
Eppure lo senti.
Lo senti che in questo momento non sono nulla. Tu sai come palparmi l’anima, non serve che ti spieghi come fare, quanta pressione usare, dove conficcare i polpastrelli. Sono vuota. Non c’è più polpa.
Sai cos’è? E’ che non amo più. Allora butto in vacca tutto. Anche te insieme a me. Ho dimenticato il valore delle cose. E’ vero sono diventata banale, scontata, normale.
Ti deludo? Pensa solo a quanto ho deluso me stessa.
Mi sono persa. Fine dei giochi. Uso la verità maldestramente perché la verità senza cinismo, nel mio modo di vedere le cose, è solo un arma impropria messa in mano ad una stolta.
Lascio cadaveri al mio passaggio. Non che me ne compiaccia, anzi compiacermene sarebbe già qualcosa. Sarebbe quel guizzo sano dell’anima che mi dice che ancora esisto nella vecchia e sublime accezione del verbo che mi apparteneva.
Ciò che “uccido” non ha un grado di importanza, una scala di valori: sei tu, mio padre, un estraneo, il fruttivendolo, me stessa. Sta tutto lì, sullo stesso piano. Non ci sono salite o discese da affrontare prima di agire, nessuna difficoltà o facilità. Non mi batte il cuore mentre dico o faccio le cose. Non cerco di distruggere per poi ricostruire qualcosa di utile e solido, non mi rendo nemmeno conto di distruggere. Pensa te!
E mi chiedi di avere garbo? Magari! Non so più nemmeno dove stia di casa la cortesia, il tatto, quel sublime vezzo che è la mezza bugia per non ferire, per temporeggiare, per sorridere.
Non c’è più nulla qui dentro. Non mi sto confrontando con te, sono solo un cursore che lampeggia su una pagina virtuale aspettando di strapparmi di dosso ancora una giustificazione.
Non sono più nemmeno stanca.
Il dio Ermes, volendo fare un regalo al figlio Etalide, gli promise qualsiasi cosa avesse voluto a eccezione dell'immortalità, ed Etalide pensò bene di chiedergli un'eterna memoria, ovvero la possibilità di ricordare, anche dopo morto, tutte le vite precedenti.
Per il momento ho questa di vita, delle altre non ho memoria.
Non voglio attendere di essere ghianda e tu maiale per riuscire un giorno a viverti dentro.
Pensavo di essere già “dentro”, in ogni tua cellula, assorbita in un osmosi parossistica ma pur sempre certa ed affidabile. Non è così.
E’ un tradimento quello che hai appena compiuto. E tu tradisci come si sancirebbe un trattato di guerra. Lasci andare tutto dentro ai nostri vasi comunicanti tranne poi, all’improvviso, strozzarne uno con tutta la forza che possiedi, rimanendo a guardare il rigonfiamento prossimo all’esplosione. Come un bambino, nel cortile assolato di casa, che stacca la coda alla lucertola.
In questo momento però non ho una vena safena da applicare per by-passare la consunzione del tempo. Non miglioro la contrattilità del cuore. Pensavo che non ce ne fosse bisogno e continuo a pensarlo.
Vedi, penso che tu confonda la normalità con la verità. Che cosa assurda.
Non esiste la normalità nella verità, se così fosse l’essere umano non esisterebbe da tempo, estinto per genocidio. Noi non esisteremmo. Accettare la verità, qualunque essa fosse e continuare ad amarci era ciò che ci strappava alla normalità. Perché la normalità è temporale e mutabile mentre pensavo che l’essere Altro, per noi, corrispondesse esattamente al contrario: un tuffo nell’illogicità dell’inevitabile che rimane imponderabile e immutabile.
Ci vuole una forza enorme per arrivare a questo, me ne rendo conto. Cura e attenzione. Cura e attenzione. Come accettare di farsi bendare e vagare ciechi ma con fiducia.
La fiducia non può essere tradita altrimenti si mette il piede in fallo e si precipita giù da quel filo tagliente sul quale stavamo cercando disperatamente di stare in equilibrio nonostante il mondo intorno a noi.
Tenerti per mano, ma a distanza. Credi sia possibile? Ci pensavo.
Ma non è possibile, per tante ragioni. Circa dieci.
La prima ragione è che sto fumando, ma senza piacere. Bulimia da gesto automatico.
La seconda ragione è che il ghiaccio si scioglie troppo in fretta. Esiste una temperatura di fusione del ghiaccio nel Rum Agricole che ancora non ho imparato a riconoscere. Ne nascono imprevisti per niente piacevoli, tipo troppo ghiaccio che si mette nel mezzo tra la bocca e il Rum. Tipo che il Rum s'annacqua in modo tutto sommato poco dignitoso.
La terza ragione è che la solitudine è, tutto sommato, una reazione allergica.
La quarta ragione è che non ho il cambio automatico e questo è un problema mica da ridere. Sicché si passa da una quinta sobria ad una prima nervosa, poi da una seconda tutto sommato borghese ad una quarta di grande apertura intellettuale. Ciò che mi disturba assai è la terza, che resta inespressa, come se fosse una nota che s'addormenta dentro una viola d'amore. Tipo certe parole che non son mai stato capace di dirti. Di dirmi.
La quinta ragione è una donna che mi interroga, con fare inquisitorio, mentre gestisce in modo assai discutibile il suo rapporto col caldo. Costei ha, da poche ore, iniziato una personalissima tenzone con la temperatura esterna, che adesso domina come una assassina maneggiando strani congegni che gorgheggiano rumorini tecno-naif.
La sesta ragione è che cerco qualcuno che, senza l'ausilio di sostanze psicotrope, sappia immaginarmi all'interno della propria abitazione, tipo su quella trave, arnese adatto a realizzare suicidio perfetto, molto dignitoso e quasi letterario.
La settima ragione risiede nel fatto che esistono tutta una serie di cose che facilitano la comunicazione personale tipo: le zucchine esposte nel banco del supermercato (quelle che avvicinano il genere umano perché sollecitano domande del tipo: "ma lei, come le fa?" e chi lo chiede è irrequieta femmina di anni 37 approssimativi, dotata di seno enorme, cosce poco leggibili e imbarazzante borsa di pitone piena di alambicchi colorati); un distributore automatico di benzina verde, ma molto molto verde, ove sostano utenti sudati con la “50 euri” tutta spiegazzata che chiedono in giro: scusa, c'hai una “50 euri” che entra dentro questa cazzo di lavatrice prima che mi incazzo e stermino la famiglia al seguito (che sta pigiata dentro, ma la nonna sta sempre davanti)? Una multa per divieto di sosta nei pressi del cimitero dove sei andato a portare fiori di plastica a quel tuo amico che se l'è portato via la merda della malattia a 30 anni (insomma eri andato li per farci due chiacchiere, a raccontargli quel che accade perché lui ha pianto troppo, troppo, troppo e adesso preferisce ascoltare) ma al vigile gli importa una sega e, anzi, ti chiede libretto, patente, bancomat, la carta di credito, sicché hai deciso di comprare il corso de agostini di francese, tedesco, armeno e swaili, perché ti pare buona cosa mandarlo a cacare in più lingue, tipo quando il papa augura il buon natale da piazza san pietro.
L'ottava ragione è che mi hai raccontato che con il T9, che gli addetti ai lavori sanno cosa è mentre io continuo a credere sia un missile terra aria di fabbricazione coreana (ma su mandato cinese) tu scrivi la divina commedia in veneziano stretto e la mandi via sms a fascicoli settimanali a quel sinistro figuro che ti importuna con messaggi al cellulare molto ma molto inquietanti del tipo: “ehi, topa, questo aperitivo parte o no?"
La nona ragione è che l'altra mattina ascoltavo radio camionista, tipo attenti tutti, c'è una coda che non ve la rigovernate mai verso Barberino di Mugello, e poi la solita coda sulla Lainate - Como - Chiasso, che li la coda c'è sempre perché le macchine sono di marmo, e gli omini dentro li ha disegnati un ritrattista di Cecina quando era ubriaco, ma nessuno se ne è accorto e allora c'è la coda di due chilometri sulla Lainate - Como - Chiasso da circa sedici anni e i pensionati vanno in mezzo alle macchine a leggere il giornale e uno c'è pure morto e la famiglia ne ha reclamato il cadavere dopo due mesi, perchè prima c'avevano da finire di ristrutturare la casa e mettere quella carta d'apparati con sopra le figurine di venezia.
La decima ragione è che sei lontana, mi fa male lo stomaco, c'ho le mani impegnate a cercare l'antiacido dentro il sacchetto delle medicine e dunque, anche se volessi, non ti potrei abbracciare se non in un sogno.
Un sogno, appunto.
Adesso mi sveglio.
A ben vedere la scelta del grigio come colore di scrittura è di una classe debordante che poco si addice alle due sigarette fumate una dietro l'altra che ora mi intasano i polmoni e mi fanno sudare l'arco sopraciliare.
C’è da dire che se lo scegliessi come colore per il mio blog tutto si annacquerebbe, un po’ come il tuo rhum e, alla fine, delle parole, non resterebbe molto se non una congiuntivite ormonale tutta volta al masochismo auto lesionistico.
A pensarci potrebbe essere un modo elegante di andarsene di qua: un dégradée sublime che parte dal nero per arrivare all’assenza del grigio, tono su tono.
Potremmo metterci a quattro mani, come cani a quattro zampe, e affrontare uno studio epidemiologico prospettico sulla perdita di peso gravitazionale della scala colorometrica dell’anima del linguaggio quando quest’ultimo si slava a riempire spazi vuoti.
Che poi io con i colori ci so fare e se me ne dai solo uno da gestire allora siamo a cavallo.
A cavallo di un onda grigia che scende. Esperimento da farsi.

Le parole non dette dove le trovo ora per raccontartele.
Ci siamo spiegati tante volte il valore di un affetto eppure come può essere mutevole anche questo sentimento che di suo ha la prerogativa di essere muto, caldo e costante.
Gli abbiamo dato anche qualche scossone potente fatto di un paio di addii poco convinti. Soprattutto tu hai pensato di potertene andare veramente, voltare pagina, lasciarmi al mio destino, alle mie decisioni. Ma il tempo ha confermato che non era possibile. Io no, io mi lasciavo teneramente andare al silenzio quando cercavo di allontanarti, nessuna lettera chiusa nei baci, nessun rispetto sottolineato. Solo silenzio.
Ora ci sono parole nuove ma pensiamo che tutto sia già stato fatto. Una sorta di vivace melanconia che ci portiamo addosso. Però non smettere, non smettere mai di chiamarmi quando sei in viaggio, quando stanco ti appoggerai sulle fresche lenzuola della tua prossima camera d’hotel. Non smettere mai di raccontarmi chi sei, di farmi sentire i sospiri, le pause e le rincorse della tua voce. Non smettere mai di parlarmi del prima, dei sogni, del dopo, delle rinunce, dei tranquillanti, delle sigarette dimezzate, di un compleanno, di un libro. Non smettere.
Se avessi avuto più coraggio avrei tirato fuori quelle parole quando potevano essere dette e forse ora passerei a prenderti per uscire a cena, per portarti a casa, per amarti teneramente come non ho mai fatto.

"Inverosimile
Sentirti respirare in me
Avverto un brivido
Sei come un vento che non c’è
E si che il giorno ti ha portato via
Senza preavviso senza che
Fossi già così forte
Da farcela senza te.
E’ stato un crimine
Mettere all’asta il posto tuo
Insostituibile
Quello che fu davvero mio
Profumo inequivocabile
Presenza che mai più toccai
Nei silenzi del mondo
Che rimpiange noi.
Oltre ogni limite
Il mio pensiero sta tornando a te
All’abitudine piacevole
Che poi di noi s’innamorò
Amore folle e irragionevole
Da spazzarci via
Per restare solo ed unico
Una splendida pazzia
Ci puoi scommettere
Io non ci riproverò
Ho le mie nuvole
È la che mi nasconderò
Così mi renderò introvabile
al vuoto che ora abita in me
E che rende fragile
il ricordo che ho di te.
Oltre ogni limite
Come quel fuoco che incendiò
Le nostre anime incredule
Dannate per l’eternità
Per raggiungere quel culmine
Per salire fin lassù
Dove ci si arriva facile
Da dove non si torna più!
Oltre ogni limite
tu "
Renato Zero
(Foto-Michael Martin)

Mi rendo conto che fuggo da te quando non trovo corrispondenza con ciò che conosco. Ti sfioro.
Evito di entrare nel tuo campo visivo perché anche quello è chiedere troppo al mio linguaggio. Se ti ci potessi portare dentro al mio linguaggio muto, allora forse potrei sostenere infinite sfide con i tuoi occhi. Potrei mostrarti la frase perfetta, il verbo magistrale, la metafora arabeggiante, un ghirigori d’oro, il ripostiglio segreto delle frasi celate e mai pronunciate, le montagne di pagine mai scritte, il bianco del non vissuto e fiumi di inchiostro incolore. Ti mostrerei i luoghi delle controversie tra me e me, le parole libere di essere perché mai contraddette, quelle del pianto e del sogno, quelle inventate e quelle imparate. Ma lì dentro non ti ci posso portare. Lì dentro non esistono registratori per poter fermare per sempre l’attimo, il pensiero, l’illuminazione. Dopo la forte emozione tutto si dissolve come polvere. Mi rimane solo il piano lustro delle frasi fatte. Vetrina sempre ben addobbata. So che con te devo scartarle repentinamente anche se mi offrirebbero un modo condiviso e universalmente condivisibile per spiegare ciò che vivo dentro. Una chiave di lettura da dare agli uomini che scorre facilmente nella toppa del discorso quotidiano, un lubrificante da infilare nelle conversazioni. Ma questo vorrebbe dire semplicemente sottovalutarci come parlante e come ascoltatore. Vorrebbe dire passarti davanti agli occhi un pendolo di parole da far dondolare tra un pensiero e l’altro per farli addormentare vicendevolmente fino a rallentarne il moto, fino alla stasi. Rischierei di consumare le parole, di usurarle, di compattarle con l’oggetto a cui si riferiscono. Ti de-finirei, conficcandoti dentro l’angolo ristretto di una lingua conosciuta e prevedibile. Allora preferisco non parlarti, preferisco costruire l’emozione prima, metterla in scena, applaudirla o fischiarla. Contorcermi. Sembra masochistico eppure è il solo modo che conosco per preparami a te. Gioco con le parole e con il loro stupefacente potere ambiguo. Sembrano solo parole ma sono vita. Forse semplicemente rifuggo fino a quando è possibile dal momento in cui ti offrirò ancora una volta i miei polsi per legarli un po’ più stretti a quello che sei, un altro giro intorno alla tua esistenza, perché nel momento in cui ti parlo io scopro di dover ricominciare tutto da capo.
Non sono mai abbastanza. Non sei mai abbastanza.

Pablo Rincòn - Argentina
"stanotte mi stavi sotto la pelle...proprio sotto, in ogni parte del corpo...ho avuto la sensazione di un calore procurato e non auto generato... ti ho desiderata, mi sono addormentato desiderando il tuo corpo, mi sono svegliato nella stessa condizione emotiva... ho mantenuto la promessa non perchè fosse una promessa ma perchè il mio corpo mi ha chiesto una tregua. Una bellissima tregua. "

Per troppo tempo non ho aperto la casella di posta.
Di mezzo la vita.
Accedo.
Tutto cancellato.
Capisci? Questo mondo che trattiene nella sua rete anche le più piccole emozioni, poi, all’improvviso slabbra le sue maglie e libera tutto.
Dove sono andati a finire i nostri byte? Dove sono ora le nostre parole? Ti ricordi quel crescendo musicale di emozioni?
Quella sera, te la ricordi?
La sera nella quale constatammo che un’ora, una manciata di minuti, talvolta vale più di 10 anni messi in fila. Più di una vita passata sui libri a cercare un successo, più di 100 sere passate sotto casa di lei ad aspettare che scenda, più di mille preparativi per far rientrare tutto nella cornice dorata di un giorno con il velo bianco e una marcia nuziale, scarpe che fanno male, invitati che brindano, foto da vetrina, per poi sprecare con la stessa persona fiumi di parole cercando di spiegarle chi si è e cosa si sognava di avere.
Una manciata di minuti bastano quando ci si riconosce tra milioni di persone.
Come potevo non cedere a tanta bellezza. Come potevo non cedere ad una traduzione così intima delle mie emozioni. Le ho conservate gelosamente per tutto questo tempo. Fino ad oggi quando un meccanismo prestabilito ha deciso anche per me che non avrei più potuto rintracciarle se non nella mia testa. Ricordo ancora quando mi scrivesti “Ora vado…ho bisogno di uscire di qui per vedere se sono ancora capace di fare quel movimento che si chiama respirare” e quella giornata si concluse così: con le vene gonfie di felicità.
E’ una magia che ora manca alla mia vita.

Io, un albero secco
Trafitto da un raggio d’acqua, tu.
In mezzo ad un deserto di luce.
Che qualcuno venga pure a strapparmi
Dalla terra,ora.
Ho bevuto.

Credi veramente che io abbia talento? Non mi ci riconosco nelle persone di talento forse perché le stimo troppo, perché in loro vedo un’essenza che va oltre la normale capacità di cogliere e rappresentare il visibile e l’invisibile pur rimanendo in equilibrio. Chi ha talento ne aderisce completamente. Io mi ci accosto appoggiandovi la fronte ma ho già il piede rivolto verso la via di fuga. Come se entrarvi completamente mi svuotasse. Non scrivo da molti giorni e faccio fatica anche ad elaborare questa sottospecie di risposta. Lascio lampeggiare il cursore sul video, in attesa.
Chi ha talento avverte l’urgenza, il bisogno di appagarsi attraverso l’opera. Io no. Io mi lascio risucchiare da mille cose pratiche, scarnifico tutto e tutto mi lascia scarnificata. Qualche volta penso che non mi batta nemmeno più il cuore in petto. Chiedimi cosa farò da grande? Non lo so. I-o-n-o-n-l-o-s-o Chiedimi chi sono? Non lo so. Chiedimi cosa voglio, ora? Non lo so.
In passato ho scritto veri e propri manifesti dell’essere secondo Etra, ora con quelle stesse pagine, mi ci pulirei il culo, tranne poi correre, qualche secondo dopo, sotto al lavandino per recuperare il salvabile perché lì, imbrattata tra il bianco e l’inchiostro, ci sono io. Una pallina impazzita che non sa, proprio non sa, quale sarà il prossimo muro contro il quale rimbalzerà.
Dai, buttiamola lì una verità, di quelle verità che hanno perso l’infanzia: io bluffo con me stessa. E’ una lama sottile che mi passo sull’anima per vedere se trovo un pertugio dimenticato aperto da madre natura. Se lo troverò mi ci infilzerò per ammettere a me stessa che bluffo e che è ora che esca da questo involucro incolore che mi tengo avvolto intorno. Se riuscissi a squarciarlo non so come andrebbe a finire. Forse, semplicemente, comincerei a vivere la vita che non so di voler vivere. Forse mi ritroverei ad avere una di quelle personalità borderline difficilmente recuperabili e sinceramente temo questo. I miei sogni me ne parlano spesso. Vedo cose. Parlo con persone. Tiro fuori il peggio di me durante la notte. Forse è il momento nel quale rendo visibile ciò che tento di rendermi invisibile.
Non cerco l’approvazione della gente semmai io temo la gente: sia quella che dice d’amarti che quella che ti sputa addosso. La gente non sa che farsene della tua fragilità, ti tocca tenertela, custodirla e se ti riesce magari anche nasconderla. Se esco, se uscirò dovrò provare a darla in pasto a tutti e non so se ne ho voglia. Perché se dovessi mostrarmi “tutta” dovrei mostrare la mia piccola anima di bambina. Quella bambina che non mi ha mai abbandonata e che si porta dentro una delicatezza che ha la trasparenza del cristallo finissimo ma già sbrecciato.
Poi, accade che qualche volta la nostra “vita interiore” trova un orecchio pronto ad ascoltarne il suono. Come se questo qualcuno si fosse bagnato il polpastrello e passandolo sulla circolarità di certi incontri, rimanesse ad ascoltarne il suono magico. Ci si riconosce e a me tanto basta.
Rimango precariamente integra ma non vigile a me stessa.

Inversa

Victor Skrebneski

Ci siamo. E’ uscito. Mi hanno pubblicata.
Si tratta di una raccolta di racconti tratti da blog che “come” il mio, raccontano di situazioni più o meno spinte. Almeno così dicono, perché io in questi giorni folli fatti di un’azienda che sta per chiudere per ferie, una casa che sta per essere ultimata lavandini, soppalchi, cavetti in acciaio, fori, cucina, armadio, una vacanza saltata ed una rimediata, non ho avuto nemmeno il tempo di andare in libreria a prendermi una copia del libro che raccoglie alcuni miei post. Ho anche dubbi sul titolo : “Hard Blog” o “Sex Bloggers”, so solo che ha la copertina argentata e che è edito da Mondadori a cura di Berbera & Hyde. Insomma, non so praticamente nulla, so solo che devo ringraziare voi, tutti voi, dal profondo del cuore. Mentre scrivo ascolto Mina, il mio compagno mi ha appena chiamata ed ancora non sa nulla di tutto questo. Lo scoprirà quando gli consegnerò il libro e con lui un segreto. Un segreto che dura da un anno ed è fatto di parole, scoperte e menti eclettiche. Questo blog è nato per caso. E’ nato da una grande emozione, quella provata leggendo il blog de La Mauvaise Reputation, prima non sapevo nemmeno cosa fosse un blog. La lessi per giorni interi affascinata dal suo stile, dalla sua sagacia e da qualcosa altro che sin da quel momento mi ha legata a lei profondamente. Poi ho seguito i suoi links e ho travato Khu e con lui la sua arte, il suo umorismo, un universo che mi ha accolto con simpatia e grazia. Devo a queste due straordinarie persone se oggi posso entrare in una libreria e sorridere pensando che esiste in qualche scaffale un libro con le mie parole stampate.
Ecco, ora mi viene da dire: la vita è bella.

"Cos'è che ti piace, esattamente, di questa foto?"
Lust
"...l'attimo che coglie. La mano di lui che non si vede ma che immagino a stringere i glutei di lei, un gesto di possesso, un attimo, l'attimo che travalica, tracima, ciò che non si può fermare, la testa che gira, il sapore della sua bocca la prima volta, quel bacio tanto sognato, il legno o muro che le preme sulla schiena e lui che la preme sul muro o legno o..... mi piace ciò che non si vede, ciò che lascia immaginare, ciò che ci sarà dopo, il cuore che pulsa, la testa che gira, ancora, il fatto che non possono, non lì, non ora, la camicia aperta di lei, presagire che lei riverserà la testa all'indietro e lui le bacerà il collo, piano, fino all'orlo della sottoveste bianca e che poi alzerà per un attimo gli occhi per guardarla in volto mentre le dita di lui abbasseranno piano quel lembo di stoffa bianca e lei gli offrirà il suo seno...ed infinite infinite altre cose. Narrazioni nascoste. E' il bacio di Hayez al rovescio. Trasfigurato in tutto, nell'abbigliamento, nella mancaza di sete cerulee, nella compostezza. Certo, questa è "sporca" cinematografia, una visione pornografica di quanto fece fare invece Hayez alle mani dolcissime del suo uomo dal cappello piumato quando cinse amorevolmente la testa di lei. Ci vedo tutto...tutte le mie categorie...c'è ALTRO, c'è lei...una cattiva bambina, c'è l'attimo in cui ho scelto di pubblicarla..un dolcissimo cazzeggiamento prima di uscire dall'ufficio, c'è l'atmosfera da EBJC povocante e vietata, c'è ciò che si diranno...parole proibite, suoni di voci rauche e ansimanti, c'è il grande bluff dell'amore...l'attimo nel quale pensi "è Lui", " è Lei", c'è un "capolavoro" in un fotogramma, c'è l'origine delle cose, della vita, il famoso "motore del mondo", c'è il dopo, l'amaro cocente da mandare giù come un grumo di veleno con una sorsata di rhum, ....mia cara Lust....c'è il Senso. Ecco cosa ci vedo "esattamente". E ora vado a letto...il Tavor sta per fare effetto e la testa vaga in luoghi indefiniti..Notte.....ho sonno.....tanto poi alle 4.40 sarò sveglia..ho sonno.

Ci si contorce come bisce se ci si lascia avvolgere dalle spire di questa parola: “Essere”.
Immagino personaggi in me. Immagino alternative non imposte. Immagino, poi muoiono.
Sono parole che cadono come gocce…plinplin…una dopo l’altra… plin.
Sfoglio una rivista e leggo di persone che sono qualcosa, qualcuno, costellazioni dell’universo del fare. Ruotano intorno alla teoria che si sono costruiti nel vivere: al centro, il mondo, che si sveglia alle sette, con il suono acido di una nuova giornata. Plin.
Qualcuno una volta mi chiese “Fa così male?”, era riferito ad altro ma il suono diretto di quelle 3 parole mi tormenta perché ora è diventato il cielo sopra di me.
Fa male scoprirsi senza identità, non volerne una, non riconoscersi in ciò che fai.
Sono circondata da persone che sono_ciò_che_fanno, leggo di persone che strappano a ciò che fanno la linfa vitale per continuare a ritrovarsi, rinascendo e scegliendosi sempre, ancora una volta.
Scegliendosi sempre….scegliendosi sempre….plin plin…
Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie.
Eppure un giorno arriverà il giudizio, un castigo od un’assoluzione. Non so se terrò gli occhi chiusi o mi guarderò in faccia, per ora fa male.
Cosa dovrei fare io in una notte come questa? Dimmelo tu perché io non so come gestirla. Mi ritrovo qui a pensare che tutto quello che vorrei è averti. Ma non ci sei. Non ci sarai mai. Incarto tutto questo desiderio in carta riciclata e lo butto nella differenziata? Faccio così? No, non faccio così. Scelgo di scrivere. Scelgo di inchiodarlo con le parole, di puntellarlo, di tenerlo un po’ fermo. Rimango a guardare la tastiera mentre mi sfrego i polpastrelli e cerco di capire come tramutare in parole ciò che sento. Ma, cazzo, come si fa? Come si fa a dire in parole ciò che il corpo dice con gli umori, con il sangue che pulsa? Prima mentre ti pensavo ero seduta sulla tazza del water e facevo pipì. Sono rimasta così per qualche minuto anche quando ormai avevo finito. Ho aperto lentamente le gambe e c’ho guardato dentro. Ho visto che sui peli del pube era rimasto un po’ di umore bianco e l’ho raccolto con le dita. Ho chiuso gli occhi, ho avvicinato la mano al naso e ho inspirato. Lo sai vero che non ero già più io, lo sai, vero? La lingua ha raccolto quell’umore bianco e lattiginoso e lentamente lo ha appoggiato al palato così come avresti fatto tu, così come avrei fatto io con te.
Potrei scriverti per tutta la notte raccontandoti che il sapore di quell’umore vaginale non sapeva di me ma di te. Perché quello che c’è tra me e te è un patto scritto con questo desiderio che ci scorre dentro. Noi, noi…siamo dannati. Dannati dentro. Marci fino al midollo. Abbiamo capito che da qualche parte al mondo esiste un altro noi e la nostra dannazione intima, segreta si è moltiplicata per due. Non ho mai creduto che il contrario di uno fosse due. La matematica non funziona in questo campo. Forse verremo condannati alle fiamme eterne e un po’ già lo siamo qui, su questa terra. Ma non mi interessa, non m’importa di bruciare all’inferno. Che mi traghetti pure Caronte! Caronte mi è sempre stato simpatico, è l’unico canto che conosco a memoria.
Che urli pure “anime prave….” Gli urlerò in faccia “Sììììì, dimmelo ancora!”.
Voglio marcire in tutto questo perché in tutto questo ci sei tu.
E qualche volta le risposte si trovano tra le pagine di un libro......
" - Un giorno - disse lei - un uomo che aveva tradito molto spesso la moglie e al quale io avevo rimproverato di non averlo tenuto nascosto mi ha detto: Se è un segreto, non è amore. Oppure è impossibile. Presumo volesse dire che se è amore è troppo forte, avvincente e devastante per rimanere nascosto, no?-
- Forse sì, forse intendeva proprio quello - disse lui - non posso saperlo per certo perchè non l'ho udito con le mie orecchie.-
- E allora?- disse lei - Che ne pensa?-
- Forse aveva ragione - disse lui, senza provare a riflettere. Quanto rimase ferita nel sentirlo! una risposta simile significava dirle: Io non la amo. Lei e io, non è amore. E lui pensava proprio questo infatti. Diceva: Lei e io, non so che cosa sia. Glielo aveva detto fin dalla primissima volta. Non aveva mai smesso di pensarlo. Erano legati. Eppure non sapeva dire da cosa. Provava desiderio, sì, ne aveva provato molto la prima sera. Ma un'altra cosa ostacolava quel desiderio. Una grande tenerezza. Ilsentimento di una gemellanza segreta. Quella donna era una sorella, una simile. Non aveva mai incontrato nessuno che gli somigliasse tanto. Perciò si rifiutava di farne un'amante."

E un giorno mi torna in mente questa cosa. Non mi torna in mente, è che un giorno riesco a fare quel movimento da contorsionista davanti allo specchio e con la coda dell’occhio riesco a rileggere quello che mi hai inciso sulla pelle. Milioni di parole raggruppate in segni semplici ed indelebili.
“ guardo le mie figlie e penso che sono la mia vita poi penso a te e mi dico che sono un condannato a morte”
"E se penso come alla fine mi hai ridotto tu…
non capisco come…
Ed aspettavo come....
come un cane quando non c'è più…
non c'è più il padrone
contro il vetro per guardare giù.
E mi chiedevo come...
avrei vissuto se tu....
e se quel "magone"...
mi sarebbe mai "andato giù"!
Ho guardato dentro casa tua
e ho capito che era una follia
avere pensato che fossi soltanto mio
e ho cercato di dimenticare,
di non...guardare."
Sta zitto.
Stai zitto e basta.
Non puoi sentire la musica che sto sentendo io ora. Non puoi sentire il sapore di questo rhum, forte, robusto, pieno. Non hai il fumo che sale tra le dita. Non puoi vedermi ora che sono qui nell’atteggiamento più vicino che conosca a quello di un uomo. Perché io sono anche questo: un uomo.
Sono un uomo che ti scrive con il rhum, la musica e la sigaretta.
Non saranno parole articolate e ben concepite; assomiglieranno invece ad un “delirio” dell’anima.
Cosa c’è di nuovo in me? Ci sei tu . C’è questa musica suonata magistralmente da Eric Clapton.
C’è l’alcol che oramai mi sta circolando nelle vene. Pulsa alla base dei pensieri e del pube e non ci posso fare nulla. Non cerco nemmeno di fermarla questa voglia.
Io e te siamo circolari. E’ questo che mi sconvolge. Mi sconvolge il fatto che ora, se mi ascolto, sento che ho voglia di fare pipì e che vorrei farla mentre non so se sto venendo o se sto facendo pipì e che vorrei farla su di te.
Ecco, Eric suona “Cocaine” e penso che, se tu fossi qui, allora queste note diventerebbero sesso, diventerebbero te sdraiato con me che ti prendo la testa e me la metto tra le gambe mentre ti dico di mangiare, di succhiare e di dirmi che è la più bella fighetta che tu abbia mai mangiato e bevuto. E ti sorprenderei perché improvvisamente ti verrei addosso. Ti bagnerei tutta la faccia.
No, non è volgarità. Tra me e te non esiste questa sorta di architettura umana fatta di convenzioni e buon senso. Non esiste. Chiudo gli occhi e ti vedo mentre fai di no con la testa e vedo la mia mano che entra nei pantaloni e si ficca 2, 3 dita dentro e che poi esce per farti vedere il mio umore bianco che tra un secondo succhierò. Ne vuoi un po’? No, ora vieni qui. Vieni a prendertelo dalle mie labbra.
Chiudo gli occhi e spero che ora tu possa chiamarmi, che tu possa chiamare la tua ossessione e dirle - Sbattiti per me -. Sì, mi sbatto per te. Per te che non ci sei se non nelle pieghe di mollusco voglioso che mi pulsa tra le gambe. Dio, mi gira la testa!
Vado a prendere un altro po’ di rhum e poi a fare pipì…altrimenti scoppio…ma non è detto che mentre sono lì e faccio pipì, io non mi tocchi. Non lo so. Ora vado, proprio ora….(sono le 21.45).
Aspetta.
Eccomi…no, non mi sono toccata. Non l’ho fatto e te lo dico. Semplicemente.
Non l’ho fatto perché voglio rimanere così, piena della voglia di te. Piena della voglia di te, gravida di tutto questo liquido pronto a scoppiare ma silente e armonioso come questo blues. Dio, come vorrei la tua lingua ora sulla mia pelle. Ti farei bere il mio preziosissimo rhum versandomelo addosso. Leccami. Nettami. Salvami. Portami via. Via da qui. Via!
Fammi dimenticare che esiste un mondo lì fuori al quale bisogna sempre presentare una risposta. Via….via da tutto.
Eppure questo non è solo sesso. Non lo è. E’ qualcosa che va oltre, è averti dentro di me, sotto la pelle.
E’ la parte umana di me che parla, la parte faticosamente sudata della mia umanità che chiede al destino….perché non sei qui? Perché non posso essere la donna–femmina-assassina-compagna-amica di quest’uomo? Forse perché nemmeno tu esisteresti a quel punto. Forse.
Ma ascoltiamo questa musica…dai…non ci pensiamo….ascoltiamola e dopo esserci presi rimaniamo un po’ abbracciati. Ah….cristo….il brano numero 15…..”Wonderful tonight” è così romantico.
Lasciamo stare….è il rhum che parla.
E’ solo la voglia di stare con te anche ora, ora che di sexy ho poco, ora che sono qui tra fumo, rhum e musica. Ora che assomiglio più ad un uomo che ad una donna e se potessi me lo prenderei in mano mentre la testa mi gira e questo blues sa di anche femminee e odore di sperma sudato. Ora che vesto gli abiti comodi della mia casa e della mia intimità fatta di Etra senza trucco, di Etra senza tacchi, di Etra che ti vorrebbe qui.
Ora che mi sento te.
Cambio musica. Ho bisogno di calare i giri altrimenti mi faccio male o mi masturbo senza fine sino a domani: metto Debussy e respiro profondamente……
”La Mer”…….ed è come essere in una barca con il vento e il sole….anzi no, un mare illuminato solo dalla luce della luna. Stai con me . Chiudi gli occhi. Senti l’arpa? Senti il flauto?…..mmmm….senti. Stai zitto e ascolta.
……………………….
………………………come è bello!

- e cosa successe?
- Quando lo vidi per la prima volta, dici?
- Sì, quella volta, cosa successe, come andò?
- Ero a Roma nello studio del mio commercialista…
- Sì, questo già lo so…vai avanti però..
- Ero in sala d’attesa, lì c’è sempre da aspettare, e davanti a me, seduto nella fila di poltroncine di pelle nella parete opposta alla mia, c’era lui, seduto.
- Era solo?
- No, no…accompagnava un suo cliente.. aspettavano anche loro. Ad un certo punto esce la segretaria e ci dice che la riunione che il commercialista ha in corso si protrarrà per un bel po’, che si scusa, se può offrirci qualcosa volentieri bla bla bla, al che io mi alzo, cammino su è giù per la stanza, guardo i quadri, telefono in ufficio…….
- E lui?
- Lui niente….si guarda la punta delle scarpe.. scambia qualche parola con il suo cliente.. poi il cliente si alza, esce dalla stanza parlando al cellulare. Rimaniamo io e lui.
- Hum…
- Mi siedo dove ero seduta prima.
- Come eri vestita?
- Che c’entra!!!
- Come eri vestita?
- Avevo il mio tailleur nero, quello con la gonna stretta e un po’ lunga e la giacca scollata…quello nero…rimaniamo io e lui, seduti l’uno davanti all’altra….e gli stivali alti con il tacco…quelli neri
- E che ti dice?
- Nulla, che doveva dirmi, nulla….rimaniamo così per un po’…io guardo i quadri della sua parete e lui guarda la punta delle sue scarpe…poi alza lo sguardo, non la testa, lo sguardo, e mi punta gli occhi addosso. Io incrocio i suoi occhi un paio di volte. Lo guardo e subito distolgo lo sguardo.
- Ma…lo avevi già notato, no? Dico, già lo avevi considerato?
- Dal primo momento, dal primo momento.
Sento i suoi occhi su di me ma non riesco a sostenere il suo sguardo…ci riprovo ma proprio no e mi viene anche un po’ da ridere…allora ci riprovo, lo guardo ancora e lui sempre lì, mani tra le ginocchia, peso in avanti, testa abbassata e sguardo conficcato
- E lui?
- Lui cosa?
- Lui com’era vestito?
- Come sempre….elegantissimo. Impeccabile. Bello da morire.
- E allora l’hai guardato e lui…..lui allora cosa ha fatto?
- Allora riesco a guardarlo negli occhi e succede.
- Succede? Cristo, quando fai così mi fai incazzare…succede cosa?
- Succede. Punto. Succede quello che non è mai successo prima con nessuno uomo.
- No, no eh?!...non avrete mica…lì? Nella sala d’attesa? Con la segretaria e il commercialista e il cliente e tutto l’ambaradan? No eh?
- Succede che sento quella casa…quella cosa che mi fa provare solo lui…ma al tempo del nostro primo incontro mica sapevo cos’era…la subii, come si subisce l’ordine di un incantatore. Lo guardavo negli occhi e provai la più disarmante delle naturalezze. Capisci? Non c’era…come posso dirti…non c’erano le sovrastrutture dell’imbarazzo, del primo incontro…non c’era nulla di tutto questo. C’era lui e c’ero io e…
- ….e?
- a quel punto si alza, io deglutisco, cammina verso di me, si siede sulla poltroncina affianco alla mia e si rimette nella posizione di prima. Sembra quasi che si metta a riflettere, con le gambe leggermente divaricate, le braccia appoggiate sulle gambe, la testa bassa a fissare le mani che si tormentano, ma non mi sembra agitato, sta solo pensando, ecco…come se trattenesse qualcosa …..poi si solleva, inspira profondamente e si gira verso di me…si gira a trequarti verso di me…capisci come? Così…si gira così e io faccio lo stesso, mi giro verso di lui.
- Eravate vicini?
- Sì, molto. Lì, in quel istante ho percepito per la prima volta il suo odore. Quel profumo maledetto. Mi prende le mani tra le sue. Io mi chiedo “Bhè ora dovresti dirgli cosa sta facendo…se è impazzito…chi è …come si permette –
- E allora sbotti e glielo dici
- No. Sto zitta e chiudo gli occhi per un istante perché è come se per la prima volta nella mia vita io possa percepire il calore della pelle di un uomo. Ho la schiena rigida e un formicolio in testa e alla radice dei capezzoli…sai…sì, insomma….sono pazza per quel contatto e non temo..capisci? non avverto nessun grado di timore
- Male.. malissimo
- Poi riapro gli occhi e lui mi sta guardando e mi dice – Voglio fare l’amore con te – io..io..non rispondo faccio solo segno di sì con la testa. Silenzio. Gli dico – Ora. Lo voglio fare ora –
- Non ci credo! Non puoi avergli detto una cosa del genere
- Ed invece sì. Sì, gli ho detto – ora –
- E lui? Cazzo e lui, lui che ti ha detto..no, scusa, tu gli hai detto –ora- e lui che ti ha detto? Ti è saltato addosso….
- No, vedi, non capisci
- No, non capisco, perché, scusa, ma…….
- Ci siamo alzati e siamo usciti
- E il cliente? E il commercialista?
- Non lo so. Ce ne siamo andati. Siamo usciti. Il cliente stava discutendo al telefono, ci ha guardato distrattamente uscire e non ha detto nulla. Abbiamo camminato allungo, mano nella mano senza dire una parola. Giravamo senza una meta. Poi all’improvviso mi ha trascinato dentro ad un portone aperto di un palazzo.
- O Dio!
- …mi ha appoggiata al muro. Mi ha detto – No, non ora. Non qui. Il nostro sarà un viaggio molto lungo. Tu nemmeno sai quanto. – Mi ha baciata. Tremava e io non capivo più nulla perché pensavo che si sarebbe scatenata una forza indomabile in me, che saremo capitolati, che mi avrebbe presa lì, che l’avrei amato lì, in piedi su quel muro. Invece…invece.. ci baciavamo e c’era un calore pastoso e liquido che mi si irradiava dal cuore, su su fino alla nuca, sulle guance e sulle labbra. Ma non aveva niente a che vedere con il sesso, no, niente a che vedere.
- E cos’era?
- Appartenenza. Io gli ero sempre appartenuta. Non so da quando, in che vita, in quale istante ma era semplicemente così.
- Oh! E cosa successe poi?
- Uscimmo dall’androne, in strada. Mi strinse forte le mani dentro le sue e se le portò alla bocca per baciarle, odorale a occhi chiusi. Poi estrasse dal taschino interno della giacca un biglietto da visita in carta papiro. C’era il suo nome stampato in colore amaranto. Conobbi il suo nome così, in quel momento, stringendo tra le dita quel pezzo di carta. Nulla fu più come prima dal momento in cui conobbi quel nome, quel nome color amaranto.

[…]
……. Mi piaci per il fatto che fai le cose così come le faccio io: io annuso le mie mutandine pensando di essere te e tu ti tocchi pensando di avere me davanti che ti guardo e penso a quanto sia bello guardarti mentre mi doni il tuo corpo, la tua bellezza, la tua nudità turgida, il tuo conturbante respiro e il movimento ritmico della tua mano che segue vene ingrossate da una piena di desiderio, desiderio che è tutto mio nel modo più semplice e meno “prestabilito” che due esseri umani si possano donare, e avrei voluto essere stata ad un millimetro dalla tua bocca per respirare il tuo godimento mentre venivi e avrei voluto poi berlo, leccarlo, succhiarlo, non lasciarne nemmeno una goccia per assaporare ciò che era mio, solo mio, dedicato a me. Poi ti avrei baciato e tu mi avresti leccato le labbra perché tutta quella roba, quel concentrato di vita appartiene a noi due: è mio e tuo. E’ il nostro patto di sangue, è la fusione , è aderire alla membrana fragile dell’anima che abbiamo di fronte, è cercare di “mangiare” l’altro per averlo in sé nel tentativo disperato ed illusorio di non lasciarlo andare, di non perderlo, di essere uno.
Morbosamente cercherò il tuo corpo, morbosamente mangerò le tue labbra e ti bacerò, sarò pazza di te del mondo che sei, sarà quasi doloroso averti e forse ti farò male e ti chiederò di farmene per averti anche lì dove si perde il limite del possesso, il momento in cui due corpi si sono uniti ma non basta, si vuole di più, di più, di più, più di te, più di me ed allora il dolore fisico ti fa andare oltre. Di te vorrò possedere anche quello. Di te vorrò possedere la rabbia di avermi, di infilzarmi, la voglia di scoparmi, di mordermi, di schiaffeggiarmi, la voglia di digrignare i denti mentre dici il mio nome. Una guerra fatta su un letto. Di te vorrò le dita che cercano, che spostano, le dita che aprono, le dita che entrano mentre mi guardi, mentre mi lecchi il seno ed allora io verrò e tu berrai, leccherai e sarai mio senza limiti. Passerai il tuo ventre su tutto quel caldo umore, passerai il viso, le guance, la lingua.
E poi? Poi vorrò abbracciarti, vorrò sorriderti, vorrò restare così bagnati, sporchi, appiccicati e poi… vorrò averti ancora, dolcemente, quasi con pudore, con delicatezza, ascoltando il suono liquido dei nostri corpi, vorrò sentirti entrare ed uscire piano, vorrò che mi accarezzi il viso, che mi parli.
Se dobbiamo preoccuparci? Forse.
“Ti prego solo di non andartene, perché se te ne vai ora non fai più ritorno. Fuggirai oltre i confini del mondo e non vorrai ricordarti di quello che è iniziato qui, tra me e te, quando l’anima si apre così, lentamente e con dolore, verso un’altra persona. Non smettere di scrivere, aggrappati alla penna con la forza che ti è rimasta. Stai tremando per lo sforzo, ma continua a scrivere, affondando in me le tue radici. Non avere paura. Nemmeno di quel pensiero che hai fatto un milione di anni fa, o due giorni fa, quando avresti voluto risvegliarti senza memoria, dopo un incidente o un intervento chirurgico, ricordando a poco a poco, la tua storia e la mia per raccontarla a te stesso, dall’inizio senza sapere, nemmeno per un momento, se in quella storia tu sei l’uomo o la donna.
Vorrei che tu potessi ricordare come ci si sente quando si è donna, e come ci si sente quando non si è né uomo né donna. Solo “essere”, prima di tutto, prima delle definizioni, dei pronomi personali, delle parole e dei generi. Forse in questo modo, potresti anche arrivare, quasi per caso, alla possibilità primordiale di essere me.”

Genova.
Ho prenotato due stanze. La solita precauzione.
Arrivo prima di lui. E’ sera. Oramai buio.
Disfo la valigia. Poche cose, per una sola notte. La camera è accogliente. Anzi elegante.
Vado in bagno, accendo la luce e rimango a fissarmi allo specchio. Mi guardo ma in realtà già non mi vedo. Ho la testa altrove.
Torno in camera guardo il cellulare. Nessun messaggio.
Non mi chiama mai prima di un nostro incontro. Solo messaggi. Messaggi che misurano chilometri, orari aerei, taxi presi, traffico, in un crescendo di distanza che si accorcia.
E’ così, abbiamo creato questo meccanismo ad elastico. I due capi dell’elastico che per mesi stanno in tensione, uno in una città, l’altro in un'altra. Poi, improvvisamente come per qualche evento irrecuperabile, definitivo, catastrofico la tensione dell’elastico diventa insostenibile e le due parti precipitano verso il centro. Velocissimamente, dall’oggi al domani
- prenotami un aereo per Genova, sì, Genova, sì, lo so che ho degli appuntamenti fissati da settimane ma non me ne frega niente, cancella tutto, racconta una balla, inventati qualcosa…..ah….grazie, Lucia, grazie, se non ci fossi tu –
Sono irrequieta. Vorrei che quella porta si aprisse e che capitolassimo sul letto senza nemmeno dirci una parola, ma mi sento strana, sento che questa volta c’è di più.
I minuti passano, tra un po’ dovrebbe arrivare.
SMS : “Ho preso il taxi. Convegno finito. Arrivo.”
Tra qualche minuto sarà qui. Ripenso a quanto mi piace quando entra da quelle porte. L’ultima volta ad arrivare ero io.
SMS : “Sono nella circonvallazione, traffico sostenibile, 10 min e sono da te”
SMS: “Allora faccio in tempo a farmi una doccia”
SMS: “mmmmm…..”
Mi aprì la porta con l’asciugamano annodato in vita e la pelle bagnata. Pensai che qualche ordine ancestrale si fosse capovolto: il diavolo mi apriva la porta del paradiso.
Guardo fuori dalla finestra, è buio oramai.
So che se apro e lo vedo, lo divoro. Il sangue comincia a circolare forte nelle vene. Sento che si sta avvicinando. Avvolgo con il pensiero quel taxi, salgo, invisibile, sul sedile posteriore affianco a lui, rimango a guardarlo. Quanto è bello. Il suo profumo. L’odore assassino che emana. – Tra qualche istante ti toccherò-
L’inquietudine si fa spasmodica. Torno a guardarmi allo specchio e istintivamente comincio a spogliarmi
- Domani quando ci vedremo, voglio che ci sediamo l’uno davanti all’altra, ti voglio nuda, voglio sussurrarti il mio desiderio, voglio sussurrartelo sino a quando ti vedrò luccicare, lì, tra le gambe ma non ti toccherò, non ti sfiorerò nemmeno. Resisterai? –
Ecco, penso al potere dei sensi e una vampata mi infuoca il viso. Chiudo gli occhi e mi sento tremare.
Prendo il cellulare, starà per arrivare, sarà già qui sotto
SMS – Mi toglierò un senso per dare potere agli altri. Mi troverai seduta, con le spalle rivolte alla porta. La porta sarà appena accostata. Non dire una parola quando entri. Non dire nulla. Ora mi bendo e aspetto.
Sento la porta chiudersi. Rumore di passi. Silenzio. Tremo, non posso impedirmelo. Un sussulto, due mani si assicurano che il nodo della benda sia ben stretto. Credo che morirò, ora così. Una goccia calda cade sul pavimento.
Precipitiamo verso il centro del senso.

E' passato molto tempo.
Non è cambiato molto fisicamente.
E’ sempre bello. Bellissimo. Maledettamente elegante. Maledettamente charmant. Sbrodola classe da tutte le parti, sembra quasi una forma di incontinenza la sua.
Non è questione solo di abbigliamento (sempre classico, sempre al massimo della forma, cravatta di seta, camicia cifrata, polsini antichi, bretelle sensualissime, scarpe fatte su misura) o di accessori che addobbano il personaggio (Porsche, IWC, biglietti da visita in carta papiro con carattere Edwardian amaranto stampati da un occhialuto tipografo da retrobottega fiorentino) o di profumo, il suo Floris London o Truefitt & Hill.
No, non è solo questo.
Ha il potere di non farmi mai capire se arriva o in realtà torna.
Conosco il suo modo di camminare, il suo atteggiamento altero, il suo profumo. Lo vedo e lo riconosco e allora dico – E’ tornato - eppure ogni volta c’è qualcosa di nuovo e allora dico – E’ arrivato.-
In entrambi i casi lo odio con la stessa intensità.
L’ultima volta che ci siamo visti guidavo io e all’improvviso mi fa
- ecco, mi sono dimenticato di portarti la cassetta che ti ho registrato-
- ahaha scusa, fammi capire – e gli butto lì uno sguardo dall’alto in basso, ironico – tu mi hai registrato una cassetta? –
- Sì, che c’è di male?
- Nulla, ma, hahahaha, mi sembra di vederti mentre traffichi con lo stereo come un ragazzino di 15 anni –
- Stronza. Sei sempre più stronza. Comunque… c’ho messo dentro tutte le canzoni che ho ascoltato, magari in macchina, in ufficio, a casa e che mi hanno fa
Letto imperfettamente ha l'estremità sinistra ondulata, perchè incappata nel mediterraneo, è graffiato da grani di sabbia stanziati tra le rughe della rilegatura, ha odore di treni, di cimiteri, di sigari, di tempera e china. Lo uso per coprirmi il viso, lo apro al momento giusto, quando non mi tollero o mi costringo in mezzo a gente che non riconosco, quando fingo che il perimetro in cui tentenno non è che la somma di figure indolori. Lo uso come vassoio per il piatto da cui mi nutro velocemente, mentre leggo altro per pura distrazione, ci scordo la cenere fredda delle nottate insonni, demolite sulla punta di un cubano zuppo di Acromasia. Lo uso sdraiandolo sul pavimento, come stelo dello specchio con cui mi guardo dal basso il centro, ci appoggio l'immagine del mio piacere. Lo uso per sfruttarlo e mortificarlo, lo uso per tutto quello per cui non è nato. Esiste per essere donato. Così consumato da me, così sporco di me, così rigettante me. Resiste per avere le pagine strappate a sguardi, per raggiungere la congenita trivialità di piegarsi alle leggi di chi l'avrà.