giovedì, 16 novembre 2006
Ecco, forse non mi inginocchio più ai miei stessi turbamenti. Non innalzo più l’urlo come vittima sacrificale a ciò che è stato, che non ho, che vorrei, che potrei.
Mi sto imborghesendo. Annaspo pure in minuziose scenette familiari che mi vedono badante di un focolare che non c’è. Sogno l’inevitabile quando prima bramavo lo sfacelo del divieto. Oggi dubito quando prima invece preferivo l’errore. Forse alla fine ho trovato il modo di dannare la mia esistenza annullandone gli stimoli artistici. Perché ciò che mi elevava era non credermi possibile, spalmandomi addosso la diversità cogitante, ripetitiva, maniacale di chi non si appartiene.
E’ questo che succede quando ci si vieta di sognare.
Sto per finire le sigarette.
Non bevo più nemmeno il rhum.
Sono indecisa se indossare il reggicalze.
Spilucco libri come se mi fosse passata la voglia di verità.
Traccio la linea tra i puntini e finisco sempre per ricreare questa o quella condizione per il futuro: un enigmistica da ferie agostane.
Mi ritrovo solo nel godimento, quello fisico e carnale, miracolo del corpo e dello spirito. In quello spazio annullato ritrovo la mia diversità. In quei gesti non ho memoria e sorrido senza il compiacimento dell’autoreferenzialità perché vivo di un’energia incontenibile, di una luce che mi sfalda, che non mi permette di ricompormi.
Esplodo.
Fuori.
Lontano.
Mi permette di non essere “una” ma infinite e quello che sento è mutevole, plasmabile, alterato, è arte del senso quindi corruttibile. Se-duco me stessa.
Vissuto da Etranger alle
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mercoledì, 08 novembre 2006

Balthus
Vissuto da Etranger alle
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