LezioneDiChitarra

"Cosa fai dalla mattina alla sera?" "Mi subisco."
lunedì, 21 maggio 2007
Cross

I tavoli fermi, congelati ai bordi della pedana.
Bicchieri come birilli verdi, traslucidi, abbandonati da una mano stanca sul bancone impolverato.
Il postino ha infilato mesi di posta sotto la porta. Ci cammino sopra, sposto con la punta della scarpa una busta arancione, l’austero plico di un’ingiunzione di pagamento, il volantino pubblicitario del bar all’angolo, sorrido perché mio è arrivata voce che abbia già chiuso. Carta, tanta, appiccicata e sporca.
Sollevo la tenda pesantemente rossa dell’entrata e premo gli interruttori nel quadro delle luci, solo una o due, quella che punta sulla pedana e quella che illumina la cassa.
L’ultima volta che sono stata qui dentro in realtà ne stavo uscendo per strisciare da qualche parte, maleodorante di rhum e comunque troppo stanca per qualsiasi vaccata sentimentalistica. Anche ora che sono qui, nuovamente qui, penso che non mi è mancato questo posto, non ci ho proprio pensato al fumo, ai bicchieri, ai clienti, alla musica, a quelle troiette piene di profumo che amavano tanto le mie mani viziate.
Penso solo che riaprirò, che chiamerò Clarice sempre che sia ancora viva.
Accendo una sigaretta, mi avvicino allo stereo e infilo il primo cd che trovo. Eric Clapton, "Crossroads".
Musica. L’ascolto tutta. Poi, quando il pezzo finisce, faccio anche io il verso del pubblico in delirio, ringrazio a gran voce "Clapton", applauso, ancora un urletto, applauso. Spengo la sigaretta mi verso da bere e vado a sedere al mio tavolo quello in fondo al locale.


Questa notte l´Ebjc suona per me.



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martedì, 06 marzo 2007
Ciliegi in fiore

The Butterfly who has Never Flow, 1999 - Saudek

 

Alle quattro del mattino per Clarice non è facile ricordare il colore dei ciliegi in fiore. Ai primi di marzo risulta proprio impossibile. Si confonde sempre tra il bianco e il rosa.

A casa di Clarice non mancano le travi.

Di notte poi riesce a parlare con Dio, seduta sul letto parla con Dio. Gli chiede se ci può pensare Lui, almeno questa volta, che ci pensi Lui, che trovi un modo elegante però. Lei non lo è, elegante intendo, mai stata e quindi vorrebbe almeno che in questo ci pensasse Lui, Lui l’essere supremo e trasparente che di notte le si siede affianco e le borbotta nel cervello che così non può farcela. Che ha perso, che doveva pensarci prima, che non ha i coglioni, che non ha colto le occasioni.

Questa notte poi ci si è seduto proprio sopra, le ha messo il culo in faccia e le ha fatto sentire che odore ha la merda di Dio. Allora Clarice ha cercato le pastiglie nel comodino ma non le ha trovate. Non le aveva, non le aveva mai avute. Nemmeno quelle.

Come quell’albero fiorito al di là della strada che ha voluto sbocciare anche se non era il momento, non ha capito che era in atto un bluff tutto intorno a lui. Ci ha creduto ed è sbocciato.

Fregato.

 


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mercoledì, 17 maggio 2006
Interno cinque

Ebjc. Tavolo all’angolo infondo al locale.
Sposto il fumo della sigaretta con una mano e la guardo camminare verso Clarice.
Gonna con spacco.
Entra l’orientale dell’interno cinque.
Quella dalle belle tette e la fighetta stretta. Mi ha sempre fatto impazzire quella lì.
Vado all’hotel quando il mio cazzo immaginario diventa talmente duro da essere insopportabile. Mi vesto pure da uomo, entro e vado diritta dritta dalla donna dell’androne. Lei è bella, anche troppo. Mi guarda con quel suo fare obliquo, apre la bocca e pronuncia solo una parola “Chi?”.
Io le faccio aprire le gambe almeno quel tanto che basta per accarezzarle con gli occhi quella linea di pelo che si è tracciata a solcarle il sesso. Mi diverte non averla mai scelta, lei e quella sua linea di carne e pelo. E’ una virgola che sposto nell’immaginazione letteraria delle mie perversioni. Forse un giorno la metterò tra una pausa e la risposta “tu”, ma per il momento rispondo sempre e solo “interno cinque”.
C’è del rosso confuso a dell’oro in quell’androne. Calore. Passo al banco, ritiro asciugamano e saponetta poi salgo le scale. Quando entro lei mi guarda e a piccoli passi pastosi va in bagno. Rimango sulla soglia, le lascio il tempo di preparasi. Indossa quel suo sguardo silenzioso e si fa vedere nuda. La donna dell’interno cinque non è per tutti, ha capelli neri e lisci, una pelle così compatta e infantile da suscitare imbarazzo. Solo lei sa aprire le gambe così lentamente, senza fare rumore. Basta questo per aggiudicarsi la mia preferenza. E’ questione di dettagli che non eccedono.


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mercoledì, 18 gennaio 2006
TWO OR MORE

Jan Saudek - Two Faces of Miroslava, 1974

All’ebjc ci sono diversi tizi che dicono di amarmi.
C’è quello che ha un paio di figli, una moglie, un mutuo e qualche sogno tecnologico da comprare a rate. C’è un altro tizio che mi ama ma non fino a quel punto e se non lo chiamo per più di due settimane allora forse ama qualcun'altra . Poi c’è un tipo bizzarro che mi ama perché dice che non so bene cosa sia l’amore, io. Allora per lui è facile: ama me che non so amare ed allora anche se mi ama part time che differenza fa, tanto io non so cosa sia l’amore full time, così ha finito col far diventare le ore che vive qui all’ebjc, l’unità fisica con la quale misura l’amore.
Poi c’è un intellettuale che mi ama assai: tutto fronzoli di parole, sventagliate d’orgoglio fine, afrori di complicità, occhiate traverse. Sta lì. Seduto, ipotizzando un mondo dove la fisicità dimentichi l’umido orgasmo per appropriarsi dell’orgasmo in potenza.
Da qualche tempo c’è pure un tipo che dice di amarmi e di volermi sposare a patto che io la smetta con questa vita e che abbracci i principi sani ed adulti della spesa fatta al sabato mattina, dei silenziosi sorrisi domenicali mentre il ragù borbotta sul fuoco e lui mi legge le cronache del quotidiano fresco di stampa.
Ma il mio preferito è quello che mi ama da dietro la pesante tenda dell’entrata. E’ timido. Mi osserva. Non mi ha mai parlato. Non ci crede mica che io possa interessarmi a lui, no, non ci crede.
Quando lo guardo, si nasconde. Quando mi avvicino, sale le scale e chi lo vede più. Una volta mi aspettò dall’altra parte della strada dopo la chiusura. Un’ombra che sparì velocemente dietro l’angolo della notte. Ne sentivo la tensione però e fu bello quanto un valzer di intenzioni.
Poi ci sono quelli che mi hanno amata fisicamente e che di me portano addosso l’odore o uno slip nel vano portaoggetti dell’auto. Un rondò di fantasmi, una scia di sentimenti vischiosa e lenta che vaga da un tavolo all’altro rimpallandosi memorie lontane che hanno abbondantemente superato la data di scadenza. Eppure continuano in coro a dirmi “Sei nata per…”.
Per loro il mio nome è “Meraviglia”. Hanno rassegnato le dimissioni, hanno smesso di voler capire.



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martedì, 13 dicembre 2005
piani inclinati

È più di un mese che il locale è chiuso.
Ricordo ancora la faccia che fece Clarice quando le dissi che la sera successiva non avremmo riaperto. Mi guardò fissa negli occhi pronta a ritrovarvi quell’espressione cinica che ho quando la prendo in giro. Non la trovò, non quella sera.

- Hai una nuova ruga, Etra.
- Dici?
- Ieri sera non c’era. E’ lì, in mezzo alla fronte

Allungò la mano e mi prese dalle mani il bicchiere vuoto riponendolo nel lavello.
Sentii l’acqua dello sciacquone scorrere e dopo qualche istante il piccolo indiano passò dietro le mie spalle, salutò me e Clarice con un cenno cocciuto e cortese della testa, si alzò il bavero ed uscì.

- Che farai ora?
- Quando?
- Ora che qui sarà chiuso..
- Aspetterò.
- Non so Clarice se me la sento..
- Di fare che, Etra?
- Di chiederti di aspettare. Non lo so.
- Passerà. Ora vado.
- Perché non mi chiedi mai niente?
- Non serve a nulla chiederti le cose, Etra. Quando vorrai, torneremo.
- E per l’affitto come farai?
- Bè, ho qualcosa messo da parte e poi non mi preoccuperei per me, Etra.
- No, certo…no

E ora che è notte e che mi ritrovo qui, davanti alla porta chiusa dell’Ebjc con la luce rossa dell’insegna ad illuminarmi la vernice nera delle scarpe, mi stringo nelle spalle. E’ tutto quello che so fare.
E’ una notte bastarda, di quelle notti bifolche che si spengono all’alba sotto ad una suola frugata. Se sapessi dove andare c’andrei. Invece me ne resto qui a fumare l’ennesima sigaretta ascoltando il vociare lontano e ridente di una coppia infreddolita. Aspetto che il freddo mi entri dentro alle ossa, che mi impedisca di stringere le dita intorno all’ultima boccata di fumo. Canticchio un motivo ma anche quello dopo un po’ mi muore in gola. Si ferma tutto lì, ultimamente. Le fantasie, le parole, le voglie, l’energia. Appoggiata al muro guardo le mie gambe e la gonna troppo corta. Un eresia di stoffa a coprire mutandine troppo striminzite. Potrei vendere questo mio nulla se qualcuno si fermasse a contrattarlo, ora. Alzo quella striscia di velluto nero, su fino alla pancia, non mi chiedo cosa sto facendo, lo faccio e basta. Sollevo appena il bordo delle mutandine e ci guardo dentro. Io e lei siamo compagne di bevute, di notti a scopare, di lingue da sentire, di dita da fermare. Mi viene da ridere nell’unico modo sconclusionato ed osceno che conosco quando arrivo in fondo ad una bottiglia di rhum. Riabbasso tutto, mi sistemo bene, lisciando con il palmo piatto della mano tutte le piegoline di stoffa.
Camminare in linea retta è il mio unico proposito. L’unico che mi pongo fino alla fermata dei taxi, se ne trovo uno disposto a rimetterci la tappezzeria nel percorso da qui fino a casa mia. Anche Parigi non mi aiuta questa notte. Mi fa paura. E’ troppo grande e troppo piena di cose, di vite, di gente, di gemiti e di pugni.
Mi schiaccia tra l’asfalto umido e un cielo che intuisco nero. Un semaforo, giù dalla discesa, perché penso che la strada sia in discesa ora, il passo aumenta, non riesco a mantenere il ritmo, come se qualcuno mi spingesse da dietro, un semaforo lampeggia incazzato tutta la luce gialla che ha da sputare fuori. Non riesco a fissarlo, chiudo gli occhi ma sbaglio. Sbaglio a credere che la mia testa reggerà la cecità per più di un batter di ciglia.
Sono a terra. Lunga distesa.
E penso a Clarice che mi disse “Aspetterò”…ma che vuoi aspettare Clarice? Cosa? Di leggermi nella cronaca di un giornale? Sto andando giù Clarice. Giù. Percorro queste strade di notte e le percorro così, strisciando. Ma sai quanto dovrei strisciare per poter suonare al tuo campanello e dirti – smettila di aspettare -.
E’ difficile capire le donne come me quando se ne vanno via per leccarsi ferite invisibili.

E’ un mondo adulto, ed io sto sbagliando da professionista…..

Mi ci vuole tempo, cazzo, tempo….anche solo per rimettermi in piedi.



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domenica, 11 dicembre 2005
Boogie

"Due note e il ritornello era già nella pelle di quei due

il corpo di lei madava vampate africane, lui sembrava un coccodrillo…

i saxes spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga

e la canzone andava avanti sempre più affondata nell’aria…

quei due continuavano, da lei saliva afrore di coloniali

che giungevano a lui come da una di quelle drogherie di una volta

che tenevano la porta aperta davanti alla primavera…

qualcuno nei paraggi cominciava a starnutire,

il vantilatore ronzava immenso dal soffitto esausto,

i saxes, ipnotizzati… dai movimenti di lei si spandevano

rumori di gomma e di vernice, da lui di cuoio…

le luci saettavano sul volto pechinese della cassiera

che fumava al mentolo, altri starnutivano senza malizia

e la canzone andava elegante, l’orchestra era partita, decollava…

i musicisti, un tutt’uno col soffitto e il pavimento,

solo il batterista nell’ombra guardava con sguardi cattivi…

quei due danzavano bravi, una nuova cassiera sostituiva la prima,

questa qui aveva gli occhi da lupa e masticava caramelle alascane,

quella musica continuava, era una canzone che diceva e non diceva,

l’orchestra si dondolava come un palmizio davanti a un mare venerato…

quei due sapevano a memoria dove volevano arrivare…

un quinto personaggio esitò

prima di starnutire,

poi si rifugiò nel nulla…

era un mondo adulto,

si sbagliava da professionisti... "

 

 Paolo Conte


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mercoledì, 07 dicembre 2005
MasterPieces (9)

Capolavoro n°10


Autore: Malacarne


Titolo: Regina noctis





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lunedì, 08 agosto 2005
Tra le due e le tre.
Lella La Rossa ingoiò un sonnifero, una pastiglia rosa con una croce incisa sul centro che teneva in un piccolo scrigno d’onice giallo dalla chiusura in oro. Un sonnifero era la sua soluzione, un sonnifero mandato giù con qualche bel sorso di whisky. Facciamo anche qualche bel bicchiere di whisky.

Non ce la volevo lì dentro. Era una donna difficile da gestire tanto più quando arrivava il momento nel quale infilava la sua mano sottile e nodosa nella borsetta di pelle alla ricerca delle sue pillole.

Quella sera poi c’era troppa gente per tenerla d’occhio. All’Ebjc suonava Logomuse, non capitava spesso e così il locale s’era riempito di gente. Nessuna intimità quindi al mio tavolo, quello in fondo al locale.
Non voglio che Logomuse venga a suonare nel mio locale, troppo bravo ed originale, mi manda in delirio la clientela e se poi è una di quelle serate durante le quali preferirei rimanermene sola a rimuginare un pensiero o a contare sulle dita di una mano i clienti che entrano e escono, allora proprio mi va in vacca il cervello.

L’altra sera oltre alla gente, alla musica, al dolore di tanta umanità che sudava tutta lì, tutta appoggiata al bancone, a quella disgraziata allucinata che vagava per il locale sedendosi ora sulle ginocchia di uno ora dell’altro, dovetti anche rinunciare al mio tavolo.

Ci si era seduto un tale, alto, grasso e bianchiccio che diceva di essere venuto da fuori apposta per sentire LogoMuse e la sua musica e che in questo posto di merda non ci sarebbe mai venuto altrimenti e che almeno potesse scegliere lui dove sedersi. Così il mio tavolo, la mia tana, era stata conquistata dal suo molle deretano.

Clarice bestemmiava le ordinazioni al piccolo indiano che da qualche tempo veniva a servire al EBjc. Non mi sembrava in forma nemmeno lei.
Tensione, sudore, note, rumore di ghiaccio, fumo. Avrei voluto salire in pieni sul bancone e mettermi ad urlare bene, ed ora andatevene tutti a fanculo fuori di qui. Dopo aver pagato però! Ma anche se l’avessi fatto, non mi avrebbero sentita. Cercai allora di dimenticarmi che il locale era il mio e guadagnai in qualche modo l’uscita. Sulle scale incontrai Jessica e Claudia, due lesbichette che frequentano qualche volta l’Ebjc; mai viste sedute ad un tavolo: si fermano sull’ultimo scalino della scala che scende fino a questa topaia del jazz, ci si siedono o rimangono in piedi appoggiate al muro.
Amoreggiavano tra gridolini e sorisetti e capezzoli che si indurivano sotto alle camicette sudate.
Che meravigliose troiette! Claudia era particolarmente bella e particolarmente troietta. Una sera, qualche mese fa, mi venne in mente di intrufolarmi tra loro senza tanti convenevoli. Mi appoggiai al muro, al fianco di Jessica, loro mi guardarono sorridendo e poi con assoluta tranquillità allungai una mano e la infilai tra le cosce di Claudia. Mi aspettavo una qualche reazione violenta da parte di una delle due, invece nulla. Jessica divenne seria, cinse la vita di Claudia che le stava davanti e se la tirò a se. Io rimasi con la mano tra le cosce di Claudia stretta tra i loro due corpi. Cominciarono a baciarsi, piccoli e lievi colpetti di lingua sulle labbra, mentre io spostavo le mutandine di Claudia e finalmente ne sentivo l’umido nudo e soffice. Mi andò in palla il cervello. Agguantai Claudia per un polso e la portai nel retro bottega mentre Jessica ci seguiva con passo calmo a qualche metro di distanza. Entrammo tutte e tre nel piccolo ripostiglio degli alcolici. Afferrai Claudia, le alzai la gonna e le sfilai le mutandine. Lei si sedette su una cassa di scotch e divaricò le gambe con una tale voracità che mi fece d’istinto cadere in ginocchio ai suoi piedi. Affondai la faccia tra le sue gambe e Claudia cominciò a bagnarsi gemendo come una piccola delicata femmina in calore. Era tutto assurdo. Tutto stava accadendo con troppa facilità. Eppure era così: mi ritrovavo in uno sgabuzzino, con due splendide femmine, in un serata anonima, durante una notte qualunque, immersa completamente nel sapore dolce e suadente degli umori vogliosi di Claudia.
Cristo! avrei voluto scoparla, avrei voluto che all’improvviso un enorme uccello mi spuntasse tra le gambe per afferrarlo tra le mani e sbatterglielo dentro, fino in fondo. Su e giù. Per farla urlare, piangere, gridare di piacere. Aveva una fessurina così stretta e piccola, con labbra minute e leggermente carnose, così delicata che, come per una legge di compensazione, avrei voluto avere un cazzo enorme, pieno di vene pulsanti per poterla aprire come non le sarebbe mai più capitato in vita sua. Questo pensiero martellante ed ossessivo mi sì piantò talmente tanto nelle viscere, negli occhi, nei gesti che interruppi di colpo, mi alzai e la lasciai lì, con le gambe divaricate pericolosamente in bilico sul bordo di quella cassa di scotch, febbricitante d’eccitazione. Me ne andai.

Me ne andai rabbiosa per le troppe fantasie che mi scoppiavano nel cervello e che ora si mescolavano con il suo sapore. Avrei dovuto possedere Claudia in un'altra situazione.
Progettai nella fantasia un nuovo incontro durante il quale l’avrei scopata come dicevo io.

A distanza di qualche mese me le ritrovavo tutte e due sulle scale dell’Ebjc, in una serata nella quale la mia lancetta interiore era pericolosamente tendente alla zona rossa. Pensai che quella era la sera giusta per divertirmici un po’.
Sussurrai all’orecchio di Claudia che l’avrei fatta godere e quella troietta sussurrò all’orecchio di Jessica quanto le avevo appena detto. Jessica mi si avvicino, mi guardò negli occhi e mi disse che me l’avrebbe prestata per un ora, non di più. Mi disse proprio così: te la presto per un ora, non di più. Fu come gettare benzina sul fuoco. Quella fantasia martellante che mi si era ficcata in testa qualche mese prima quando, con la faccia tra le gambe di Claudia, la piantai lì,in preda ad un convulso orgasmo, mi si riaffaccio ancora più prepotentemente.
Non capii più nulla, sapevo solo che avevo un ora e che poi Claudia non sarebbe più stata cosa mia. A rendermi ancora più folle era proprio questo conto alla rovescia, come avere pagato un biglietto per qualcosa di molto divertente che dura poco. Buttai uno sguardo nel locale mentre il mio cervello bacato già aveva un piano. Mi muovevo come in trace.
Scovai con gli occhi Lella La Rossa. La raggiunsi, la scossi un po’ dal suo torpore con qualche deciso strattone e le chiesi dov’era George, quel fantastico negrone che se la sbatteva qualche anno fa. Mi fece cenno con la testa di provare un po’ a guardare la giù, verso la pedana. Doveva essere lì. Non potevo crederci. Cercavo George e George era lì. Un Apollo nero, il Dionisio dei maschi, un inno a Priapo, uno stereotipo vivente. Lo raggiunsi a fatica facendomi spazio tra i tavolini, prendendomi non pochi insulti e inciampando un paio di volte nelle gambe allungate di qualche pacifico ascoltatore di buon Jazz che se la stava godendo in santa pace.
George era sempre disponibile, questo era il suo motto. Sempre disponibile ad elargire le sue grazie al mondo femminile e quella notte le sue grazie mi servivano tutte.
Afferrai George per una mano e con l’altra agguantai Claudia che era rimasta ferma, piantata sulle lunghe gambe ad aspettarmi all’entrata del locale.
Uscire all’aria aperta mi provocò una leggera vertigine. Cominciai a correre trascinandomi dietro quei due che non capivano dove gli stessi portando. Corsi a perdifiato come fanno i ragazzini in fuga, ridevo e correvo. Aria fresca. Corsi lungo la via, su verso Place Clicy e al primo incrocio girai a destra. Ripresi a correre strattonando Claudia che faticava a tenere il ritmo mio e di George. Claudicante sui tacchi, rideva di una risata stridula e sciocca che mi eccitava ancora di più. Non avrei dovuto darle spiegazioni, dopo. Nemmeno una. Era mia, per una sola ora ma era roba mia.
Mi fermai di colpo, con il fiato corto, cercai la chiave del monolocale che avevo affittato per farci dormire i musicisti quando venivano da lontano e non avevano una sistemazione per la notte. Con la coda dell’occhio vidi George che si avvicinava a Claudia e lei che gli si lasciava andare tra le braccia mollemente stanca. Mi piacevano quei due insieme: ebano e avorio. Due animali. Selvaggi e stupidi nella stessa misura.
Aprii finalmente la porta e li feci entrare spingendoli su per le scale.

L’appartamento non era altro che un buco: un letto matrimoniale a centro stanza, un fornelletto a gas nell’angolo, un filo di ferro tirato da una parete all’altra per poterci appendere qualche vestito e un piccolo bagno con la doccia tra il water e il lavandino.
La luce forte e abbagliante della lampadina che penzolava dall’alto del soffitto mi infastidì, la spensi subito dopo aver aperto le imposte. La luce dell’insegna della brasserie all’angolo invase dolce e suadente quel piccolo anfratto sospeso tra Rue de Vintimille e Rue Ballu.
Un gatto ruzzolò giù dal cofano di una macchina mentre dall’alto della collina il Sacrè-Coeur suonava le due.
Tutto mi sembrò perfetto in quell’istante, nell’istante in cui mi girai e vidi Claudia nuda, con il lungo abito nero morbidamente raccolto ai suoi piedi e di fronte a lei George, in piedi, con la patta dei pantaloni aperta e il suo enorme uccello teso, disperatamente teso verso di lei. Amavo Parigi e i suoi inganni. Anche questa notte sarebbe diventata un frammento, una bugia dimenticata da rispolverare nelle notti di solitudine quando non c’è mano o corpo o respiro che ti riscaldi. Nelle notti tristi, come questa, dove ciò che conta non è vivere ma lasciarsi andare al richiamo squallido, dolcemente e squisitamente decadente di un pugno di solitudini che si cercano.
Eravamo tre disperati e in questa malinconia io mi ci struggevo perché la sentivo vera come poche cose nella mia vita. Forse solo il suicidio ha su di me un’attrattiva più grande.

Mi avvicinai a loro spogliandomi e quando fui nuda mi misi alle spalle di George. Era bello come una statua, possente, alto e marmoreo. Le mie mani lo scoprirono, lo spogliarono mostrando a Claudia cosa sarebbe stato suo, di lì a poco. La guardai negli occhi, due splendidi bagliori verdi, era bagnata, già lo sapevo, fremeva, ma cercava disperatamente di nascondermi la sua paura. Avrebbe avuto il suo godimento, avrebbe accolto in se quell’enorme arnese. Una cosa così non le era mai capitata prima, non così, mai così grosso e virile.
Mi allungai sul letto appoggiando la schiena al muro, tirai Claudia su di me tra le mie gambe facendo aderire la sua schiena al mio petto. In questa posizione avrei potuto vedere tutto, tranne il suo volto, volevo solo immaginarne le smorfie osservando quello di George.
Claudia aveva un odore particolare, mi arrivò addosso senza che lo aspettassi.
Mi venne in mente il racconto di Suskind. Forse Grenouille, il fantastico Grenouille avvertiva lo stesso profumo quando, accecato dalla follia del possesso effimero ed inconsistente della perfezione, uccideva le sue donne.
La sua pelle era soffice e le sue gambe, viste dalla mia posizione privilegiata, sembravano ancora più lunghe. Piantato davanti a noi, in ginocchio sul letto sfatto, George si ergeva in tutta la sua mascolinità. Teneva quel suo grande uccello nel pugno chiuso della mano. Lo accarezzava scendendo e salendo con un movimento dolcissimo e disperato, mentre le vene si gonfiavano e Claudia gemeva impaziente. George mi guardò e io gli feci segno di sì con la testa.
Si avvicinò a Claudia, si bagnò un pollice leccandolo e piano, delicatamente, lo passò nella fessurina di lei. Claudia chiuse istintivamente le gambe ed io con forza gliele riaprii afferrandogliele da sotto, all’altezza delle ginocchia. Avvertii chiaramente nello sguardo di George un lampo di paura fortemente corrotto dalla lussuria; certo, non sarebbe stato facile entrare in Claudia senza farle male ma come rinunciare ad un sacrificio di questo genere? George era un dio, un dio del sesso e lo sapeva. Avrebbe fatto piano, avrebbe proceduto con tutta la cautela del caso ma non avrebbe rinunciato, glielo si leggeva in faccia. Stupidamente eccitato aspettava solo che fossi io a dirigerne i movimenti. Allungandomi in avanti, il più possibile, trascinando con me anche il peso di lei, riuscii a toccare con la punta delle dita i fianchi di George invitandolo così a possederla.

Esistono attimi sublimi nell’atto puramente sessuale dell’accoppiamento nei quali la perversione del gesto è tutto. Non servono gesti eclatanti, fruste o marchingegni, basta un movimento, la chiave di volta delle proprie fantasie. Fu questo cedere nuovamente verso il muro, appoggiarmici con il dolce calore di Claudia a coprire il mio corpo e vedere quello di George che si accingeva a penetrarla, fu questo movimento la mia perversione in quella notte. Strinsi forte i polsi di Claudia, le sussurrai all’orecchio quanto fosse bella e la sentii urlare come si può urlare sommessamente di piacere. George ci si appoggiò, bagnato e luccicante, spinse lievemente, poi si ritrasse, poi spinse ancora un po’ più forte, poi si staccò. Scese a leccarla solo un attimo, poi risalì, afferrò quel suo grande uccello e lo rimise tra le labbra piccole e strette di Claudia. Fu un attimo ed entrò piano, allungo, delicatamente, dolorosamente in lei. La testa di Claudia caracollò indietro, inarcò il corpo sotto al peso forte e deciso di George. Rimanemmo fermi, immobili per qualche istante poi George fece uscire un lungo respiro carico di godimento e la danza ebbe inizio. Piano, da principio. Piano come una lieve sinfonia, come il rumore del mare che si ode avvicinandosi da lontano. Piano come un petalo che si libera dell’abbraccio degli altri petali per andare a guardare la luce, il sole. Piano, come se facessimo l’amore per la prima volta. Piano come se Claudia fosse vergine. Piano come volevo io.

Claudia non parlava. Per un attimo mi sembrò piccola ed indifesa, ma quando si girò verso di me e la potei guardare negli occhi allora seppi quanto le piaceva, quanto godeva ad essere il tramite del piacere che stava provando George e che, attraverso i suoi gemiti, arrivava fino a me.
La strinsi più forte, le dissi che non l’avrei lasciata sola, che l’avrei seguita fino alla fine. Si lasciò andare del tutto, George ora la penetrava fino in fondo con movimenti lunghi e profondi. Vedevo il suo membro entrare ed uscire lucido degli umori di lei. George mi baciò, ci baciammo tutti e tre incrociando le nostre lingue. Tre corpi. Su quel letto. Solo la luce fioca di un locale là sotto. Ancora. Un solo. Movimento.
Claudia si inarcò mentre con le dita la toccavo freneticamente. George l’afferrò sotto alle ginocchia, l’aprì ancora di più. Io digrignai i denti mentre sentivo il morso doloroso di Claudia sul mio capezzolo e cademmo, finalmente stremati sul letto.

Se ne andarono ridendo, corsero giù per le scale, sentii il portoncino chiudersi.

Era passata un’altra notte a Parigi. La luce della brasserie si spense. Mi avvolsi nel lenzuolo e mi sedetti nel davanzale che dava su Rue de Vintimille. Accesi una sigaretta ma la lasciai bruciare tra le dita. Mancavano due minuti alle tre. La mia ora stava per finire. Claudia non era più cosa mia. All’Ebjc Lella la Rossa aveva rimorchiato un anonimo assicuratore, Clarice se ne stava seduta nel magazzino a massaggiarsi le caviglie gonfie e il piccolo indiano chiamava la moglie per sapere se le si fossero rotte le acque.
Eppure questa notte non avevo vissuto, avevo solo disperso un po’ di energia.

Se solo ci si potesse dannare un po’ più in fretta.

Vissuto da Etranger alle 21:44 - /post/5451460/Tra+le+due+e+le+tre. - e b j c - commenti (22)
mercoledì, 03 agosto 2005
All’E.B.J.C qualche volta non sono io…..
Caro Desde,
non farò premesse roboanti, semplicemente linko l’omaggio che mi hai fatto.
Te l’ho detto: scrivi tanto bene quanto sono belle le tue foto.
Grazie.
Grazie per come mi “senti”, per come hai colto nel profondo l’atmosfera dell’EBJC.
Non è da tutti.
 
 
"In Etranger Boulevard è novembre fisso, pioggerellina continetale e foglie di castagno da calpestare. Sarà anche agosto ma questo è uno di quei luoghi fortificati al mondo e alla mutabilità dell’esistenza. Se ci fosse qualcuno alla porta non mi farebbe entrare di sicuro, regole della casa sull’abbigliamento e il buon gusto: non ci si può presentare qui indossando un sorriso aperto e leggero, senza neanche una sfumatura di rimorso, una punta di amaro o due dita di decadenza e lascivia. E’ considerato estremamente sconveniente."
Fantastico!!
 

Vissuto da Etranger alle 10:38 - /post/5419746/All%E2%80%99E.B.J.C+qualche+volta+no - e b j c - commenti (1)
mercoledì, 27 luglio 2005
Il libro

Ci siamo. E’ uscito. Mi hanno pubblicata.

Si tratta di una raccolta di racconti tratti da blog che “come” il mio, raccontano di situazioni più o meno spinte. Almeno così dicono, perché io in questi giorni folli fatti di un’azienda che sta per chiudere per ferie, una casa che sta per essere ultimata lavandini, soppalchi, cavetti in acciaio, fori, cucina, armadio, una vacanza saltata ed una rimediata, non ho avuto nemmeno il tempo di andare in libreria a prendermi una copia del libro che raccoglie alcuni miei post. Ho anche dubbi sul titolo : “Hard Blog” o “Sex Bloggers”, so solo che ha la copertina argentata e che è edito da Mondadori a cura di Berbera & Hyde. Insomma, non so praticamente nulla, so solo che devo ringraziare voi, tutti voi, dal profondo del cuore. Mentre scrivo ascolto Mina, il mio compagno mi ha appena chiamata ed ancora non sa nulla di tutto questo. Lo scoprirà quando gli consegnerò il libro e con lui un segreto. Un segreto che dura da un anno ed è fatto di parole, scoperte e menti eclettiche. Questo blog è nato per caso. E’ nato da una grande emozione, quella provata leggendo il blog de La Mauvaise Reputation, prima non sapevo nemmeno cosa fosse un blog. La lessi per giorni interi affascinata dal suo stile, dalla sua sagacia e da qualcosa altro che sin da quel momento mi ha legata a lei profondamente. Poi ho seguito i suoi links e ho travato Khu e con lui la sua arte, il suo umorismo, un universo che mi ha accolto con simpatia e grazia. Devo a queste due straordinarie persone se oggi posso entrare in una libreria e sorridere pensando che esiste in qualche scaffale un libro con le mie parole stampate.

Ecco, ora mi viene da dire: la vita è bella.


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martedì, 28 giugno 2005
One shot....

 "Cos'è che ti piace, esattamente, di questa foto?"

Lust

 "...l'attimo che coglie. La mano di lui che non si vede ma che immagino a stringere i glutei di lei, un gesto di possesso, un attimo, l'attimo che travalica, tracima, ciò che non si può fermare, la testa che gira, il sapore della sua bocca la prima volta, quel bacio tanto sognato, il legno o muro che le preme sulla schiena e lui che la preme sul muro o legno o..... mi piace ciò che non si vede, ciò che lascia immaginare, ciò che ci sarà dopo, il cuore che pulsa, la testa che gira, ancora, il fatto che non possono, non lì, non ora, la camicia aperta di lei, presagire che lei riverserà la testa all'indietro e lui le bacerà il collo, piano, fino all'orlo della sottoveste bianca e che poi alzerà per un attimo gli occhi per guardarla in volto mentre le dita di lui abbasseranno piano quel lembo di stoffa bianca e lei gli offrirà il suo seno...ed infinite infinite altre cose. Narrazioni nascoste. E' il bacio di Hayez al rovescio. Trasfigurato in tutto, nell'abbigliamento, nella mancaza di sete cerulee, nella compostezza. Certo, questa è "sporca" cinematografia, una visione pornografica di quanto fece fare invece Hayez alle mani dolcissime del suo uomo dal cappello piumato quando cinse amorevolmente la testa di lei. Ci vedo tutto...tutte le mie categorie...c'è ALTRO, c'è lei...una cattiva bambina, c'è l'attimo in cui ho scelto di pubblicarla..un dolcissimo cazzeggiamento prima di uscire dall'ufficio, c'è l'atmosfera da EBJC povocante e vietata, c'è ciò che si diranno...parole proibite, suoni di voci rauche e ansimanti, c'è il grande bluff dell'amore...l'attimo nel quale pensi  "è Lui", " è Lei", c'è un "capolavoro" in un fotogramma, c'è l'origine delle cose, della vita, il famoso "motore del mondo", c'è il dopo, l'amaro cocente da mandare giù come un grumo di veleno con una sorsata di rhum, ....mia cara Lust....c'è il Senso. Ecco cosa ci vedo "esattamente". E ora vado a letto...il Tavor sta per fare effetto e la testa vaga in luoghi indefiniti..Notte.....ho sonno.....tanto poi alle 4.40 sarò sveglia..ho sonno.

 


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venerdì, 27 maggio 2005
L'appartamento di East Side

All’Ebjc si dice che Clarice fosse una donna senza passato. Veniva da lontano, da oltre oceano. Grassa e unta, si era dimenticata chi era.
All’Ebjc si dice che Clarice, quando stava in America, fosse bella e perduta, una specie di bambolina bionda senza anima. Un vuoto a perdere.
All’Ebjc si dice che Clarice non parlasse mai del suo passato, che anzi non l’avesse mai confidato a nessuno e che del suo passato si fosse venuto a sapere attraverso un giornale. Un foglio di giornale, per la precisione, che un venditore ambulante, gonfio e tarchiato, di New York City, aveva usato per avvolgere una piccola e mediocre riproduzione seriale della statua della libertà: il regalo che Pierre aveva deciso di portare alla moglie rimasta in Europa.
All’Ebjc si dice che Pierre, una volta tornato da NY avesse portato la sua valigia in camera da letto e mentre la moglie, Marianne, gli preparava la cena, lui avesse aperto la valigia, avesse tirato fuori le camice sporche, le calze, le mutande, il kit per la barba, che avesse diviso tutto in panni chiari e in panni scuri riponendoli poi sotto al lavello, nella cesta della biancheria sporca. Si dice che una volta tornato in camera avesse frugato alla cieca nella tasca interna della valigia e quasi con stupore, avesse ritrovato la statuina in bronzo avvolta nel foglio di giornale.
Si dice che Pierre a quel punto si fosse seduto sulla sponda del letto e che avesse scartato con cura la piccola riproduzione in bronzo ma una volta rimirata, rigirata tra le mani, soppesata con quel gusto tutto intimo che si prova nel compiacersi per aver avuto una bella idea, bella idea Pierre! Le piacerà!, fosse rimasto ancora qualche istante ripiegato sulla pancia sporgente e che, improvvisamente, il foglio di giornale, che era stato appoggiato sul letto, fosse caduto sul pavimento.
In quell’istante, dalla cucina, Marianne chiamò Pierre e Pierre si alzò ma non prima di essersi faticosamente flesso verso il pavimento per raccogliere il foglio di giornale sdrucito.
All’Ebjc si dice che quando Pierre posò gli occhi sulla fotografia in centro pagina, smise di respirare.

Pierre amava Marianne, l’amava da sempre. Erano sposati da 22 anni, senza figli, no, lui non poteva averne, non ricchi, no, si arrangiavano. Durante quei 22 anni Pierre aveva perso i capelli, si era comperato un parrucchino da 2000 dollari, aveva messo su 15 chili, 8 multe per divieto di sosta, aveva portato Marrianne in Italia, in Spagna, mai in America, aveva avuto le emorroidi, non mangiava più cibo piccante ma qualche volta, quando tirava tardi in ufficio, si concedeva il lusso di andare a bere un goccio all’Etranger Boulevard Jazz Club.
Non che gli piacesse molto come locale, no, anzi, lui si sentiva un pesce fuor d’acqua lì dentro ma ci beveva roba buona, ci trovava della buona musica e soprattutto c’era Clarice. Non ne era innamorato, no, che sciocchezze…alla sua età, un uomo sposato, no no, è che con Clarice ci parlava bene. Le aveva anche confidato di essere andato a vedere uno spettacolo di lap dance, a New York, con i colleghi, una volta, qualche anno fa.
All’Ebjc si dice che quel foglio, quella sera, in quella camera da letto, alla periferia di Parigi, venne ripiegato in fretta, in fretta inserito nella tasca dei pantaloni e che Pierre, finalmente, fosse andato in cucina, da Marianne, con una mano nascosta dietro alla schiena. Si dice che lei avesse squittito un cos’è? Che nascondi? E che lui l’avesse baciata porgendole in dono il suo pezzo d’America.
Solo più tardi, molto più tardi, quando si ritrovò solo nel bagno per le consuete abluzioni serali, ebbe il tempo di leggere il foglio di giornale.
All’Ebjc si dice che Clarice fosse molto diversa in quella fotografia, molto più giovane e molto più bella ma infinitamente più triste. Si dice che l’articolo titolasse a tutta pagina “Clarice, il mostro che seduce”.
Poi, sotto, di seguito, la storia, riassunta, tagliata, ricucita, assemblata per ricoprire uno spazio a 6 colonne. Sul retro del foglio, la pubblicità di un dentifricio.
All’Ebjc si dice che Pierre non dormì quella notte, dopo quello che aveva letto e che non andò nel locale per più di anno. Poi, quando finalmente si decise, si appoggiò al bancone, ordinò il suo scotch e guardò allungo negli occhi Clarice. Si dice che si scambiarono alcune parole fittefitte e che poi Clarice spacco la bottiglia di scotch in testa a Pierre. Pierre fu portato all’ospedale, medicato e fasciato e una volta uscito, sedutosi alla fermata del bus 29 barrato, scoppio in un pianto doloroso.
Clarice uscì dal locale, afferrando la sua borsetta e bestemmiando contro un Dio che non la voleva lasciare in pace.
Si dice che camminò tutta la notte lungo la Senna. Si dice che inciampò, che cadde, che non si rialzò, volle rimanere così con la faccia a terra , si dice che non pianse ma che dalla sua bocca uscì un lamento cupo, un lamento che veniva dal sottosuolo, come se qualcuno le stesse strappando il cuore, come se qualcuno la stesse soffocando, come se Pierre le avesse rubato le lacrime.
Si dice che in realtà le lacrime non gliele avesse rubate Pierre ma che invece lei le avesse sotterrate in America, molti anni prima. Si dice che Clarice, molti anni prima, una notte, uscendo dal Villange Vanguarde, fosse terribilmente ubriaca e bella, piena di jazz che le rimbombava dentro e che, quella notte, inciampò, cadde e non si rialzò. Non ci riuscì, le girava tutto. Cadde in un vicolo buio dove non passava mai nessuno e nemmeno lei, di solito, ma quella sera sì e inciampò. Ma questo nell’articolo del foglio di giornale, non c’era.
Si dice che quella notte due grosse mani l’afferrarono per i capelli e che un poderoso calcio le spezzo le reni sottraendole il fiato per urlare un qualche tentativo di soccorso. Dietro al cassonetto dell’immondizia, in una notte newyorkese, con il suono lontano di una macchina della polizia a rompere il silenzio metallico della città, a Clarice vennero strappate le mutandine, venne tappata la bocca, venne inciso un capezzolo con una lama gelida e venne infilato un grosso, sconosciuto cazzo tra le cosce. L’indomani mattina, Clarice venne trovata, in quello stesso punto, dai netturbini. Era gonfia, tumefatta, dormiva e avrebbe voluto non svegliarsi mai più. I due la fecero alzare e lei si fece portare al suo appartamento, no, niente polizia, ospedale, denunce, niente di niente, avrebbe dimenticato, forse, ma raccontare ancora del cemento che le graffiava la schiena, dello sfregamento di quel corpo massiccio che le stava sopra schiacciandola, raccontare ancora di quel fiato fetido che le ringhiava puttana mentre le fotteva l’anima, mai, mai più.
Il mese dopo, due mesi dopo e per molti mesi a venire, Clarice sparì dalla circolazione. Si dice che le mancasse il fiato, che non camminasse più bene, che improvvisamente fosse ingrassata, che improvvisamente non indossasse più tacchi alti e minigonne mozzafiato. Si arrivò a dire che fosse incinta.
Clarice sparì, andò in Georgia, dalla madre, nel profondo sud, trovò un po’ di pace, si dice. Partorì unn bimbo in salute, bello, bellissimo. Biondo, come lei.
Poi Clarice riapparve sulle strade di New York.
Così come se n’era andata, così tornò, senza che nessuno la notasse.
Pallida e seria, tornò al suo appartamento trascinandosi dietro un fagotto e una borsa piena di pannolini e vestitini e medicine e biberon. Quando fu nel suo appartamento lasciò cadere il pesante borsone mentre con il braccio destro teneva stretto al petto il piccolo in fasce. Si dice che Clarice, in quel preciso momento, si guardò allo specchio e che pianse come non aveva mai più fatto da quella maledetta notte in quel vicolo. Si dice che si barricò dentro a quel minuscolo buco che lei chiamava casa, su nell’East Side di Manhattan. Che non uscì, no, nemmeno quando le poche provviste finirono. Che non uscì di lì nemmeno quando improvvisamente il suo florido seno smise di produrre latte per il piccolo. Si dice che non si lavò né lavò il bimbo per settimane, che rimase al buio, con le imposte chiuse, per tutto il tempo, si dice che bevve l’inimmaginabile tanto da addormentarsi di schianto sul grande letto sfatto. Si dice che si svegliò con un gran mal di schiena e con qualcosa di fastidioso che le puntellava la spalla, da sotto. Si disse che scivolò lungo il letto, che si rattrappì, che non vide più la luce, che non sentì, che il suo cuore si fermò, che l’aria mancò, che la terra tremò, che quel giorno Dio e il Diavolo e la Vergine Maria e le parole e gli scrittori e le notti e le sue belle tette e le sue unghie, le si piantarono nella carne. Si dice che sanguinò, che cercò di strapparsi gli occhi, che cercò di stuprarsi con un coltello da cucina, si dice che l’inferno fosse arrivato in quel buco nell’East Side.
Il piccolo giaceva inerme, morto sotto al peso della madre durante quella notte di ottobre.

All’Ebjc si dice che Pierre non prese l’autobus ma che invece camminò allungo quella notte, solitario, scalciava sassi, lattine, pacchetti di sigarette accartocciati, rigirando il parrucchino all'interno della tasca dei pantaloni. Era bella Clarice in quella foto, ma triste, terribilmente triste e di lei in America se n’erano dette di tutti i colori dopo che fu trovata in stato di shock aggrappata al telefono, quasi del tutto dissanguata, mentre cercava disperatamente un essere umano che venisse lì, nell’East Side a salvare suo figlio. Pensò alla solitudine di certe creature, pensò alla sua di solitudine, a Marianne che la leniva un po’. Pensò che non avrebbe mai più rivisto Clarice e quegli occhi trasparenti che gli si erano piantati nelle viscere come i vetri di quella bottiglia.
Aprì la porta di casa. Marianne sicuramente stava dormendo. Andò nel loro salotto, al buio, si sedette sulla poltroncina di pelle vicino alla finestra e rimase a fissare un raggio di luce lunare che trafiggeva una piccola, insignificante fiaccola di bronzo, lì, sul tavolino, in centro stanza.

Poi Clarice si alzò, la bocca piena di terra ad impedirle di respirare. Sputò, si strofinò le labbra con il palmo della mano impastando il rossetto cremisi con grumi di terriccio. Sarebbe andata a casa, ecco cosa si dice all’Ebjc. Ecco cosa si dice!

Ancora oggi, a Parigi, qualcuno racconta di aver udito quel lamento d’oltretomba sorvolare le gelide acque della Senna e salire su verso una stella invisibile.

Altro… non so….





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mercoledì, 18 maggio 2005
Ebjc......Vita Fritta
All’ebjc non è sempre tutto semplice. Anzi, all’Ebjc si trova sempre il modo per complicare le cose.
L’altra sera me ne stavo seduta al mio tavolo, quello nell’angolo, in fondo al locale.
Poche chiacchiere, scarsi segreti, bella musica. Oh, sì, musica di quella seria. Jesbs e Al ci davano dentro.
Clarice borbottava imprechi confondendosi con le note su accenti di differenti tonalità. Un resto di moneta sonante che non tornava. Ci si incazzava sempre quando invece di 10 dovevano essere 20 ma lei era sicura che i conti gli aveva fatti bene e che a sbagliarsi era quello del doppio scotch, non lei.
 
Poi entra lui. No, non li mio spacciatore, quello non si vede da mesi. Dicono che sia perso dietro ad una biondina dall’ovale perfetto. Così la chiama lui – la biondina dall’ovale perfetto – una che ha trovato spacciando una delle sue acide storie di mani, mostri e cazzi finti. Bravo! non c’è che dire! Ci cascano sempre tutte, compresa me.
Non mi interessa, prima o poi tornerà con i suoi modi distratti e le sue tasche piene di fantasie, berremo qualcosa insieme e l’inferno sarà servito ancora una volta.
Quando dico che entra lui in verità non potete capirmi perché lui, qui dentro, non ce l’avete mai visto.
Clarice se ne accorge e butta una sguardo allarmato dalla mia parte. Ma il mio angolo, quello del mio tavolo in fondo al locale, è troppo buio per incrociare i miei occhi. Così torna subito a seguire le parole cazzone e storpiate d’alcool che le rifila il cliente.
So che vorrebbe uscire da dietro al bancone e dirgli che cazzo ci fa lui qui, che non è aria, che la smetta, che quella è la porta, che se ne vada una buona volta ma non fa in tempo; lui è già dentro.
Anche Jesbs interrompe la sua musica per un attimo e distoglie l’attenzione da Al che cede senza più lo sguardo di Jesbs a puntellare la sue note.
Poco importa. Poco importa. Jesbs sa di avermi avvisata mille volte. E’ stanca anche lei di infilare parole in mio soccorso. La vedo, dal mio angolo buio, lanciarmi uno sguardo che sa di fanculo. Lo accetto. Ci sta tutto. Ha ragione.
 
Sorrido di sarcasmo puro. Sono fottuta. Lo so, è questione di attimi. Quando la cortina dei primi tavoli fumanti si disperderà e i suoi occhi si abitueranno a questo buio da tana, allora mi vedrà. Non ho nessuna intenzione di scappare. Me ne sto qui, io. Se ne vada lui, se vuole. Io proprio no. Nossignore! Oh, no. Non lascio qui un bicchiere di rhum da 12 euro solo perché è entrato lui. Ho un fegato che reclama un po’ di beata solitudine, a cui dare retta. Non era la serata giusta per certe stronzate. No! Ma qui, all’Ebjc si fa sempre in modo che le cose si complicano. Non c’è storia.
 
Mi raddrizzo sulla sedia. Sollevo un po’ la testa. Mi ravvivo i capelli e già rido. Che cazzo c’è venuto a fare qui? Lo sa che rischia almeno quanto me. Cerca rogne, ne sono sicura.
Ha voluto sfidarmi nell’unico territorio che non doveva invadere. Questo è il mio buco. Qui mi ci ficco solo io. Lo sapeva che non doveva venire qui. Eppure.
Fuori è un’altra storia. Fuori ci si può anche sfiorare, parlare, si può stare seduti ad una scrivania cincischiando intorno ad affari di importanza capitale, sapendo benissimo che poi non lo sono. Ci si può osservare beatamente avvinghiati intorno alla convinzione che se solo volessimo potremmo oltrepassare il limite ma non lo si fa per pudore, imbecillità o liturgia della fedeltà. Ma venire qui, nella mia cazzo di tana umida è una sfida che….. accetto. Mi ci vuole solo il tempo di riprendermi. Un cazzo di secondo per riprendermi. Bevo un goccio e ci sono. Solo un goccio.
 
Uh! Mi tocca anche di respirare affondo. Giro la testa sul collo. I nervi scricchiolano e la tensione si scioglie in piccole fitte. Conto: uno-due-tre…..si siede al mio fianco. Non parlo. Non parla.
Meglio così, il sorso di rhum non è ancora sceso fino in fondo.
 
-         che ci fai qui?-
-         è un locale, no? Sono vento a bermi qualcosa-
-         potevi andare a berti qualcosa al Bluemoon –
-         Se non c’è la luna piena al Bluemoon non c’è nessuno, lo sanno tutti perché tutti vengono qui quando non c’è la luna piena-
-         Ah! Ecco…dovevo immaginarlo che quella puttana se ne stava nascosta questa sera –
-         Chi? Quella puttana, chi? –
-         La luna! –
-         ..... –
-         ….-
-         Non pensi sia ora di smetterla?-
-         No, non ho nessuna intenzione di smetterla per il semplice motivo che non so a cosa ti riferisci –
-         Hai voglia di giocare?-
-         Sì, io gioco sempre –
-         Be’ io no –
 
Inutile, perfettamente inutile! Sono fuori forma. Cristo, ci mancava solo che mi trovasse in una serata come questa. Non ho sprint, non ho assi nascosti nella manica da buttare fuori all’improvviso. Gioco, ma a carte scoperte. Tanto vale non giocare. Taccio. Mi riaffloscio sulla sedia.
 
Butta un paio di banconote sul tavolo, si alza. Esce dal locale. Mi manca la capacità di sintesi questa sera. Aspetto ancora qualche minuto e poi esco anch’io. Clarice mi guarda uscire e sento nel suo sguardo una sequela di disapprovazioni. Con un gesto della mano la mando a quel paese, che non ci si metta pure lei.
Camminare mi farà bene. Aria fresca. Insomma, mi poteva andare peggio.
Devo camminare allungo prima di arrivare a casa. Su per le strade di Montmartre mi spaccherò l’ennesimo tacco. Giro l’angolo, arrivo claudicante in Place Clichy. Odore nauseabondo di cavolo stracotto esce dall’unto retrobottega di una piccola trattoria. Un cuoco turco si riposa seduto sul bidone della spazzatura e la luce intermittente di una sigaretta gli illumina il viso.
Mi guarda passare, ficca lo sguardo sulle mie gambe come se oltre a quelle non avessi un corpo. Borbotta qualcosa, una apprezzamento nella sua lingua, sicuramente però qualcosa di poco carino, non gentile. Tiro dritto.
 
Se ho voglia di giocare? Certo che ho voglia di giocare, tanto te ne sei andato. Hai varcato la soglia, ti sei fatto vedere, hai osato e te ne sei andato. Non vale! Potevi affondare il colpo, andare oltre. E poi che me ne faccio del tuo, be’ io no! Parole, due o tre di qui, di là, di quelle piccole.
Non mi aspettavo grandi verità in una notte come questa dove ciò che accade, le persone che incontro, le loro parole e i miei gesti non hanno molto senso, ma credevo che ci si potesse lasciare andare ad un impulso. Lo so, lo so, ci si confronta sempre con le proprie aridità arrivati a questa età e di giocare non si ha più voglia. Sarà questa piazza che vide Celine e ascoltò le sue parole a mettermi di cattivo umore “L’egoismo degli esseri che si sono mescolati alla nostra vita, quando si pensa a loro, da vecchi, si dimostra innegabile, cioè come se fosse d'acciaio, di platino, e persino più durevole del tempo stesso.
Quando si è giovani, l'indifferenza più arida, le porcate più ciniche, si arriva a trovargli la scusa del capriccio passionale e chissà quale segno di un romanticismo inesperto. Ma più tardi, quando la vita vi ha mostrato per bene tutto quello che può esigere in cautela, crudeltà, malizia soltanto per essere mantenuta bene o male a 37°, ti rendi conto, sei informato, hai le carte in regola per capire tutte le stronzate che contiene un passato. Basta in tutto e per tutto contemplare scrupolosamente se stessi e quel che si è diventati in fatto di schifezza. Niente più mistero, niente più ingenuità, ti sei mangiato tutta la poesia visto che hai vissuto fino a quel momento.
E’ un cazzo fritto, la vita.”
 
Forse è proprio vero: la vita è un cazzo fritto! Solo che io questo cazzo fritto me lo mangio al posto delle ciambelle nel mio immaginario luna park. Quindi gioco.
 
Se solo mi avesse baciata, bastava quello. Avrei finalmente capito di cosa sa.
 
 
 
(Anonimo/a….anche questo è senza un vero filo logico…ma ultimamente va così!)
 
 
 
 
 

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martedì, 26 aprile 2005
All' E.B.J.C...qualche volta


Qualche volta all'Ebjc ci si rombe francamente il cazzo!
Qualche volta ci sono e vorrei non esserci.
Francamente all'Ebjc qualche volta gira gente che è meglio proprio di no. All’Ebjc il rhum qualche volta è di quello scaduto e se poi mi dite che il rhum non scade, bhè, io vi dico di sì e siccome il locale è il mio o è così o quella è la porta.
E’ che qualche volta sento che è qualche volta e non quella volta e allora di ascoltare la musica tirata da un fiato corto non mi va.
Vai all’Ebjc perché conti di incontrarci qualche bella gnocca o qualche quel maschione ed invece all’Ebjc qualche volta non c’è proprio nulla se non mezzi bicchieri vuoti e la donna grassa ed unta dietro al bancone, che sì, vabbè, sarà anche stata bella, lei, ma adesso basta con sta storia.
Qualche volta all’Ebjc entra il mio spacciatore e mi dice che non ha nulla da spacciare e allora nemmeno quella roba lì mi spetta e rimaniamo seduti ai due tavoli apposti del locale ‘che se si avvicina….
E’ che qui, all’Ebjc, anche le storie da raccontare qualche volta finiscono e ti ritrovi senza clienti, senza soldi, con una saracinesca da tirare giù e grazie a dio, qui, i telefonini non prendono e allora non ti possono rompere il cazzo più di quanto non te lo stia già rompendo da sola.

All’Ebjc, francamente, qualche volta…bhà…



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lunedì, 11 aprile 2005
Del tirare tardi all'E.B.J.C.

 

All’E.B.J.C. si tira tardi.

Si tira tardi per una serie infinita di ragioni. Si tira tardi perché a casa c’è una moglie in pantofole che ti aspetta, perché domani in ufficio il capo vorrà esercitare su di te la sua parte di cinismo, perché domani dovrai timbrare il cartellino e di guardare dentro la tua busta paga non ne hai proprio voglia, poche cifre e sempre uguali. Si tira tardi perché quella puttana dal cuore caldo ti ha strappato un sorriso e sei rimasto fregato per il resto dei tuoi giorni, perché pensi a lui che ti parlava piano all’orecchio camminando al tuo fianco nelle vostre passeggiate clandestine ma tu hai osato guardare dentro a casa sua sperando di vederci una scena triste.

Si tira tardi perché eri uscito a comprare le sigarette ma non ce l'hai fatta ad andare oltre la periferia, oltre la pianura, oltre le montagne per non tornare più e allora approdi al bancone ad aspettare l’ora nella quale il sonno invaderà le tue abitudi e potrai tornare a casa, sempre lì, ancora lì, nelle prigioni che ti sei costruito. Una fuga da fermo.

Si tira tardi perché ti sei annacquato il cervello con la poesia corrotta di un poeta maledetto che beveva troppo insegnandoti che non c’è tempo per le emozioni quando sei a corto di alcol e un tarlo  ti trascina da un bar all’altro alla ricerca di qualcuno che ti offra da bere. Perché di soldi non ce n’hai, le braghe ti scendono sul culo e devi pure suscitare compassione. Ecco, ci vuole tempo per tutto questo e così si tira tardi all’E.B.J.C.

Si tira tardi perché qui c’è la musica, quella vera, quella sincera, quella che parla all’anima e agli uomini pazzi. Qui, puoi startene seduto al mio tavolo quello nell’angolo infondo al locale, inghiottito dall’ombra umida di una confidenza. Ciondolante tra ghiaccio, rhum e jazz cercherai di capire se sarà l’ultima notte, poi basta, poi cambi.

 


Vissuto da Etranger alle 11:41 - /post/4505412/Del+tirare+tardi+all%27E.B.J.C. - e b j c - commenti (21)
domenica, 06 febbraio 2005
Clarice. (Omaggio a Bukowsky)

Ieri sera all’Etranger Boulevard Jazz Club me ne stavo seduta al mio tavolo. Quello nell’angolo infondo al locale. Io e la donna grassa e unta si parlava di quell’anno passato a New York, delle notti interminabili e della sera in cui la conobbi.

Di lei si poteva dire tutto: che era grassa, unta, volgare e anche un po’ svampita ma di certo non si poteva dire che non fosse stata una gran bella donna. Certo erano passati gli anni e su di lei erano passati impietosamente.
Se la si guardava negli occhi però si riconosceva ancora quella luce viva, quella sorta di potenza innata che l’aveva fatta ancheggiare su tacchi troppo alti e che l’aveva portata ad essere una delle donne più desiderabili e desiderate di tutta Manhattan.

Conobbi Clarice nell’anno che passai a New York. Un anno strambo, un viaggio dal quale non ero tornata essendomi trovata subito invischiata in uno strano giro di jazz, locali e spacciatori.
New York mi aveva catturata, risucchiata nelle sue notti.

Clarice serviva al banco del Village Vanguardie Club al numero 178 7th Avenue al Greenwich Village. Erano gli anni 60, Johnson era da poco presidente, Malcom X era ancora tra i vivi e dal lontano Vietnam arrivano notizie di morte. Chi viveva di notte e frequentava certe “devianze” socioculturali, lì dentro, al Vanguarde, il tempio del jazz, ci finiva per forza. Era l’epoca del free jazz lanciato da Coleman qualche tempo prima, era il tempo di suonare vedendoci dentro anche una certa rabbia politicizzata.

La prima volta che la vidi non potevo credere ai miei occhi.

Bionda, alta, con due seni debordanti, ammiccante, spregiudicata, provocante e soprattutto allungata sul bancone, stava baciando Coltrane.

Non era tanto per Trane, lui suonava lì regolarmente quando non era in giro per gli States con Elvin, Tyner e Jimmy sulla loro station. Era anche una di quelle serate “speciali” durate le quali si registrava dal vivo.

Insomma mi giro verso il bancone e vedo la bionda che bacia Trane. Il fatto è che la sera prima era venuto a letto con me, quel figlio di puttana. Rimango impalata a guardarli fino a quando si accorgono del mio sguardo. Coltrane beve d’un fiato il suo whisky, mi fa un mezzo sorriso e se ne va in pedana. Io non rispondo, rimango impalata a guardare la bionda che a quel punto mi guarda storto e mi fa un gesto con la testa come a farmi intendere – E allora? Che c’hai da guardare?-

Mi riprendo e vado a sedermi al tavolo. Sulla pedana intanto si è radunato il quartetto. Mi giro nuovamente verso il banco ma non vedo più la donna. La cerco con lo sguardo tra la gente, ma niente.

- Stai cercando me? – una voce all’improvviso da dietro le spalle. Mi giro di scatto e incrocio il suo sguardo dall’alto

- Che vuoi che ti porti, moretta? –

- Ehm..un rhum.. . rhum...ma...ma ascolta, bella, tu...tu conosci Trane?-

- Nessuna moretta mi chiama “bella”, capito moretta? Io ti porto il rhum, tu lo bevi, ascolti quello che devi ascoltare e porti presto il tuo culo fuori da qui…ok?-

- Oh….era solo una domanda…..visto che ci spartiamo lo stesso uomo –

- Moretta…ascoltami bene…se non vuoi che ti inchiodi il culo…vedi di portarlo via di qui nel più breve tempo possibile, mi sono spiegata o devo passare alla traduzione simultanea? –

- Bella, ma tu hai capito o no che ci scopiamo lo stesso uomo? Cristo, voi bionde siete solo piene di …di…biondo dentro al cervello… –

Coltane e gli altri iniziarono a suonare.

- Ok, ora rimarrò qui con te, tu mi racconterai del neo che John ha sulla chiappa destra, poi mi racconterai di quanto ce l’ha duro e grosso da bravo negrone e ….cristo santo….di quanto è capace di scoparti….io ti ascolterò, capirò che, sì, è vero, ieri sera ti sei scopata il nostro bel sassofonista e a quel punto sarò talmente tanto incazzata che ti dovrò spaccare quel bel musetto da cagna…o sbaglio? –
- No, non sbagli è proprio così…ieri sera mi ha fatto morire! – non venitemi a chiedere perché le ho risposto così. Erano gli anni della contestazione. Tanto basta.

Coltrane dà il via all’assolo, improvvisa su ciò che dovrebbe essere noto e io mi sento sollevare da due braccia che invece mi sono notissime e che non improvviseranno con me, oh, no signori. Mi suoneranno con particolare cura.

Volai oltre il tendone rosso dell’entrata. Atterrai male, proprio male, tanto male che mi ruppi una costola e svenni. Dopo qualche ora mi sentii scuotere da uno o due calci alla schiena, aprii faticosamente gli occhi gonfi e riuscii a vedere la donna bionda china su di me.

- Mi chiamo Clarice. Scusa per prima ma …sì…insomma…sei stata proprio stronza –
- Ah, io sono stata stronza??? Io? –
- Ricominci? –
- No no…per carità tienitelo…..-
- Come stai? –
- Di merda, grazie –
- Hai un posto dove andare a dormire? –
- No, dovevo partire oggi per l’Europa ma ho finito i soldi e ora ho pure una costola rotta, penso –
- Hum…Bill ha il vizio di picchiare duro anche le donne –
- Sì, confermo –
- Dai, vieni – e mi aiutò a sollevarmi da terra – per questa notte stai da me ma non ti permettere mai più di chiamarmi “bella” e dirmi che nel cervello ho solo “biondo”, capito? –
- Ok, e per Coltrane? –
- Ah, quello non mi interessa….fai pure –

Albeggiava e la luna piena stava per andarsene. Clarice mi disse che aveva sempre desiderato vedere l’Europa ma non se la poteva permettere. Io le promisi che quando me ne sarei andata da New York l’avrei portata con me.

Crollai sul letto e mi resi conto dal dolore lancinante che provai che la costola era assolutamente rotta.

- Maledizione a te Clarice –
- Dormi, moretta, che domani è un altro giorno -




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lunedì, 24 gennaio 2005
E.B.J.C ...... e la Luna

Ieri sera all’Etranger Boulevard Jazz Club me ne stavo seduta al mio tavolo. Quello nell’angolo infondo al locale. Io e la donna grassa e unta si parlava di quell’anno passato a New York, delle notti interminabili. Lì questa storia della luna piena e il locale vuoto non c’era. Lì era più semplice, più fluido. Ma a Parigi è così, se c’è la luna qualcosa di strano e sottilmente arcano impedisce alle anime dannate che da sempre frequentano il mio locale di entrarvi.

E così ci ritroviamo io e la donna grassa con la solita bottiglia di rhum invecchiato e Gets che discute con le note. Mi piacciono queste serate vuote. Mi accoccolo nell’angolo appoggiando la testa al muro e rimango ad ascoltare chiunque abbia voglia di parlarmi. Ascolto e penso. Penso e fumo. Fumo e bevo. Mi dipingo addosso un ghigno.

E’ la mia sfida con la Luna.

Ci sono io, qui dentro, accovacciata tra le note del sax e un muro grondante umidità e c’è Lei, lì fuori, immersa nel cielo zitto. Io qui, lei lì. Ci sfidiamo a chi resiste di più, a chi può custodire meglio i segreti della gente. Lo so che lei ne ascolta a milioni ma è la su, lei. Io invece sono qui giù. Io condivido con i miei dannati i loro inferni. Siamo tutte e due senza sole. Siamo entrambi figlie della stessa notte. Usiamo linguaggi sconosciuti. Beviamo dagli stessi alambicchi. Ma siamo diverse. Lei non ha cornicioni sui quali rimanere in equilibrio quando i segreti sembrano essere troppi per una sola anima umana. Lei non resta a specchiarsi sul fondo di bicchiere di rhum ipnotizzata da un dolore che non è nemmeno più vivo. Lei ha orizzonti che io non ho. Nell’angolo acuto delle solitudini che mi vengono raccontate, io fagocito dolori che non hanno specchi per rimandare un immagine di possibile libertà da se stessi.

Lei è libera di esserci o non esserci per gli uomini. Io no. Io ci sono. Sono qui e ascolto.


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domenica, 23 gennaio 2005
Etranger Boulevard Jazz Club (...frammenti)

 

Una volta Jessica passò davanti al mio Etranger Boulevard Jazz Club. Rimasi ad osservarla insieme alla donna grassa e unta che gestisce il mio locale. Sembrava indecisa se entrare o meno. Gets aveva già attaccato e la musica si poteva sentire anche dalla strada. Ma quella notte c'era la luna e come sa chi frequenta il mio locale, quando c'è la luna non c'è Jazz che tenga, il club rimane vuoto. Così Jessica spense la sigaretta, si tirò su il bavero e se ne andò.

- Etra, cazzo, non entrano nemmeno i tossici -

- Lo so. E' questa cazzo di luna!..dai entriamo...e beviamoci sopra-


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lunedì, 04 ottobre 2004
ARIA





Liberatorio, rivoluzionario, soverchiante.

Ho sempre pensato che uscendo dal mio Jazz Club in quell’ora strana nella quale l’aria si fa più leggera e non è ancora giorno, ci sarebbe stato bene un gesto dissoluto, vacillante tra il patetico e l’eroico. Qualcosa tipo camminare sul cornicione dell’ultimo piano di un palazzo, con la luce ghiaccia del primo albore, guardandosi la punta dei piedi mentre l’aria fredda ti penetra i vestiti e i rumori delle prime saracinesche salgono dal fondo della strada. Ecco, qualcosa di squisitamente folle ed urbano. Anche un po’ isterico se vogliamo. Ma Parigi non è la città per questo genere di cose. A Parigi ci si ubriaca, si ama, si ride e , al massimo, ci si stende nel bel mezzo degli Champ Elysee mentre i primi taxi sfrecciano indifferenti. Insomma a Parigi non è facile nemmeno morire, troppo romanticamente stronza come città.

Invece, New York sì che ti può far spiccare un bel volo. Vuoi mettere camminare sul cornicione del Flatiron Building, fino alla punta estrema e vedere sotto l’incrocio maestro tra la Fifth Avenue, la 22esima e la 23esima e prima di saltare buttare un ultimo sguardo a Broadway Street, dritta, lunga e profonda. Tagliente come un rasoio. Se ripenso a quell’incrocio rivedo il negozietto ad angolo dove andavo a spulciare fotografie in bianco e nero e al commesso amorfo che lo gestiva. Uscivo dal negozio, mi accendevo una sigaretta e rimanevo a guardare questo straordinario palazzo, questa nave nel cemento, questo immenso inno a Priapo.

Un volo di là su ha un altro sapore. Sa di acciaio. Sarebbe veloce, eroico e tagliente come una pagina di Yukio Mishima. Sa di acrobatica peripezia alla ricerca di un equilibrio perso. Sa di ultimo circense gesto in faccia al mondo.



Mentre camminavo ieri notte, a quell’ora strana, mi tornava in mente l’ultima frase del mio pusher (non ricordo altro dell’altra sera all’ Etranger Boulevard Jazz Club) “perché non smetti con questa vita e non metti su famiglia “. Questa frase ritorna ad infrangersi dentro me come la più impietose delle onde. Aspiro un'altra boccata di fumo denso sperando che si trasformi in scoglio e riesca una volta per tutte a spezzare le reni alla forza tempestosa di quelle parole.

Rimango in bilico faticosamente sui tacchi troppo alti e la gonna troppo stretta. Ogni volta che l’onda ritorna traballo più pericolosamente.

Mi hanno sempre trovata bella, gli uomini dico. Bella e seducente. Quando passo si girano ad osservare la mia camminata incerta ed ancheggiante, mai forzata, naturale ma pericolosamente suadente. Eppure queste scarpe mi fanno male, sono belle ma scomode. Sorrido, e penso a quanti impicci indossiamo noi donne. Quanti inganni scomodi per un seno più alto e tondo, quante caviglie dolenti per qualche centimetro in più, quante smorfie allo specchio per stendere rossetti cremisi.

Arrivo al mio palazzo. Apro il portoncino di legno pesante. Entro. Salgo in ascensore. Mi rendo conto che da troppo tempo non vedo un orizzonte. Da troppo tempo i miei occhi incrociano vetrine, bar, lampioni e muri. Notti e note. Facce sfatte o impietosamente attente. Vorrei un padrone che mi portasse in qualche giardinetto. Ho voglia di respirare, di guardare oltre. Pigio l’ultimo tasto in alto.

L’ascensore si muove. Mi guardo allo specchio, sono pallida e i miei capelli lunghi e scuri accentuano la mia stanchezza. Una madonna vestita di pelle nera. Un leggero scossone, l’ascensore si ferma.

Cerco le chiavi dell’ultimo piano quello che conduce al terrazzane sul tetto del palazzo. Trovate.

Fuori comincia ad albeggiare ed ho freddo ora e nulla per coprirmi. Finalmente però ho il mio orizzonte, oltre i tetti, oltre la città. Ho i primi rumori della città che si sveglia. Ho aria da respirare. Mi tolgo le scarpe, mi alzo la gonna e salgo sul cornicione. Aria. Aria sulla mia faccia stanca. Aria sui vestiti. Aria. Aria sul mio sorriso. Aria sulla pelle a raffreddare questo angelo alato di fiamme che cammina sul cornicione di questo cervello malato. Aria per asciugare le lacrime di gioia perché non mi sento eroica, né rivoluzionaria, né soverchiante. Aria. Aria. Aria. Come un bacio che voglio ancora, ancora, ancora.






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giovedì, 30 settembre 2004

Etranger Boulevard Jazz Club (II)

Ieri sera all’Etranger Boulevard Jazz Club me ne stavo seduta al mio tavolo.

Quello nell’angolo infondo al locale. Io e la donna grassa e unta si parlava di quell’anno passato a New York, delle notti interminabili. La guardavo mentre sudava imprecanti ricordi su quel periodo: era bella lei allora, era bella e non grassa, no, era , come dire, tanta. Si scopava Giovanni.

 

- Ti ricordi Giovanni? Giovanni Coltrane! Ah, Etra, ah! Come scopava! Mi portava nel magazzino…ti ricordi il magazzino del VillageVanguard? Cazzo, erano….quanti erano Etra, forse, 3 o al massimo 4 metri quadri pieni di casse di whisky e lì bam bam Dio! Quanto mi scopava!-

- Sì, ricordo. Finiva il suo pezzo, passava dal bar a prendersi da bere. Cristo…quanto beveva…e poi ti trascinava lì dentro.

- Bei tempi Etra…bei tempi. Guardami ora. Bhaa sembro….che sembro Etra?

 

Eh sì! Bei tempi quelli di New York. Perdevamo la logica sconclusionata del cemento che ci circondava.

Non penso di aver mai visto New York di giorno in quell’anno. Per me era un immensa ombra che scivolava oltre quella porta di legno, giù per quelle scale strette e ripide, le solite facce sfatte. Quel luogo era la traduzione della notte e quindi anche dei miei giorni.

Giovanni Coltrane, Miglia di Davis, Fattura Evans….tutti, tutti avevano suonato lì. Tavolini ammassati, pareti umide, la pedana di legno, sudori appiccicati e note note note biribapipipitarutata. Dopo un pò mancava il respiro, menti in fumo, liquide di alcool, teste ciondolanti, gambe allungate sotto ai tavolini.

ColtraneDavisEvansGordonGets e ancora GetsGordonEvansDavisColtrane biribapipipitarutata….girava tutto.

 

Ieri sera all’Etranger Boulevard Jazz Club me ne stavo seduta al mio tavolo.

Stavo bevendo, sì, io bevo, bevo molto, stavo bevendo e all’improvviso lo vedo.

 

InsaneMind tira una nota all’inverosimile e LogoMuse stringe i denti, lo guarda strano e lo segue a testa bassa frugando all’impazzata sui tasti sparsi del piano. E’ un momento teso. Si infliggono sguardi…. Biribapipipitarutata…..ghigni….zzzzzzzz….

 

E’ molto tempo che non viene nel mio locale, l’ultima volta che ci siamo visti era in un garage di un supermercato dopo una discussione. Macchine inplotonate, luce grigia. Ricordo solo questo.

E’ il mio pusher, lui. Il mio spacciatore, per intenderci.

 

Si avvicina. Si siede. L’ombra del tavolo c’inghiotte.

- sssshhhhh…non parlare – sussurra – sono impazziti stasera? Senti….senti. Se continuano così s’ammazzano-

Biribapipipitarutata.

 

Per un momento annullo tutto, sto per chiedergli dove cazzo è sparito per tutto questo tempo ma lo guardo mentre si porta l’indice alle labbra e mi fa segno di tacere e la frase mi si ferma in testa.

Lui è il mio pusher. Il mio spacciatore, per intenderci. Arriva sempre con della roba buona. Nessuno ha roba buona come la sua, è che qualche volta sparisce e allora ti lascia nella merda. Sì, perché non posso stare qui, notti intere, a bere rhum e farmi violentare da note incazzate senza averlo vicino, lui e la sua roba buona. Mi serve. Mi serve a subirmi meglio. E lui lo sa bene, oh se lo sa, eccheccazzo pusher ci si nasce non si diventa!!!!

 

- sei pronta? – mi chiede – guarda che stasera è roba forte. Chiudi gli occhi. –

 

Ieri sera all’Etranger Boulevard Jazz Club me ne stavo seduta al mio tavolo. Quello nell’angolo infondo al locale.

Sento la sua mano che si infila sotto alla mia maglietta. Una goccia di sudore scorre lungo l’incavo sessoflessuoso della mia schiena e incontra le sue dita, lì al centro del mio farmi concava sotto le sue mani. Poi il cuore cerca di seguire le note ma le note non hanno un senso ritmico e allora il cuore cede, si aggroviglia, casca, riprende, geme.

 

InsaneMind esagera ora, sfida l’indomito pentagramma, sferza colpi e LogoMuse non regge , si stacca dai tasti e abbandona le mani sulle gambe, chiude gli occhi. E’ silenzio ora, perché è il momento della Lezione. Occhi chiusi. InsaneMind non è più dei nostri suona il suo Requiem al mondo, è partito. Noi possiamo solo seguirlo nel buio dei nostri occhi chiusi, del fumo apocalittico delle note, nel giardino sfiorito di questo manicomio.

 

Ricordo quando Jesbs mi avvisò

- ogni volta che lo vedi …ogni sua apparizione qui dentro è omissione di soccorso. Ma tanto tu non vuoi guarire-

 

Mi alzo e mi siedo su di lui a gambe aperte rivolta verso il suo volto. Mi solleva la gonna, la lascia appena al di sotto delle mutandine. Lo stringo al mio petto, la sua pelle sulla mia scollatura, le sue dita scorrono veloci lungo l’elastico degli slip.

 

- Te le voglio infilare …dentro…in questo anfratto umido….voglio sentirti dentro. Dentro –

 

Ed è già dentro. Dentro. Le sue dita scavano cercano. E tutto inizia a perdere consistenza. La sua lingua che disegna il profilo del mio seno, nella scollatura nera, guardo per un attimo InsaneMind e non capisco che stia facendo, se continua così morirà o semplicemente non tornerà più indietro.

 

- Andiamo nel magazzino –

- no, lì non si può – riesco a dirgli mentre il viso mi scoppia per il martellante pulsare di insano piacere. Seguo il movimento della sua mano che mi infilza e un tipo ci guarda con lo sguardo obliquo ma è opaco e perso. Ci ficca gli occhi addosso da quel m