

Ieri ho tenuto tra le braccia un’amica che piangeva di un pianto talmente tanto doloroso da farle mancare il fiato. L’ho spogliata, ci siamo infilate nel mio letto e l’ho tenuta abbracciata sino a quando si è addormentata.
Ho pensato a quanto male fanno quei pianti e a come, ogni volta che mi sia capitato di doverne vive uno, fossi immancabilmente sola.
E’ successo sette anni fa. L’angolo dell’occhio che coglie il colore vivace di una valigia rigida e pesante che scompare dietro ad una porta, la porta che si chiude. Ricordo che prima di quel movimento, di quelle ombre in quella stanza, prima, nella notte, quando la sveglia era l’unico rumore e il led del videoregistratore sembrava un faro verde, prima, quando mi ero lasciata cadere sul divano, poi ricomposta, seduta, rigida ad aspettare, non avevo voluto ascoltare quella cosa che cresceva dentro. Poi la porta si è chiusa e la mia gamba destra ha avuto uno spasmo, poi si è gradualmente irrigidita, accartocciata verso il mio ventre, la testa si è piagata indietro seguendo l’inarcamento della schiena e le mie mani hanno afferrato un pugnale invisibile al centro della pancia. Il peso terribile sopra la testa che mi impediva di rialzarmi, mi schiacciava giù, giù dal divano, giù sul tappeto con la bocca spalancata a lasciare una scia di bava sulla spalliera, sul cuscino, sul tappeto.
E’ successo quattro anni fa. L’ho sentito arrivare, quel dolore, ed ho voluto ignoralo mentre mi passavo il cotone sugli occhi, i capelli raccolti, uno specchio da evitare e il rumore dell’acqua sulla ceramica del lavandino.
Non ce l’ho fatta ad uscire dal bagno per arrivare alla camera. Mi ha preso alle spalle, come un vigliacco, come un maniaco, come un cane rabbioso. Sono rimasta sul pavimento di legno, la testa da un lato, il corpo molle ed inerme e un urlo muto dipinto sulla faccia. Mi sono risvegliata così, la mattina successiva, con la saliva impastata ai capelli tra il mio viso e il pavimento.
E’ successo l’altra notte. Erano le tre del mattino. Ho aperto gli occhi ed avevo già la bocca spalancata, gli spasmi che mi scuotevano e il dolore di quel bastardo che aveva affondato le unghie tra il mio cuore e il mio respiro. Due ore.
Ho percepito l’alba.
Ti ho scritto un messaggio a Parigi.
Ho aperto le braccia e ti ho lasciato andare via.
C a t e g o r i e
a l t r oE t r a M a i l
etranger04@libero.itA m m i c c a M e n t i
C o m M e n t i
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