pace.
Si dice che camminò tutta la notte lungo la Senna. Si dice che inciampò, che cadde, che non si rialzò, volle rimanere così con la faccia a terra , si dice che non pianse ma che dalla sua bocca uscì un lamento cupo, un lamento che veniva dal sottosuolo, come se qualcuno le stesse strappando il cuore, come se qualcuno la stesse soffocando, come se Pierre le avesse rubato le lacrime.
Si dice che in realtà le lacrime non gliele avesse rubate Pierre ma che invece lei le avesse sotterrate in America, molti anni prima. Si dice che Clarice, molti anni prima, una notte, uscendo dal Villange Vanguarde, fosse terribilmente ubriaca e bella, piena di jazz che le rimbombava dentro e che, quella notte, inciampò, cadde e non si rialzò. Non ci riuscì, le girava tutto. Cadde in un vicolo buio dove non passava mai nessuno e nemmeno lei, di solito, ma quella sera sì e inciampò. Ma questo nell’articolo del foglio di giornale, non c’era.
Si dice che quella notte due grosse mani l’afferrarono per i capelli e che un poderoso calcio le spezzo le reni sottraendole il fiato per urlare un qualche tentativo di soccorso. Dietro al cassonetto dell’immondizia, in una notte newyorkese, con il suono lontano di una macchina della polizia a rompere il silenzio metallico della città, a Clarice vennero strappate le mutandine, venne tappata la bocca, venne inciso un capezzolo con una lama gelida e venne infilato un grosso, sconosciuto cazzo tra le cosce. L’indomani mattina, Clarice venne trovata, in quello stesso punto, dai netturbini. Era gonfia, tumefatta, dormiva e avrebbe voluto non svegliarsi mai più. I due la fecero alzare e lei si fece portare al suo appartamento, no, niente polizia, ospedale, denunce, niente di niente, avrebbe dimenticato, forse, ma raccontare ancora del cemento che le graffiava la schiena, dello sfregamento di quel corpo massiccio che le stava sopra schiacciandola, raccontare ancora di quel fiato fetido che le ringhiava puttana mentre le fotteva l’anima, mai, mai più.
Il mese dopo, due mesi dopo e per molti mesi a venire, Clarice sparì dalla circolazione. Si dice che le mancasse il fiato, che non camminasse più bene, che improvvisamente fosse ingrassata, che improvvisamente non indossasse più tacchi alti e minigonne mozzafiato. Si arrivò a dire che fosse incinta.
Clarice sparì, andò in Georgia, dalla madre, nel profondo sud, trovò un po’ di pace, si dice. Partorì unn bimbo in salute, bello, bellissimo. Biondo, come lei.
Poi Clarice riapparve sulle strade di New York.
Così come se n’era andata, così tornò, senza che nessuno la notasse.
Pallida e seria, tornò al suo appartamento trascinandosi dietro un fagotto e una borsa piena di pannolini e vestitini e medicine e biberon. Quando fu nel suo appartamento lasciò cadere il pesante borsone mentre con il braccio destro teneva stretto al petto il piccolo in fasce. Si dice che Clarice, in quel preciso momento, si guardò allo specchio e che pianse come non aveva mai più fatto da quella maledetta notte in quel vicolo. Si dice che si barricò dentro a quel minuscolo buco che lei chiamava casa, su nell’East Side di Manhattan. Che non uscì, no, nemmeno quando le poche provviste finirono. Che non uscì di lì nemmeno quando improvvisamente il suo florido seno smise di produrre latte per il piccolo. Si dice che non si lavò né lavò il bimbo per settimane, che rimase al buio, con le imposte chiuse, per tutto il tempo, si dice che bevve l’inimmaginabile tanto da addormentarsi di schianto sul grande letto sfatto. Si dice che si svegliò con un gran mal di schiena e con qualcosa di fastidioso che le puntellava la spalla, da sotto. Si disse che scivolò lungo il letto, che si rattrappì, che non vide più la luce, che non sentì, che il suo cuore si fermò, che l’aria mancò, che la terra tremò, che quel giorno Dio e il Diavolo e la Vergine Maria e le parole e gli scrittori e le notti e le sue belle tette e le sue unghie, le si piantarono nella carne. Si dice che sanguinò, che cercò di strapparsi gli occhi, che cercò di stuprarsi con un coltello da cucina, si dice che l’inferno fosse arrivato in quel buco nell’East Side.
Il piccolo giaceva inerme, morto sotto al peso della madre durante quella notte di ottobre.
All’Ebjc si dice che Pierre non prese l’autobus ma che invece camminò allungo quella notte, solitario, scalciava sassi, lattine, pacchetti di sigarette accartocciati, rigirando il parrucchino all'interno della tasca dei pantaloni. Era bella Clarice in quella foto, ma triste, terribilmente triste e di lei in America se n’erano dette di tutti i colori dopo che fu trovata in stato di shock aggrappata al telefono, quasi del tutto dissanguata, mentre cercava disperatamente un essere umano che venisse lì, nell’East Side a salvare suo figlio. Pensò alla solitudine di certe creature, pensò alla sua di solitudine, a Marianne che la leniva un po’. Pensò che non avrebbe mai più rivisto Clarice e quegli occhi trasparenti che gli si erano piantati nelle viscere come i vetri di quella bottiglia.
Aprì la porta di casa. Marianne sicuramente stava dormendo. Andò nel loro salotto, al buio, si sedette sulla poltroncina di pelle vicino alla finestra e rimase a fissare un raggio di luce lunare che trafiggeva una piccola, insignificante fiaccola di bronzo, lì, sul tavolino, in centro stanza.
Poi Clarice si alzò, la bocca piena di terra ad impedirle di respirare. Sputò, si strofinò le labbra con il palmo della mano impastando il rossetto cremisi con grumi di terriccio. Sarebbe andata a casa, ecco cosa si dice all’Ebjc. Ecco cosa si dice!
Ancora oggi, a Parigi, qualcuno racconta di aver udito quel lamento d’oltretomba sorvolare le gelide acque della Senna e salire su verso una stella invisibile.
Altro… non so….


Qualche volta all'Ebjc ci si rombe francamente il cazzo!
Qualche volta ci sono e vorrei non esserci.
Francamente all'Ebjc qualche volta gira gente che è meglio proprio di no. All’Ebjc il rhum qualche volta è di quello scaduto e se poi mi dite che il rhum non scade, bhè, io vi dico di sì e siccome il locale è il mio o è così o quella è la porta.
E’ che qualche volta sento che è qualche volta e non quella volta e allora di ascoltare la musica tirata da un fiato corto non mi va.
Vai all’Ebjc perché conti di incontrarci qualche bella gnocca o qualche quel maschione ed invece all’Ebjc qualche volta non c’è proprio nulla se non mezzi bicchieri vuoti e la donna grassa ed unta dietro al bancone, che sì, vabbè, sarà anche stata bella, lei, ma adesso basta con sta storia.
Qualche volta all’Ebjc entra il mio spacciatore e mi dice che non ha nulla da spacciare e allora nemmeno quella roba lì mi spetta e rimaniamo seduti ai due tavoli apposti del locale ‘che se si avvicina….
E’ che qui, all’Ebjc, anche le storie da raccontare qualche volta finiscono e ti ritrovi senza clienti, senza soldi, con una saracinesca da tirare giù e grazie a dio, qui, i telefonini non prendono e allora non ti possono rompere il cazzo più di quanto non te lo stia già rompendo da sola.
All’Ebjc, francamente, qualche volta…bhà…

All’E.B.J.C. si tira tardi.
Si tira tardi per una serie infinita di ragioni. Si tira tardi perché a casa c’è una moglie in pantofole che ti aspetta, perché domani in ufficio il capo vorrà esercitare su di te la sua parte di cinismo, perché domani dovrai timbrare il cartellino e di guardare dentro la tua busta paga non ne hai proprio voglia, poche cifre e sempre uguali. Si tira tardi perché quella puttana dal cuore caldo ti ha strappato un sorriso e sei rimasto fregato per il resto dei tuoi giorni, perché pensi a lui che ti parlava piano all’orecchio camminando al tuo fianco nelle vostre passeggiate clandestine ma tu hai osato guardare dentro a casa sua sperando di vederci una scena triste.
Si tira tardi perché eri uscito a comprare le sigarette ma non ce l'hai fatta ad andare oltre la periferia, oltre la pianura, oltre le montagne per non tornare più e allora approdi al bancone ad aspettare l’ora nella quale il sonno invaderà le tue abitudi e potrai tornare a casa, sempre lì, ancora lì, nelle prigioni che ti sei costruito. Una fuga da fermo.
Si tira tardi perché ti sei annacquato il cervello con la poesia corrotta di un poeta maledetto che beveva troppo insegnandoti che non c’è tempo per le emozioni quando sei a corto di alcol e un tarlo ti trascina da un bar all’altro alla ricerca di qualcuno che ti offra da bere. Perché di soldi non ce n’hai, le braghe ti scendono sul culo e devi pure suscitare compassione. Ecco, ci vuole tempo per tutto questo e così si tira tardi all’E.B.J.C.
Si tira tardi perché qui c’è la musica, quella vera, quella sincera, quella che parla all’anima e agli uomini pazzi. Qui, puoi startene seduto al mio tavolo quello nell’angolo infondo al locale, inghiottito dall’ombra umida di una confidenza. Ciondolante tra ghiaccio, rhum e jazz cercherai di capire se sarà l’ultima notte, poi basta, poi cambi.

Ieri sera all’Etranger Boulevard Jazz Club me ne stavo seduta al mio tavolo. Quello nell’angolo infondo al locale. Io e la donna grassa e unta si parlava di quell’anno passato a New York, delle notti interminabili e della sera in cui la conobbi.
Di lei si poteva dire tutto: che era grassa, unta, volgare e anche un po’ svampita ma di certo non si poteva dire che non fosse stata una gran bella donna. Certo erano passati gli anni e su di lei erano passati impietosamente.
Se la si guardava negli occhi però si riconosceva ancora quella luce viva, quella sorta di potenza innata che l’aveva fatta ancheggiare su tacchi troppo alti e che l’aveva portata ad essere una delle donne più desiderabili e desiderate di tutta Manhattan.
Conobbi Clarice nell’anno che passai a New York. Un anno strambo, un viaggio dal quale non ero tornata essendomi trovata subito invischiata in uno strano giro di jazz, locali e spacciatori.
New York mi aveva catturata, risucchiata nelle sue notti.
Clarice serviva al banco del Village Vanguardie Club al numero 178 7th Avenue al Greenwich Village. Erano gli anni 60, Johnson era da poco presidente, Malcom X era ancora tra i vivi e dal lontano Vietnam arrivano notizie di morte. Chi viveva di notte e frequentava certe “devianze” socioculturali, lì dentro, al Vanguarde, il tempio del jazz, ci finiva per forza. Era l’epoca del free jazz lanciato da Coleman qualche tempo prima, era il tempo di suonare vedendoci dentro anche una certa rabbia politicizzata.
La prima volta che la vidi non potevo credere ai miei occhi.
Bionda, alta, con due seni debordanti, ammiccante, spregiudicata, provocante e soprattutto allungata sul bancone, stava baciando Coltrane.
Non era tanto per Trane, lui suonava lì regolarmente quando non era in giro per gli States con Elvin, Tyner e Jimmy sulla loro station. Era anche una di quelle serate “speciali” durate le quali si registrava dal vivo.
Insomma mi giro verso il bancone e vedo la bionda che bacia Trane. Il fatto è che la sera prima era venuto a letto con me, quel figlio di puttana. Rimango impalata a guardarli fino a quando si accorgono del mio sguardo. Coltrane beve d’un fiato il suo whisky, mi fa un mezzo sorriso e se ne va in pedana. Io non rispondo, rimango impalata a guardare la bionda che a quel punto mi guarda storto e mi fa un gesto con la testa come a farmi intendere – E allora? Che c’hai da guardare?-
Mi riprendo e vado a sedermi al tavolo. Sulla pedana intanto si è radunato il quartetto. Mi giro nuovamente verso il banco ma non vedo più la donna. La cerco con lo sguardo tra la gente, ma niente.
- Stai cercando me? – una voce all’improvviso da dietro le spalle. Mi giro di scatto e incrocio il suo sguardo dall’alto
- Che vuoi che ti porti, moretta? –
- Ehm..un rhum.. . rhum...ma...ma ascolta, bella, tu...tu conosci Trane?-
- Nessuna moretta mi chiama “bella”, capito moretta? Io ti porto il rhum, tu lo bevi, ascolti quello che devi ascoltare e porti presto il tuo culo fuori da qui…ok?-
- Oh….era solo una domanda…..visto che ci spartiamo lo stesso uomo –
- Moretta…ascoltami bene…se non vuoi che ti inchiodi il culo…vedi di portarlo via di qui nel più breve tempo possibile, mi sono spiegata o devo passare alla traduzione simultanea? –
- Bella, ma tu hai capito o no che ci scopiamo lo stesso uomo? Cristo, voi bionde siete solo piene di …di…biondo dentro al cervello… –
Coltane e gli altri iniziarono a suonare.
- Ok, ora rimarrò qui con te, tu mi racconterai del neo che John ha sulla chiappa destra, poi mi racconterai di quanto ce l’ha duro e grosso da bravo negrone e ….cristo santo….di quanto è capace di scoparti….io ti ascolterò, capirò che, sì, è vero, ieri sera ti sei scopata il nostro bel sassofonista e a quel punto sarò talmente tanto incazzata che ti dovrò spaccare quel bel musetto da cagna…o sbaglio? –
- No, non sbagli è proprio così…ieri sera mi ha fatto morire! – non venitemi a chiedere perché le ho risposto così. Erano gli anni della contestazione. Tanto basta.
Coltrane dà il via all’assolo, improvvisa su ciò che dovrebbe essere noto e io mi sento sollevare da due braccia che invece mi sono notissime e che non improvviseranno con me, oh, no signori. Mi suoneranno con particolare cura.
Volai oltre il tendone rosso dell’entrata. Atterrai male, proprio male, tanto male che mi ruppi una costola e svenni. Dopo qualche ora mi sentii scuotere da uno o due calci alla schiena, aprii faticosamente gli occhi gonfi e riuscii a vedere la donna bionda china su di me.
- Mi chiamo Clarice. Scusa per prima ma …sì…insomma…sei stata proprio stronza –
- Ah, io sono stata stronza??? Io? –
- Ricominci? –
- No no…per carità tienitelo…..-
- Come stai? –
- Di merda, grazie –
- Hai un posto dove andare a dormire? –
- No, dovevo partire oggi per l’Europa ma ho finito i soldi e ora ho pure una costola rotta, penso –
- Hum…Bill ha il vizio di picchiare duro anche le donne –
- Sì, confermo –
- Dai, vieni – e mi aiutò a sollevarmi da terra – per questa notte stai da me ma non ti permettere mai più di chiamarmi “bella” e dirmi che nel cervello ho solo “biondo”, capito? –
- Ok, e per Coltrane? –
- Ah, quello non mi interessa….fai pure –
Albeggiava e la luna piena stava per andarsene. Clarice mi disse che aveva sempre desiderato vedere l’Europa ma non se la poteva permettere. Io le promisi che quando me ne sarei andata da New York l’avrei portata con me.
Crollai sul letto e mi resi conto dal dolore lancinante che provai che la costola era assolutamente rotta.
- Maledizione a te Clarice –
- Dormi, moretta, che domani è un altro giorno -
Ieri sera all’Etranger Boulevard Jazz Club me ne stavo seduta al mio tavolo. Quello nell’angolo infondo al locale. Io e la donna grassa e unta si parlava di quell’anno passato a New York, delle notti interminabili. Lì questa storia della luna piena e il locale vuoto non c’era. Lì era più semplice, più fluido. Ma a Parigi è così, se c’è la luna qualcosa di strano e sottilmente arcano impedisce alle anime dannate che da sempre frequentano il mio locale di entrarvi.
E così ci ritroviamo io e la donna grassa con la solita bottiglia di rhum invecchiato e Gets che discute con le note. Mi piacciono queste serate vuote. Mi accoccolo nell’angolo appoggiando la testa al muro e rimango ad ascoltare chiunque abbia voglia di parlarmi. Ascolto e penso. Penso e fumo. Fumo e bevo. Mi dipingo addosso un ghigno.
E’ la mia sfida con la Luna.
Ci sono io, qui dentro, accovacciata tra le note del sax e un muro grondante umidità e c’è Lei, lì fuori, immersa nel cielo zitto. Io qui, lei lì. Ci sfidiamo a chi resiste di più, a chi può custodire meglio i segreti della gente. Lo so che lei ne ascolta a milioni ma è la su, lei. Io invece sono qui giù. Io condivido con i miei dannati i loro inferni. Siamo tutte e due senza sole. Siamo entrambi figlie della stessa notte. Usiamo linguaggi sconosciuti. Beviamo dagli stessi alambicchi. Ma siamo diverse. Lei non ha cornicioni sui quali rimanere in equilibrio quando i segreti sembrano essere troppi per una sola anima umana. Lei non resta a specchiarsi sul fondo di bicchiere di rhum ipnotizzata da un dolore che non è nemmeno più vivo. Lei ha orizzonti che io non ho. Nell’angolo acuto delle solitudini che mi vengono raccontate, io fagocito dolori che non hanno specchi per rimandare un immagine di possibile libertà da se stessi.
Lei è libera di esserci o non esserci per gli uomini. Io no. Io ci sono. Sono qui e ascolto.
Una volta Jessica passò davanti al mio Etranger Boulevard Jazz Club. Rimasi ad osservarla insieme alla donna grassa e unta che gestisce il mio locale. Sembrava indecisa se entrare o meno. Gets aveva già attaccato e la musica si poteva sentire anche dalla strada. Ma quella notte c'era la luna e come sa chi frequenta il mio locale, quando c'è la luna non c'è Jazz che tenga, il club rimane vuoto. Così Jessica spense la sigaretta, si tirò su il bavero e se ne andò.
- Etra, cazzo, non entrano nemmeno i tossici -
- Lo so. E' questa cazzo di luna!..dai entriamo...e beviamoci sopra-


Etranger Boulevard Jazz Club (II)
Ieri sera all’Etranger Boulevard Jazz Club me ne stavo seduta al mio tavolo.
Quello nell’angolo infondo al locale. Io e la donna grassa e unta si parlava di quell’anno passato a New York, delle notti interminabili. La guardavo mentre sudava imprecanti ricordi su quel periodo: era bella lei allora, era bella e non grassa, no, era , come dire, tanta. Si scopava Giovanni.
- Ti ricordi Giovanni? Giovanni Coltrane! Ah, Etra, ah! Come scopava! Mi portava nel magazzino…ti ricordi il magazzino del VillageVanguard? Cazzo, erano….quanti erano Etra, forse, 3 o al massimo 4 metri quadri pieni di casse di whisky e lì bam bam Dio! Quanto mi scopava!-
- Sì, ricordo. Finiva il suo pezzo, passava dal bar a prendersi da bere. Cristo…quanto beveva…e poi ti trascinava lì dentro.
- Bei tempi Etra…bei tempi. Guardami ora. Bhaa sembro….che sembro Etra?
Eh sì! Bei tempi quelli di New York. Perdevamo la logica sconclusionata del cemento che ci circondava.
Non penso di aver mai visto New York di giorno in quell’anno. Per me era un immensa ombra che scivolava oltre quella porta di legno, giù per quelle scale strette e ripide, le solite facce sfatte. Quel luogo era la traduzione della notte e quindi anche dei miei giorni.
Giovanni Coltrane, Miglia di Davis, Fattura Evans….tutti, tutti avevano suonato lì. Tavolini ammassati, pareti umide, la pedana di legno, sudori appiccicati e note note note biribapipipitarutata. Dopo un pò mancava il respiro, menti in fumo, liquide di alcool, teste ciondolanti, gambe allungate sotto ai tavolini.
ColtraneDavisEvansGordonGets e ancora GetsGordonEvansDavisColtrane biribapipipitarutata….girava tutto.
Ieri sera all’Etranger Boulevard Jazz Club me ne stavo seduta al mio tavolo.
Stavo bevendo, sì, io bevo, bevo molto, stavo bevendo e all’improvviso lo vedo.
InsaneMind tira una nota all’inverosimile e LogoMuse stringe i denti, lo guarda strano e lo segue a testa bassa frugando all’impazzata sui tasti sparsi del piano. E’ un momento teso. Si infliggono sguardi…. Biribapipipitarutata…..ghigni….zzzzzzzz….
E’ molto tempo che non viene nel mio locale, l’ultima volta che ci siamo visti era in un garage di un supermercato dopo una discussione. Macchine inplotonate, luce grigia. Ricordo solo questo.
E’ il mio pusher, lui. Il mio spacciatore, per intenderci.
Si avvicina. Si siede. L’ombra del tavolo c’inghiotte.
- sssshhhhh…non parlare – sussurra – sono impazziti stasera? Senti….senti. Se continuano così s’ammazzano-
Biribapipipitarutata.
Per un momento annullo tutto, sto per chiedergli dove cazzo è sparito per tutto questo tempo ma lo guardo mentre si porta l’indice alle labbra e mi fa segno di tacere e la frase mi si ferma in testa.
Lui è il mio pusher. Il mio spacciatore, per intenderci. Arriva sempre con della roba buona. Nessuno ha roba buona come la sua, è che qualche volta sparisce e allora ti lascia nella merda. Sì, perché non posso stare qui, notti intere, a bere rhum e farmi violentare da note incazzate senza averlo vicino, lui e la sua roba buona. Mi serve. Mi serve a subirmi meglio. E lui lo sa bene, oh se lo sa, eccheccazzo pusher ci si nasce non si diventa!!!!
- sei pronta? – mi chiede – guarda che stasera è roba forte. Chiudi gli occhi. –
Ieri sera all’Etranger Boulevard Jazz Club me ne stavo seduta al mio tavolo. Quello nell’angolo infondo al locale.
Sento la sua mano che si infila sotto alla mia maglietta. Una goccia di sudore scorre lungo l’incavo sessoflessuoso della mia schiena e incontra le sue dita, lì al centro del mio farmi concava sotto le sue mani. Poi il cuore cerca di seguire le note ma le note non hanno un senso ritmico e allora il cuore cede, si aggroviglia, casca, riprende, geme.
InsaneMind esagera ora, sfida l’indomito pentagramma, sferza colpi e LogoMuse non regge , si stacca dai tasti e abbandona le mani sulle gambe, chiude gli occhi. E’ silenzio ora, perché è il momento della Lezione. Occhi chiusi. InsaneMind non è più dei nostri suona il suo Requiem al mondo, è partito. Noi possiamo solo seguirlo nel buio dei nostri occhi chiusi, del fumo apocalittico delle note, nel giardino sfiorito di questo manicomio.
Ricordo quando Jesbs mi avvisò
- ogni volta che lo vedi …ogni sua apparizione qui dentro è omissione di soccorso. Ma tanto tu non vuoi guarire-
Mi alzo e mi siedo su di lui a gambe aperte rivolta verso il suo volto. Mi solleva la gonna, la lascia appena al di sotto delle mutandine. Lo stringo al mio petto, la sua pelle sulla mia scollatura, le sue dita scorrono veloci lungo l’elastico degli slip.
- Te le voglio infilare …dentro…in questo anfratto umido….voglio sentirti dentro. Dentro –
Ed è già dentro. Dentro. Le sue dita scavano cercano. E tutto inizia a perdere consistenza. La sua lingua che disegna il profilo del mio seno, nella scollatura nera, guardo per un attimo InsaneMind e non capisco che stia facendo, se continua così morirà o semplicemente non tornerà più indietro.
- Andiamo nel magazzino –
- no, lì non si può – riesco a dirgli mentre il viso mi scoppia per il martellante pulsare di insano piacere. Seguo il movimento della sua mano che mi infilza e un tipo ci guarda con lo sguardo obliquo ma è opaco e perso. Ci ficca gli occhi addosso da quel m