

Mi sono portata a casa il lavoro e l’unica luce accesa è quella sulla scrivania. Non mi resta che infilare nello stereo il mio cd di blues preferito. Come stare all’interno di uovo sperando che la concentrazione regga e che il fragile guscio che mi protegge non vada in frantumi. Vivisezionare le alternative e le scelte più giuste per le strategie del giorno dopo e per i mesi a venire non è facile quando è notte e sai perfettamente che in realtà vorresti altro. Ti sforzi di non essere altro se non i numeri e le righe implotonate di caratteri neri che ti si snodano davanti agli occhi. Tenere la schiena dritta e le spalle rilassate cercando di non cedere ai sospiri reticenti del corpo che ti chiede una tregua. Girare pagina, sottolineare, capire e imbrigliare il pensiero in ciò che serve allo scopo. Eppure ad un certo punto gli occhi si staccano dai documenti e fissano puntigliosi l’ombra morbida oltre il cono di luce della lampada. Cedo. E’ un attimo e quello che stavo facendo è già un ricordo incamerato in qualche cassetto della mente, diligentemente archiviato e pronto all’uso ma oramai lontano.
Ti infili in quel momento di debolezza, come se ti fossi nascosto nell’angolo buio della stanza ad aspettare pazientemente che mi lasciassi andare all’inevitabile stanchezza. Mi massaggio delicatamente le tempie. Chiudo gli occhi.
Eccoci qui, amore mio! Qui, a 300 km di distanza in due notti apparentemente diverse eppure assolutamente uguali almeno nell’involucro. So cosa stai facendo, anche tu alla luce della tua lampada, immerso nei tuoi libri, nelle tue letture, negli appuntamenti del giorno dopo. Conosco il maglione comodo che indossi, ne conosco le fibre intessute con anni di intimità part-time, la nostra. Conosco le pareti di quella stanza centimetro per centimetro, chiodo per chiodo. Più a destra… tieni il martello…il chiodo pendente dalle labbra e la tua mano impertinente sul mio sedere. Abbiamo imbiancato, spostato, misurato quei metri di casa milanese rivestendoli di un amore fatto di andata e ritorno, lasciando lavori in sospeso tra un “la prossima volta che torno” e un “sono qui”. Potremmo rivestire le pareti di 2 o 3 case con i biglietti ferroviari di questo amore. Eppure, caro amore mio, eccoci ancora qui, in una notte di mezz’inverno a dover misurare con il pensiero ciò che in realtà vorremmo poter abbracciare con il corpo. Qui, a dover sentire che è troppa la tensione che mi mette addosso questa solitudine, è troppo doloroso ora abbassare lo sguardo per guardare la mia mano che accarezza un ventre piatto, arido. Perché ogni volta che parto, che me ne vado da te, mi sento come un pacco rispedito al mittente. Certo, inizialmente non era così, ma ora, amore mio, ora questo corpo stanco e non più giovanissimo, questo corpo di donna mi tormenta. Parla lui per me e si ribella. Sto subendo un’inquisizione di perché e il mio Torquemada è il mio corpo. Seduta qui davanti a tutti questi documenti che mi parlano di certezze evidenti mi sento persa, in equilibrio precario. Vorrei sottoporre la nostra esistenza ad una analisi logica dei contenuti ma se la materia di cui siamo fatti è quella dei sentimenti allora diventa impossibile trovare un grafico o una linea retta che divida ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. C’ho provato una volta, sai? Ma l’inchiostro della mente che ha scritto quell’elenco infinito di pro e contro era come succo di limone: il fantasma di se stesso. Era un inchiostro viziato dal non-colore dell’egoismo. Perché è questo il problema, mio caro amore: siamo perdutamente egoisti e pavidi. Facciamo battere in piazza i nostri giorni, mettiamo all’asta noi stessi per un briciolo di successo o per troppo senso del dovere, incapaci di dare una misura e un valore al tempo come se ci fosse sempre un domani disposto a mettersi in gioco per noi. Invece domani è un anno in più, qualche certezza in meno, chilometri su un tachimetro che va veloce e non conosce la moviola per riavvolgere il nastro delle scelte non fatte. Un domani per non sbagliare più. Quanto vorrei sospendere il giudizio andando a tastoni in piena anossia della ragione, così, tanto per ritornare ad innamorarci ancora. Così, tanto per piangere ancora mentre facciamo l’amore. Anelo una catastrofe anarchica voluta dai sentimenti che strappi dalle mani di questa notte la matita rossa ché non sottolinei il lasciarsi andare alle ragioni del cuore. Perché questo mio cuore mi parla d’altro ora, mi sta suggerendo altre alternative da sostituire alle scelte non compiute fino ad ora. Sono stanca, amore, di tutta questa solitudine e ho paura. Ecco, l’ho detto: ho paura! Paura di soccombere all’autoreferenzialità della solitudine come se stare soli infondo non fosse altro che un gioco di specchi che si giustifica e sminuisce la sua stessa tristezza. Un uroboro che esclude tutto ciò che sta al di fuori del suo cerchio. Io invece urlo in silenzio che tutto ciò che voglio ora è ciò che non ho ancora vissuto e sta al di là di queste spire. Ho bisogno di crescere e di dare un senso e un valore al mio domani. Non mi basta più confezionare week end e valige formato single. Anche questa notte non dormirò.
Spengo la luce. Rimango ad ascoltare il rumore che farà questa lacrima quando finalmente toccherà terra.
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