lunedì, 07 novembre 2005
Vedi, mia cara cicciabella, la cosa è ancora più grave perché tu non ti sei posta minimamente il problema di cosa stavi maneggiando, l’importante per te era indossare emozioni e panoveggiarti come fanno le bambine davanti allo specchio con il vestito buono della mamma.
Anzi, peggio, molto peggio. In un gesto come quello di una bimba con l’abito della mamma che si alza in punta di piedi per cercare solo un attimo, solo nella sua fantasia, di arrivare ad essere bella come colei che l’ha messa al mondo, c’è tale e tanta dolcezza, c’è talmente tanto amore che tu nemmeno sai dove stia di casa.
Tu non saprai mai cosa vuol dire DOMARE UN TEMPORALE, tu non saprai mai cosa vuol dire alzare le mani al cielo ed essere assolutamente certa che quella nuvola lì, quella grossa e gonfia che si fa spazio tra le altre, più grande, più fiera, più infuriata di tutte è tua, ti appartiene e si muoverà ancora un po’ più in là per fronteggiare quell’altra parte del cielo che le ha dichiarato guerra. Io, la sovrana, io colei che le governa, io la mano che muove le pedine di un cielo con il coltello tra i denti. Che ne sai tu di una paura abbagliante che squarcia un cielo fanciullo fatto di gocce a catenelle su trecce che schiaffeggiano. Che ne sai di un vento che fa la voce grossa per farsi sentire, per destare sospetto, che si intrufola, che scombina, che va fermato con una frustata di saetta. Che ne sai tu di come fanno male le punte dei piedi quando sembra che il tuo reame si rivolti, quando sembra che sia pronto ad imbizzarrirsi ingigantendosi, serpeggiandoti tra le dita, vociferando la rivolta, la rivoluzione, che ne sai di un temporale pronto a metterti alla ghigliottina.
Tu non saprai mai cosa significa portare sulla pelle un ricordo, un grumo di parole, quei suoni che mi si sono aggrovigliati intorno all’anima per soffocarla, da prima, come a volerle togliere la luce, l’aria, la vita. Parole da curare poi, da disinfettare perché non emanino il lezzo putrido di un dubbio che si deposita e marcisce, la pazienza, sperando che come una ferita si richiudessero, che cicatrizzassero, che smettessero di avere un significato compiuto. Che ne sai di quante combinazioni, quante ore di scarabeo ho giocato con quelle poche sillabe uscite una sola volta dalla bocca di un uomo distrattamente innamorato. Esiste un luogo dove sono custodite, faccio fatica anche io a guardarvi dentro, eppure sono lì. Una bacheca delle intenzioni. Un ampolla che se la giri e la rigiri, guardandole con l’unico sguardo innocente che all’amore va concesso, quello che nasce da un gesto di fede, forse fa sciogliere il suo contenuto per trasformarlo in sangue. Il sangue che pulsò nelle nostre vene quando credevamo che fosse possibile…semplicemente possibile amarci.
Che ne sai tu di una notte da fumare, da storcere su strade buie con l’unica luce di due fari a dirti che una boccata di vita si tira e poi si sputa. Se la metti in parole però fa meno male e nella nebbia all’angolo della bocca che ti si avviluppa intorno all’occhio, senti quel caldo dolce della vita che passa e non torna. Che ne sai di 300 km e di 5 anni di vita? Che ne sai di un egoismo adulto e severo.
Che ne sai di un istante che tracima, che spacca, che ti pianta il muro sulla schiena a disegnare graffiti di piacere da spazzolare via con manate di sorrisi, che ti ruba il fiato, che perde peso sotto alla gonna leggera alzata fino al mento, di dita che tracciano teoremi sulla pelle forzando elastici di pizzo, strappando calze che reggono un erotismo assoluto.
Che ne sai di due occhi da turbante, di un’assenza, di una verità sussurrata, di occhi che ti leggo di notte, stanchi, delusi, amareggiati, stuprati dalla vita. Che ne sai di un pugno di fragilità che si incontrano.
Non si battono in piazza, non si vendono come schiave. Tu non sai che mentre il migliore dei tuoi offerenti alzava la posta per aggiudicarsi quell’emozione, le corde si stavano allentando sotto ad un lavorio continuo di unghie che grattavano una verità. Ma tu, della verità di una vita che si cerca di condividere, che ne sai?
Che ne sai di un immagine, di una foto compagna di parole. Che ne sai di un cornicione, dell’aria gelida, dell’equilibrio che non perdi. Che ne sai di una madre fanciulla che ti stringe la mano fermandoti il cuore. Di un tramonto che tarda a sedersi sul giorno. Di una luce che si spegne sull’indifferenza degli uomini. Di uno sciamare di sigarette che illuminano le notti nei corridoi mentre un pigiama bucato si struscia dannatamente cercando di abbattere la sensazione di aver posseduto un tempo, un nome, una casa, un figlio, una famiglia.
Che ne sai, tu, delle piccole cose quando hai perso anche quelle? Che ne sai?
Vissuto da Etranger alle
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