

Rileggo l’ultimo messaggio che ti ho spedito. Guardo che ora fosse nella notte.
E’ la sensibilità di quell’istante che cerco di rivivere.
Il prima e il dopo.
Fino a qualche giorno fa non sapevo nemmeno che fine avessi fatto. Inghiottito da anni di lontananza, da chilometri di secondi. Eri un ricordo, un piccolo ricordo, fresco di gioventù e complicato come l’adolescenza. Un ricordo di mani inesperte ed incespicanti, visioni distorte di una personalità che si formava. Oggi sei un uomo. Io una donna. Che banalità la vita quando si riduce ad un fattore temporale. Prima ragazzini, oggi adulti. Tutto qui.
Il fatto è che ci ritroviamo complicati come allora. Forse peggio se possibile.
Non ti ho mai capito, interpretato, e oggi come un tempo, avverto la stessa difficoltà. Allora mi chiedo se sono cresciuta, se sei cresciuto, se gli anni, apparte qualche ruga, abbiano aggiunto o sottratto. Forse hanno solo moltiplicato, esasperando. Due mostri che non riescono a disfarsi dei propri orrori per poter essere amati, un giorno, da un essere dolce e bello. Il fatto è che non si può sempre chiedere agli altri di vedere oltre le nostre brutture, di accettarci nonostante le nostre mostruosità pretendendolo solo perché non siamo disposti ad avere paura.
Se ci si ferma all’attimo da condividere, è tutto semplice, me ne rendo conto. Anestetizzare prima ancora di avere qualcosa da curare. Docili e disponibili come la superficialità, evitando l’angolo pungente del vero incontro. Rimanere in superficie a galleggiare nell’acido della non appartenenza, impermeabilizzati anche a ciò che è naturale ricerca dell’altro.
Insomma, evitare accuratamente il gioco delle parti come fossimo eroine di un qualche romanzo scabroso di poco valore ma di gran popolarità. Impegna poco e fa molto chic.
Anche la volgarità può fare parte del pacchetto come se fosse una parte evoluta e avanguardistica di un relazionarsi elitario con l’altro sesso. L’usarsi, assaporando l’entusiasmo per l’azione fisica, affascinati dall’emozione del non tenere conto di piani e programmi.
Siamo come quei personaggi aristocratici che finiscono stremati su un divano, imperlati dai sudori del sesso a fumare parole su quello che pensiamo di essere, compiacendoci di prendere a calci quell'attimo nel quale, invece, abbiamo avuto un sussulto d’amore plebeo.
Quasi come se l’avanguardia del non-sentimento fosse una forma di anarchia. Peccato che nel definirci anarchici si crei, nostro malgrado, un punto di contatto. Intimo. Profondo.
Alla fine ci si piace.
Scommetto però che saremo capaci di distruggere anche questo. Stiamo già nel pieno dell’antitesi: non agendo, agiamo. Nichilismo puro.
Ma dimmi, tutto questo ci appartiene ancora o è solo un vezzo incancrenito che quasiquasi non riusciamo più a sopportare?
Ci impedisce di vedere oltre noi, non capisci? L’abbiamo sempre vissuto come il massimo dell’espressione di libertà, l’Io per l’Io. Ma oramai io sono assefuatta a questo genere di tensioni. Voglio di più, anche se mi rendo conto che il mio di più vuol dire “meno di me”.-
Voglio vedermi in qualcun altro. Essere per qualcun altro motivo di costruzione. Voglio diventare il credo di qualcuno. Ecco, sì, il “credo” senza riserve. Questa forse sarebbe la mia vera avanguardia.
Infondo, queste sono state le tue stesse parole, dette in una forma diversa meno arabescata, più diretta. Cerchiamo la stessa cosa e ce ne rendiamo conto, quando rimaniamo ad osservare il ghiaccio che resta a roteare nel fondo del bicchiere tintinnante ed ipnotico.
Ti osservavo l’altra sera, quando mi stavi accanto e, senza guardarmi, mi raccontavi di quello che cerchi e che vuoi. Ma lo facevi con un ghigno infastidito, non dalla mia presenza ma dalla tua. Come se quelle parole te le fossi ripetute mille volte e quasi ti fossi venuto a noia.
Conosco bene questa sensazione. Mi appartiene.
Eppure arriva un momento nella vita, nel quale la nausea di noi stessi è talmente forte che ci si deve ribellare o dannare.
O resti a roteare intorno allo stesso punto centrifugando tutto quello che invade il tuo spazio o, di quel punto, fai confine da oltrepassare.
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