

Non era un bel momento per la nostra storia. Una serie di incomprensioni, di no urlati in faccia, di impegni con il mio uomo ai quali non sarei mai mancata, di mie assenze nella vita quotidiana dell’altra ci portarono presto a fossilizzarci in posizioni diametralmente opposte. Lei rivestiva ora la figura dell’amante e io quella della fedifraga.
- sei come un uomo, anzi sei peggio di un uomo – me lo ripeteva spesso e forse aveva ragione.
Non ero portata per le discussioni a lunga scadenza, mi spazientivo, infastidita dalla sua caparbietà ad infilare perché come fossero perline. Perché?…perché?… perché?…sembrava non sapesse dire altro. Le mie spiegazioni sembravano non bastarle mai e così inventavo scuse più o meno plausibili e penosamente vuote, attanagliata in una morsa di storielle inventate che facevo palleggiare una volta verso Elli e l’altra verso il mio compagno. Era un gioco al massacro che non mi piaceva e in primo luogo non mi piaceva perché con Elli era stato proprio l’opposto; fino a quel momento stare con lei aveva voluto dire sentirmi libera di non essere sempre trasparente e disponibile, libera di espormi senza veli, di chiedere e di dare senza soppesare eventuali disparità tra le parti, libera di esserci o non esserci. Ma non è forse questo quello che cercano gli uomini, e per un po’ trovano, in una relazione extraconiugale? Forse Elli aveva ragione: ragionavo come un uomo e nemmeno me ne rendevo conto.
Non ci sentivamo da quasi due settimane dopo una cena finita con una notte di sesso violento ed opaco con poca dolce comprensione per l’altrui godimento. Una notte finita con calze infilate di corsa, la zip della gonna ancora da chiudere, mentre uscivo dalla porta di casa sua per andarmene con la seria intenzione di finirla lì.
Quella notte ero rimasta catturata ancora una volta da quei suoi scorci di dolcezza mista a perverso candore. Cedevo al suo fascino.
Coglievo quegli attimi sublimi nelle sue distratte movenze, quando si ravvivava i capelli, quando rispondeva al telefono, reclinando lievemente la testa da un lato, scoprendo il collo, lungo, bianco e sottile.
Diventava un mistero fatto di inspiegabili sfaccettature femminili che mi portava a ricominciare a tessere il filo del desiderio avvolgendola di sguardi furtivi.
Attratta da ciò che mi apparteneva in quanto donna ma che ora rivivevo ed ammiravo in lei. Era questo il problema: io l’adoravo e nulla piace di più ad una donna.
E’ proprio questo che in fondo chiediamo all’amore: essere adorate, sentircelo dire e vederlo negli occhi di chi dice d’amarci. Sta nel nostro dna genetico e culturale riconoscere l’adorazione per noi.
Siamo tutte delle piccole madonne, scrigni del grande segreto, adulate e divinizzate perché in realtà incomprensibili. Amiamo l’amore perché è un atto di fede, una liturgia che appartiene al nostro immaginario sentimentale. Siamo madre natura, la più primordiale delle divinità ai piedi della quale ci si inchina catturati da un delirio dei sensi che tutto ignora, rapiti da noi stessi, invochiamo di tornare a farne parte.
Elli non apparteneva ad un passato che in qualche modo si replicava, era assoluta, devastante rinascita. Avvertiva chiaramente quando rimanevo incatenata al suo altare, prostrata dentro, nell’intimo. La desideravo ardentemente quasi accecata da questo malessere che mi rodeva lo spirito e le carni. Ella ne godeva e ne chiedeva sempre di più. Un altro gesto, un’altra parola, un segno, l’ennesimo sacrificio alla sua deità.
Ancora, ancora, ancora come a volersi fare fiamma eterna. Io il suo tedoforo in gonnella.
……
Nel momento poi del suo massimo splendore, quando ero accecata dal desiderio di lei, arsa nei movimenti così come nelle parole dinnanzi alla sua bellezza, Elli, con un gesto, rivoluzionava tutto.
Scendeva dal piedistallo, si avvicinava a me ritornando ad essere umana, lascivamente randagia, sottomessa e postulante.
Perché si comportava così? Semplicemente perché voleva essere corteggiata!
Nel gioco infinito e muto dei corpi che si cercano senza prendersi, Elli cercava la melia dell’immortale amore. Poteva sembrare un atteggiamento da giovane donna innocentemente innamorata ma io la conoscevo o forse, in verità, conoscevo la mia scarsa propensione all’ingenuità.
- Smettila! –
- Smettila? –
- Elli, non farmi innervosire, vieni qui e smetti con questi giochetti, ti prego –
Che cosa bizzarra l’amore, pensai. Bizzarra e stordita. Come fosse possibile per Elli non capire che questi suoi atteggiamenti, questi suoi calambour intorno all’eterna domanda “Io ti amo, tu mi ami?” non funzionavano con me, e non funzionavano non perché me ne chiamassi in qualche modo fuori, al riparo, ma perché ero stata proprio io, una donna come lei, ad usarli per prima, sviscerandoli servendomene, modulandoli in mille atteggiamenti alla ricerca di un eco d’amore.
Magari non avevo usato quei cacofonici richiami d’amore con lei, magari li avevo usati fuori da quella camera da letto, da quella casa, fuori da quella storia, in un’altra storia, con il mio uomo e con qualcuno ancora prima di lui. Immemore, io per prima, ignorando insistentemente che l’amore svilisce se stesso quando chiede conferma della sua stessa esistenza.
Ad Elli ero arrivata così: pronta ad ardere ai bordi di una passione senza farmene inghiottire al centro. Pronta a farmene cullare rimanendo comunque vigile alla parte peggiore di me.
Per Elli la mia parte peggiore era quella che definiva la parte maschile. Forse aveva ragione o forse ricadeva ancora in una fatale ingenuità.
Perché lì, in quel anfratto lucido e vigile che mi impediva di cadere nella ridondante risacca dei suoi - mi ami? -, io non ero solo un uomo ma ero, soprattutto, una donna che la desiderava come l’avrebbe desiderata un uomo.
Fatale errore, mia bellissima Elli, fatale errore sottovalutare quanto tutto ciò ti avrebbe svelata ai miei occhi.
Un uomo quando desidera è puro istinto. Sta al gioco per un po’, si inginocchia ai piedi della sua danzatrice del ventre seguendone maldestramente i movimenti, ma poi, alla fine, affonda i denti nell’angolo acuto del suo istinto e azzanna senza orpelli. Noi no. Noi donne agli orpelli aggiungiamo i fronzoli della voce, della risata, dell’ammiccamento, ritrose e poi spregiudicate, sinuosamente ebbre per prolungare l’attimo nel quale ci lasceremo andare, finalmente conquistate.
Era un arma a doppio taglio: conoscevo già il copione ed Elli ne rimaneva spiazzata, dibattendosi incapace di aderire a qualcosa che va ben al di là dell’appartenenza al genere femminile.
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