

Dalla finestra della camera del Punta Tragara vedo la luna, i faraglioni, il mare.
Spettacolo impietoso. Altisonante. Difficilmente si regge ad una vista così senza ammettere a se stessi che quello è il luogo più bello del mondo. Che sei al centro della bellezza. Che l’estasi la puoi provare anche senza devastarti il cervello.
Rassicurante, materna. Parolibera. Di un azzurro notturno incoercibile. Luce, colore, odore, suoni.
Nella stanza.
In piedi di fronte allo specchio. Indosso un abito bellissimo, rosso, me lo ha comprato lui questo pomeriggio da Moschino. Anche le scarpe le abbiamo comprate lì, piccoli laccetti di pelle rossa che corrono intorno alle mie caviglie, tacco altissimo, al limite dell’equilibrio.
Ora è lacerato per tutta la lunghezza dai piedi sino al collo. Un taglio chirurgico, netto. Ho sentito la lama gelida della forbice sfiorarmi il pube, la pancia, passare tra i seni, fermarsi appena sotto al collo. Poi ancora da dietro, tra i glutei, in mezzo all’incavo ombreggiato della schiena sino alla nuca.
Mi prende i polsi e li tiene dietro la schiena saldamente fermi tra le sue mani. Stringe molto, non posso muovermi. Infila un ginocchio tra le mie gambe da dietro, e mi obbliga ad aprirle appena un po’. Non parla ma respira profondamente.
Mi guarda allo specchio e io mi sento avvampare il viso in un attimo di fragile imbarazzo.
- No non così….non si fa così…alza lo sguardo. Vedi? Guardati..
Se solo sapessi cos’ha in mente.
Solo la luna entra a disegnare il profilo del mio corpo. Intorno al collo una sciarpa costosissima. Mi fascia di rosso, mi fa pensare di essere come una di quelle donne africane che indossano infiniti anelli per allungare il collo.
Con le mani cerco di toccarlo, di arrivare ai suoi pantaloni, mentre continua la sua presa ferrea da dietro.
- Stai ferma e guardati –
Non capisco cosa voglia, dove voglia arrivare. Sono già passati 30 minuti e le caviglie mi fanno male, vorrei potermi sdraiare sul letto, vorrei fare l’amore.
- Voglio che tu veda quello che vedo io –
Cosa vede lui? Vede uno specchio con la mia figura riflessa, una donna giovane con il collo fasciato di rosso, le mani dietro la schiena, il petto in fuori, le gambe divaricate e le caviglie che tremano nello sforzo di reggersi in piedi. Cosa vede lui?
- No, non ti stai guardando –
Penso che ora potrebbe smetterla, sbattermi sul letto sollevarmi le gambe sulle sue spalle e scoparmi. Sono stanca.
- Cosa vuoi da me? – gli chiedo, dalla mia bocca non esce un suono sensuale ma piuttosto un lamento stridulo
- Voglio che tu ti veda con i miei occhi –
- Mi sto guardando –
- No, non è così –
- Vuoi che ti dica cosa vedo?
- No, non voglio che tu parli, voglio che ti guardi. Capirò quando sarà il momento.
Allora ho capito: il giochino andrà avanti ancora per un po’ poi mi prenderà al massimo dell’eccitazione, la sua.
Invece non è così.
Si avvicina al mio orecchio, mi scosta i capelli. Questa è la seconda volta che mi tocca dopo la cosa di avermi tagliato il vestito.
- Guardati. …..io non scopo per supremo ordine di Dio. Non seguo regole. Se stai cercando di discutere con me sul perché ti trovi qui, sul perché Dio da delle regole, sul perché io non le segua allora rivolgiti ad un gesuita la prossima volta. Quello che voglio, quello che voglio onorare, è la più bella creazione del pianeta: il corpo femminile. Ma fino a quando non lo sentirai anche tu è tutto inutile.
Ora però mi trascina sul letto, mi fa sedere sul bordo rivolta verso lo specchio, mi lega le mani dietro la schiena, mi sfila le mutandine
- Apri le gambe….
e mi lega le caviglie ai piedi del letto.
Va a sedersi dietro di me con in mano il cellulare. Rimane a guardarmi un pò poi compone un numero. Non dice una sola parola, forse fa solo uno squillo.
Dopo qualche minuto di totale silenzio e assoluta immobilità sento bussare alla porta. Si alza e va nell’altra stanza, un salottino adiacente che fa da entrée alla suit. Dalle voci capisco che sono entrati una donna ed un uomo.
No, non voglio, penso che non voglio che accada così. Che mi fa paura. Potrei urlare ma a che servirebbe. Ho paura. Le ginocchia tremano e nel tentativo di chiudere le gambe le caviglie mi fanno male.
Silenzio.
Fruscio d’abiti. Sento il sospirare crescente di femmina. Rumori liquidi provengono ora dall’altra stanza. Un mobile, forse il sofà scricchiola ritmicamente. Il mio cuore smettere di battere per un istante poi comincia ad andare all’impazzata. Guardo la luce che filtra dalla porta socchiusa.
La porta si apre e lui torna nella stanza da letto, è vestito. Si appoggia allo specchio e rimane a guardarmi, mentre la lama di luce che entra dalla porta mi illumina e il piacere di quei due invade la camera di suoni corporei, di respiro, di colpi sempre più assestati in profondità.
- Ora puoi vedere una donna e sentirne il piacere. Ora, se ci riesci, puoi arrivare ad intuire cosa siete, quale infinito mistero, quale infinita bellezza.
Guardo verso lo specchio, ma non più lui, guardo me. Ascolto. Mi guardo. Ascolto. Lui sorride.
- Ecco. Ora inizi a vederti veramente.
Non ho più alcuna percezione della sua presenza.
(chi è? Non lo so. Oggi pomeriggio ho incrociato i suoi occhi riflessi sulla vetrina di Moschino per la prima volta – Lei è bellissima, le voglio regalare quest’abito – pensai che fosse un pazzo eccentrico e che prima di notte avremmo fatto l’amore.)
Mi scioglie i lacci alle caviglie, mi libera le mani, segue il mio respiro convulso rimanendo in ginocchio davanti a me sul bordo del letto, non mi tocca. Trattengo l’ultimo spasmodico urlo di piacere liquido aggrappandomi al suo sguardo e al suo sorriso. Il mio corpo freme per le ultime scosse di piacere che mi percorrono la schiena. La luna smette di illuminare la stanza. Che la notte abbia inizio.
– Vai nella tua stanza ora –
( omaggio a David Schickler)

Per andare in ufficio faccio sempre la stessa strada. Quasi sempre.
Destra, dritta, rotonda, dritta, fila di platani, sottopassaggio, dritta, sinistra, incrocio, cavalcavia, destra dritta, destra, destra, arrivata.
Dritta, fila di platani….è lì che da 6 mesi lo incontro.
Io arrivo con la mia macchina e lui sta facendo retromarcia per uscire dal suo palazzo.
Aspetta che la mia macchina passi oltre e poi esce. Lo vedo fare manovra dallo specchietto retrovisore. Aspetta che la mia macchina passi e poi esce.
All’inizio non avevo notato questa cosa del io passo e lui esce, veramente non avevo notato quella macchina che da quasi un mese a quell’ora del mattino, in quel tratto di strada ditta, fila di platani, faceva manovra e usciva.
Poi una mattina passo, il cellulare suona, con la mano destra frugo nella borsetta appoggiata sul sedile al mio fianco, ma non lo trovo, suona e non lo trovo, può essere solo l’ufficio, guardo avanti poi nella borsetta avanti poi nella borsetta avanti nella borsetta….sterzo bruscamente vedo solo la parte posteriore di una macchina blu scuro a qualche centimetro dalla fiancata sinistra, poi la fila di platani sulla destra che si avvicina, sfila, sfiora la fiancata destra. Sono ancora in strada. Freno. Ho il cuore a mille e il cellulare nella mano, mi manca il respiro, non so chi sia che mi abbia chiamato, non guardo il display, rispondo e urlo
- Fanculooooooo –
Stavo per ammazzarmi.
Guardo lo specchietto retrovisore. La macchina blu, non è uscita, è rimasta ferma. La scena si congela per qualche secondo. Metto la prima, parto, vado in ufficio.
Da quella mattina io passo, lui aspetta che io passi e esce.
Allora passo e mi metto a ridere e penso – questo aspetta che io passi per non rischiare di essere travolto-.
Passano i mesi, la cerimonia si ripete. L’uomo dalla macchina blu aspetta, aspetta, aspetta che io passi.
Una mattina passo, ma volutamente passo piano. Sicuramente mi vede arrivare perché quella strada è un lungo rettilineo e al mattino presto non passa quasi nessuno. Rallento, sono a 100 metri da lui, se volesse avrebbe tutto il tempo di uscire, fare manovra ed andarsene. Invece aspetta. Vedo le luci rosse dei freni accese. E’ lì, fermo, che aspetta. Piano, passo piano, guardo dentro la macchina quando sono a pochi metri, guardo dentro, incrocio i suoi occhi. E’ uno sguardo lungo, infinito, un rallentin, sguardi conficcati. Poi dritta, fila di platani.
Il giorno dopo e quello dopo ancora e ancora e ancora è uno sguardo lungo, infinito, occhi plagiati.
Poi, una mattina passo e l’uomo dalla macchina blu non c’è più. Rallento, freno, mi fermo davanti al suo portone. Non so perché ma ho il cuore che batte all’impazzata, un senso di smarrimento, guardo in alto verso le finestre chiuse. Non so nemmeno quale sia casa sua, il suo piano, non so nulla di lui se non i suoi occhi che mi arrivano addosso ogni mattina e la luce rossa dei freni pigiati affondo nell’attesa di vedermi arrivare e passare.
Per una settimana mi fermo lì davanti, qualche secondo non di più. Non c’è. Non esce.
Destra, dritta, rotonda, dritta, fila di platani……..fila di platani….rosso….blu….rosso…credo di non riuscire a deglutire, mi si forma un lago di saliva in bocca, dimentico di cambiare marcia, il motore ulula, freno. Non c’è nessuno dietro di me. La macchina si ferma. Sono distante almeno 150 metri da lui, ferma in mezzo al rettilineo.
Mi avvicino piano vedo le luci rosse spegnersi, poi riaccendersi, spegnersi, riaccendersi.
50 metri.
30
20
10
…mi fermo a 5 metri dalla sua macchina. Occhi sul suo volto, occhi sulle sue labbra, occhi sul colletto della camicia, occhi sulla mia scollatura, occhi sulla mia bocca.
La mano stringe la maniglia dello sportello. Le luci rosse si spengono. Porta le mani al volto se le passa sulla faccia come a volersi strappare di dosso una tentazione. Vedo che abbassa la mano verso la maniglia. Ci guardiamo.
Se fai solo ancora un piccolissimo gesto non torniamo più. Se solo apri quella porta, muoio. Se solo scendi non rispondo di me. Se solo respiri ancora una volta ti prendi questa responsabilità e mi porti via.
Si apre il portone di casa. Esce correndo un bimbo con in mano una cartellina gialla.
Mi guarda lo guarda mi guarda. Mi strozzo con un urlo muto. Le luci rosse si accendono.
Abbassa il finestrino, prende la cartellina, accarezza la testa del bimbo mentre questo già se ne sta andando. Rientra in casa. Lascio la maniglia. Mi fa male la mano.
Mi guarda. Luci rosse accese. Metto la prima… sottopassaggio, dritta,… sinistra,……. incrocio, ………..cavalcavia,…………………… destra dritta, ……………………destra, ……………………..destra, ……………………………………arrivata.


"I was cold ,later revolted a little, not much, seemed perhaps a good idea to try, know the Monster of the Beginning Womb."
..ecco. Ancora quella sensazione di non detto tra me e te.
La stessa sensazione che mi portò a scriverti la prima volta.
La stessa sensazione che mi porta a raschiare pentole quando in realtà sono già perfettamente nettate.
La stessa sensazione che non mi porta a dire, comunicare, esternare A TE.
Un low motif quasi impercettibile. Lo stesso che esce dalla doccia quando si cerca di grattare via il bluastro persistere di antiche cicatrici.
Quasi un tono di nostalgia, un vecchio pezzo blues, una tristezza tacitamente condivisa.
Io ti guardo, ma non voglio toccarti.
Il genio ha questa prerogativa: la solitudine di certi “sentire” troppo fragili.
Lo spiegavo ieri ad un’amica.
Siamo nate troppo presto per il mondo che ci circonda.
Le ho detto che talvolta dimentichiamo il principio generatore di ogni cosa: il desiderio.
Lei mi ha risposto che non poteva seguirmi, forse non lo credeva possibile, perché la sua mente è troppa per un corpo solo, che lei gode senza toccarsi.
Le ho risposto “Dio Sia Lodato”.
Ma il mio Dio è quel principio motore di tutto: il mio Dio è il desiderio.
Il desiderio di “essere” prima di tutto, prima dei pronomi personali.
Non so se vi riuscirò mai, se sia mai possibile prendere l’altro Dio per il bavero tirarlo giù dal suo trono e dirgli “Ma tu, che cazzo vuoi da me?”.
Il mezzo? Il mezzo che scelgo per “essere”? Il genio, la pazzia, l’arte.
Qui di seguito riporto le parole con le quali mi sono spiegata nel parlare con la mia Amica:
“ ascolta…ascolta
io ti capisco
vivere ogni singolo minuto per come siamo fatte noi
è anche troppo
o forse troppo poco
perché abbiamo il potere di farlo diventare eternità. Qualche volta
mi fa paura perchè sono sempre stata convinta di una cosa
che essere dei geni vuol dire essere irrimediabilmente pazzi,
vuol dire sentire che nelle vene scorre la follia,
vuol dire coccolarla, portarsela addosso e dentro,
qualche volta vuol dire…..ascoltami…..vuol dire
parlare alla propria donnina pazza e dirle
- ok, piccola ora ti tolgo la camicia di forza e fai quello che devi fare-
allora si scendono le pareti dell'anima
con in mano il mazzo delle chiavi di mastro
si apre la cella
la si guarda
la nostra piccola donnina pazza
le si fa una carezza
ci si accerta che non ci siano smagliature
nelle pareti dell'anima
e le si toglie
la camicia di forza
poi si esce
si chiude tutto
si risale quella faticosa
scala
e si aspetta
lei
si guarderà intorno
e
comincerà
comincerà il suo canto triste
il suo canto di gioia
di gloria
e staremo lì
impassibili esternamente
mentre dentro il grande miracolo
si compie ancora una volta
assistiamo spettatori di noi stessi
al grande miracolo della vita PURA
RARO, SCARNIFICANTE
OCCULTO
pochi sanno fare questo
io li chiamo geni
e saper tirare fuori
questo senza MORIRNE
genera l'arte
L'ARTE di Balthus
l'arte di Dante
l'arte del cosmo
l'arte dell'infinitamente piccolo che siamo noi
allora ti dico
non dobbiamo
buttare via tutto questo
usiamoci
facciamolo
senza sosta
perchè domani potrebbe essere troppo tardi
ma la mia arte è rendere veri i miei desideri talvolta anche soccombervi
allora
vivo anche l'irreparabile che poi irreparabile non è mai.”
E ora ho un nodo alla gola e vorrei solo abbracciarti, rassicurarti.
Vorrei chiamare la mia Amica e dirle di non temere l'uso della sua mente, del suo corpo, di tutta lei stessa.
Vorrei dirle" fottiti del mondo perché lui se ne fotte di te e se ci riesce ti fotte."
“Una a certe cose ci pensa per conto suo, e non si accorge nemmeno di pensarci, sono idee che ti vengono in mente, senti qualcuno che parla o leggi qualcosa e ti vengono in mente delle immagini di persone con i loro segreti colpevoli e miseri, di coppie clandestine che si nascondono e nel nascondersi li vedi che strisciano come animali spaventati in un sottobosco umido e scuro invece no, c’eri andata dentro anche tu e ti stavi accorgendo che no, eri la giovane amante del vecchio professore e andava tutto bene e tutto era solo bello, e c’erano delle persone meritevoli che si dedicavano a questo servizio sociale fondamentale, di offrire a un prezzo accettabile un luogo di gioia a tutti gli amanti che si ritagliavano un momento d’intervallo tra un inferno e l’altro, a tutti quelli che erano innamorati e non potevano dirlo in giro, a tutte quelle che non facevano le mamme a tempo pieno, a tutti quelli che ogni tanto si stufavano di crescere insieme come coppia. Un posto bello, un posto curato e tenuto sempre pronto. Un posto per stare tranquilli e per sentirsi bene. Un posto per tutti quelli che gli piace scopare.
La colonna in camera. Il tocco divino era la colonna.
Il Tempio della Scopata. “
- Uomo a perdere – Giulia Fantoni
….ed ancora, nella vita, è tutto un gioco di specchi.
Da bambina pensavo di essere la regina della pioggia.
Io dicevo come, io dicevo quando, io dicevo perché, io dominavo questo evento naturale: "via con i fulmini!!!!!" e zazaza, ne arrivava uno, " via con i tuoni, orrrraaaa" e bummmmm eccolo.
Mi mettevo nel terrazzo di casa sotto la pioggia a braccia aperte a dirigere l'orchestra.
Mia madre rimaneva a guardarmi dalla finestra della camera e il più delle volte si metteva a piangere dalla gioia
- Sei bravissima – mi diceva
- Hai visto mamma che tuono ho fatto, aspetta, ora te ne faccio uno tutto per te, attenta eh…attenta
Mi concentravo mentre i capelli lunghissimi mi svolazzavano da tutte le parti e oramai fradici mi schiaffeggiavano dolcemente il viso, mi sollevavo sulle punte delle dita dei piedi , testa bassa, indici al cielo, occhi spremuti nell’atto di concentrarmi e quando sentivo che l’energia intorno a me si stava accumulando (oggi direi come prima di un orgasmo che sta per esplodere) , alzavo il volto al cielo e urlavo
“OOOOOOORRRRRRRRRRRRRAAAAAAAAAAA”
ZZZZZZZZAAAAAAAAAAAAAAAAA BBBBBBBBBUUUUUUUUUMMMMMMM
E io sentivo di essere Dio in terra! Cazzo, Cazzo, quanto mi piaceva e mia madre applaudiva e io ridevo e mi giravo verso di lei a fare un inchino compiaciuto.
Ero la regina della pioggia.
Qualche volta invece mi mettevo in terrazzo ma al riparo, proprio sul limite ultimo del gocciolare sul lastricato solare, mi distendevo, mi coprivo con una, due coperte, mi mettevo in posizione uterina, rimaneva fuori solo il volto, e me ne rimanevo così per ore.
Una mattina mia madre si alzò e non trovandomi nel mio letto cominciò preoccupata a cercarmi per tutto l’appartamento, sul pianerottolo, dai vicini.
Poi disse:
- no, non è possibile, non può essere lì.
Aveva piovuto tutta la notte di un terribile e violentissimo temporale primaverile. Mi trovò in terrazzo, avvolta nelle mie coperte. Aprii gli occhi:
- Ciao mamma. Mi fai la colazione con i bucaneve?
- Sì, animamia, sì ti faccio la colazione con i bucaneve ma ora vieni dentro dai.
- Sì, arrivo.
PENSAVATE DI ESSERVI LIBERATI DI ME....ED INVECE.....ECCOMI QUI!!!!!!!
(Aedes, non commentare!!!!!)
Un ringraziamento enorme ad Ale che ha un cuore grande così!!!!!!!!
e a LaMau..... a Jes a........
Grazie.

Genova.
Ho prenotato due stanze. La solita precauzione.
Arrivo prima di lui. E’ sera. Oramai buio.
Disfo la valigia. Poche cose, per una sola notte. La camera è accogliente. Anzi elegante.
Vado in bagno, accendo la luce e rimango a fissarmi allo specchio. Mi guardo ma in realtà già non mi vedo. Ho la testa altrove.
Torno in camera guardo il cellulare. Nessun messaggio.
Non mi chiama mai prima di un nostro incontro. Solo messaggi. Messaggi che misurano chilometri, orari aerei, taxi presi, traffico, in un crescendo di distanza che si accorcia.
E’ così, abbiamo creato questo meccanismo ad elastico. I due capi dell’elastico che per mesi stanno in tensione, uno in una città, l’altro in un'altra. Poi, improvvisamente come per qualche evento irrecuperabile, definitivo, catastrofico la tensione dell’elastico diventa insostenibile e le due parti precipitano verso il centro. Velocissimamente, dall’oggi al domani
- prenotami un aereo per Genova, sì, Genova, sì, lo so che ho degli appuntamenti fissati da settimane ma non me ne frega niente, cancella tutto, racconta una balla, inventati qualcosa…..ah….grazie, Lucia, grazie, se non ci fossi tu –
Sono irrequieta. Vorrei che quella porta si aprisse e che capitolassimo sul letto senza nemmeno dirci una parola, ma mi sento strana, sento che questa volta c’è di più.
I minuti passano, tra un po’ dovrebbe arrivare.
SMS : “Ho preso il taxi. Convegno finito. Arrivo.”
Tra qualche minuto sarà qui. Ripenso a quanto mi piace quando entra da quelle porte. L’ultima volta ad arrivare ero io.
SMS : “Sono nella circonvallazione, traffico sostenibile, 10 min e sono da te”
SMS: “Allora faccio in tempo a farmi una doccia”
SMS: “mmmmm…..”
Mi aprì la porta con l’asciugamano annodato in vita e la pelle bagnata. Pensai che qualche ordine ancestrale si fosse capovolto: il diavolo mi apriva la porta del paradiso.
Guardo fuori dalla finestra, è buio oramai.
So che se apro e lo vedo, lo divoro. Il sangue comincia a circolare forte nelle vene. Sento che si sta avvicinando. Avvolgo con il pensiero quel taxi, salgo, invisibile, sul sedile posteriore affianco a lui, rimango a guardarlo. Quanto è bello. Il suo profumo. L’odore assassino che emana. – Tra qualche istante ti toccherò-
L’inquietudine si fa spasmodica. Torno a guardarmi allo specchio e istintivamente comincio a spogliarmi
- Domani quando ci vedremo, voglio che ci sediamo l’uno davanti all’altra, ti voglio nuda, voglio sussurrarti il mio desiderio, voglio sussurrartelo sino a quando ti vedrò luccicare, lì, tra le gambe ma non ti toccherò, non ti sfiorerò nemmeno. Resisterai? –
Ecco, penso al potere dei sensi e una vampata mi infuoca il viso. Chiudo gli occhi e mi sento tremare.
Prendo il cellulare, starà per arrivare, sarà già qui sotto
SMS – Mi toglierò un senso per dare potere agli altri. Mi troverai seduta, con le spalle rivolte alla porta. La porta sarà appena accostata. Non dire una parola quando entri. Non dire nulla. Ora mi bendo e aspetto.
Sento la porta chiudersi. Rumore di passi. Silenzio. Tremo, non posso impedirmelo. Un sussulto, due mani si assicurano che il nodo della benda sia ben stretto. Credo che morirò, ora così. Una goccia calda cade sul pavimento.
Precipitiamo verso il centro del senso.

E' passato molto tempo.
Non è cambiato molto fisicamente.
E’ sempre bello. Bellissimo. Maledettamente elegante. Maledettamente charmant. Sbrodola classe da tutte le parti, sembra quasi una forma di incontinenza la sua.
Non è questione solo di abbigliamento (sempre classico, sempre al massimo della forma, cravatta di seta, camicia cifrata, polsini antichi, bretelle sensualissime, scarpe fatte su misura) o di accessori che addobbano il personaggio (Porsche, IWC, biglietti da visita in carta papiro con carattere Edwardian amaranto stampati da un occhialuto tipografo da retrobottega fiorentino) o di profumo, il suo Floris London o Truefitt & Hill.
No, non è solo questo.
Ha il potere di non farmi mai capire se arriva o in realtà torna.
Conosco il suo modo di camminare, il suo atteggiamento altero, il suo profumo. Lo vedo e lo riconosco e allora dico – E’ tornato - eppure ogni volta c’è qualcosa di nuovo e allora dico – E’ arrivato.-
In entrambi i casi lo odio con la stessa intensità.
L’ultima volta che ci siamo visti guidavo io e all’improvviso mi fa
- ecco, mi sono dimenticato di portarti la cassetta che ti ho registrato-
- ahaha scusa, fammi capire – e gli butto lì uno sguardo dall’alto in basso, ironico – tu mi hai registrato una cassetta? –
- Sì, che c’è di male?
- Nulla, ma, hahahaha, mi sembra di vederti mentre traffichi con lo stereo come un ragazzino di 15 anni –
- Stronza. Sei sempre più stronza. Comunque… c’ho messo dentro tutte le canzoni che ho ascoltato, magari in macchina, in ufficio, a casa e che mi hanno fatto pensare “Questa le piacerebbe, sì sì..le piacerebbe”-
Lo sa perfettamente che lo odio quando fa così. Accelero. Passo un incrocio, non do la precedenza
- C’era lo stop, cazzo, non hai visto?
- No, fino al mese scorso non c’era, spuntano come funghi
Rimaniamo in silenzio, infilo un cd nello stereo, Frank inonda l’abitacolo
“Fly me to the moon
Let me play among the stars
Let me see what spring is like
On a-Jupiter and Mars
In other words, hold my hand
In other words, baby, kiss me”
Allungo la mano e gli accarezzo la gamba, è ancora estate fuori
“Fill my heart with song
And let me sing for ever more
You are all I long for
All I worship and adore
In other words, please be true
In other words, I love you”
abbassiamo I finestrini e l’aria entra in un sol boccone, capelli al vento.
Lo guardo mentre si sfila le scarpe, si toglie i calzini, reclina il sedile e mette i piedi sul cruscotto.
Lo fa sempre quando guido io. Cominciamo a cantare a squarciagola ….
“Fill my heart with song
Let me sing for ever more
You are all I long for
All I worship and adore
In other words, please be true
In other words, in other words
I love ... you “
sul “I love….you” ci giriamo a guardarci negli occhi urlandocelo in faccia.
La mia mano sale. Adoro la stoffa dei suo vestiti. Sale e si infila tra le gambe. E’ eccitato. Guido e lo tocco dolcemente da sopra i pantaloni.
La sua faccia si trasforma in un sorriso idiota dolcissimo
- ma quella musica ti piacerà, vedrai –
- lo so -
- lo so –
- posso chiederti una cosa? –
- dimmi, ma non chiedermi di farti un pompino mentre guido, a tanta maestria non sono arrivata –
- scema, no, non era questo, anche se…..
- dai, dimmi –
- non andiamo al ristorante, no, andiamo e basta questa sera, guida per me –
Lasciai il centro della città alla mia destra, Frank ora cantava ancora più forte, l’aria era calda e densa e la macchina andò senza sosta per tutta la notte.
Mentre io l’odiavo dal profondo del cuore.
E' risaputo quanto questo personaggio bloggataro possa risultare insopportabile: faccine di qui
, smorfiette di là
, sorrisini di lì
….sembra che non sappia fare altro e che non sappia proferir parola.
In verità non è così, sebbene quelle faccine gliele farei mangiare una ad una.
Nel suo blog ho letto questo e ancora una volta ho pensato che sia un simpaticissimo rompi*oglioni geniale.
“08/10/2004
Ci son certe verità dì rapporto omo/donna che un si possan dire, perché a ì mondo d'oggi, conta troppo di più ì politically correct che la verità. Ciò un toglie che quasi tutti gli omini sono, come me, per la penalizzazione della donna. Anzi delle donne, ché più ce n'è e meglio è. Non di tutte le donne però, solo di quelle penalizzabili... e ogni omo ci ha issù particolare equilibrio interiore che, vista la donna, gli dice in un attimo se la ritiene penalizzabile oppure no e inché modo. Già, perché unn'esiste mia una penalizzazione sola. Ci son delle donne, per esempio, che un ti stancheresti mai di penalizzare, artre invece che tu penalizzeresti una vorta e via, artre ancora che tu penalizzeresti solo a certe condizioni e, infine, arcune che tu le penalizzeresti in un modo e non in un artro e viceversa.
Se la penalizzazione fosse un reato, ogni omo, e io per lo primo, sarebbe felice rèo (confèsso o non confèsso poco importa), e un sosterrebbe mai la causa della depenalizzazione della penalizzazione della donna. A me solo a sentire parlare di depenalizzazione mi piglia un'ansia indescrivibile. Nì caso della donna, poi, trovo più divertente penalizzare che depenalizzare, a meno che un gli si dia quì ritmo giocoso dì continuo bàosèttete, e, checché ne pensi la giurisprudenza, trovo la penalizzazione della donna una causa che copre tutto lo scibile dì diritto, da ì civile a ì penale. Anzi che più penale gli è e più civile mi sembra.”
QUEL CORPO …
Quello che sento è forte nella sua disarmante semplicità. E´ un filo ritto chiaro ed evidente.
Fatti guardare.
E’ tremata l´aria intorno a me. La terra, per un solo istante, ha smesso di girare.
Fatti sfiorare.
Perché per un attimo sei stato carne e io ero quella donna ad un soffio dal darti piacere. Dal sentirti in bocca carne vibrante, vene. Capisci?
Fatti toccare.
Vene che pulsano nella mia bocca. Non sarebbe nemmeno più sesso. No, non ora, non questa sera.
Fatti scoprire.
Se questa notte ti avessi qui, steso sul letto con gli occhi chiusi e la testa reclinata, pendente dal bordo del letto, io sarei te. Per un attimo, ma tanto basta per essere uno.
Fatti assaporare.
Berrei dai tuoi capezzoli il tuo piacere e sentirei la mia lingua che disegna percorsi perversi sulla tua pelle come se mi stessi auto-leccando, auto-amando.
Fatti amare.
Questa sera se tu fossi con me facendo l´amore piangerei con i tuoi occhi.
TEST
Voglio fare un test....stupida cosa? sì, forse, anzi, quasi certamente.
Se io vi dico questa parola "CONVULSA"....quale singola parola vi associereste?
- Pronto
- Sì..
- Ascolta, che sia l’ultima volta che mi chiami per dirmi quelle stronzate, perché lo sai vero che sono solo stronzate, lo sai vero?
- Questo lo dici tu
- Eh, sì cazzo, lo dico io perché non mi puoi chiamare nel bel mezzo di una riunione e farmi incazzare
- Ti ho fatto incazzare? Bene, bene, benissimo almeno hai qualcosa da dire, almeno ti sei svegliato, eri amorfo, fermo piatto, ti ho fatto incazzare? Bene.
- Oh, Cristo ma mi spieghi qual è il problema? Cos’hai in quella testa malata? Cosa?.
- Oh, ascolta, fanculo
[…….]
- Non sono riuscita a fermarlo, Signora, sta salendo le scale, sta venendo nel suo ufficio, sembrava…..
Signora mi ha fatto paura
- sì, va tutto bene,va tutto bene, ok ok
[…..]
- che ci fai qui? Come ti permet………..
- sta zitta..e chiudi la porta

[sai cosa mi da fastidio? ma fastidio di quello che ti gratti fino a farti scoppiare una vena (tipo il prurito degli alcolisti in fase terminale) ecco, quel tipo di fastidio-prurito allucinato..]
mi da fastidio non poterti prendere per mano e dirti di tacere e di correre, risparmia il fiato perchè ora ti prendo per mano e ti porto via dobbiamo correre e ci serve tutto il fiato che abbiamo in corpo, corri e guarda come tutto ci sfila intorno, corri, lascia stare, tu corri tieni solo forte la mia mano e pensa solo al corpo che va segui i miei passi accelerati e senti solo la mia mano, ti fanno male la gambe? acido lattico, nulla più, o tutto, non so, senti il tuo corpo? bello no? allora continua a correre, corri, stringi la mia mano non lasciarla, ti manca il fiato? resisti e continuiamo a correre, no, non mi fermo, questa è una fuga, non lo hai capito? corri apri la bocca, spalancala, facci entrare tutta l’aria che incontri, aprila e facci entrare tutto quello che vedi perché questa è una fuga e quello che lasciamo dietro lo vedi per l’ultima volta, quindi apri la bocca e riempiti i polmoni, corri, no, non posso, hai stretto la mia mano e oramai corriamo, di fermaci non se ne parla, corri e fregatene anche dell’ossigeno di riserva corri e urla con me ora, dove andiamo? non lo so, non mi interessa, via di qui, siamo due in fuga, attraverseremo le città, le strade, i mercati, i retrobottega, gli incroci, le periferie, corri, passeremo per i boschi d’autunno, vuoi che passiamo di lì? corri, non cedere, corri, ci saranno mille odori annusali perché sarà l’ultima volta che lì senti, corri arriveremo al mare , ma tu non fermarti, lo so con il mare è difficile ma tu non fermarti stringimi la mano e corri ti scoppia il cuore? corri, del cuore non ce ne facciamo niente ora, pensa solo a non lasciarmi, guarda solo davanti a te e corri, non vuoi lasciare tutto? allora non hai capito? mi ha preso la mano e hai iniziato a correre con me, non si torna indietro, non capisci? semplice, continua a correre e girati indietro, non c’è nulla? perché stringi così forte la mia mano ora? vuoi sapere dove andiamo? hai paura? che ne sai tu della paura? io l’ho provata e sono venuta a prenderti, sono io che ti faccio paura? lo so la pazzia fa sempre paura ma taci e corri, quando arriveremo? non lo so e ora corri di più, corri strappati i vestiti di dosso, corri, così saremo più liberi, corri, non senti più niente? però ridi, corri e ridi, dai allora ora corri tu davanti a me e portami dove vuoi ma non smettere mai , corri, corri continua a correre.
Dovrei mettere i piatti in lavastoviglie. Invece sfrego furiosamente le pentole. Gratto gratto come se fossero lerce, non lo sono in verità, ma sfrego, gratto, raschio. Ho un tormento dentro. Le mani lavorano furiosamente e la mente si acuisce, si va a sedere in cima ad uno spillo. Non ho indossato i guanti e dopo poco il sapone si gonfia sotto le mie unghie e brucia. Ma rimango a grattare e dopo sciacquo ma non mi piace e allora torno a sfregare. La mente invece se ne sta lì seduta in cima allo spillo, ha lo spillo nel culo. Che stronza - penso - Togliti di lì. Cazzo ci fai seduta in cima ad uno spillo?- Ma ho un tormento dentro. Poi un piatto mi scivola, cade violentemente dentro l’acqua, batte sul fondo del lavello e si spezza in due. Lo tiro fuori e rimango a guardarlo: una metà in una mano, l’altra metà nell’altra mano. Non capisco perché mi metto a piangere. Piango, come fossi una bambina. Avvicino le due parti non combaciano più si sono sbrecciate malamente nel centro. Ho un tormento dentro. Allora prendo i cocci e li sbatto sul bordo del lavello. Si frantumano, è quello che voglio, tanti piccoli tocchettini. Ecco, cazzo, piccoli, così non posso più nemmeno tentare di mettervi insieme, bastardi.
Mollo tutto e mi apro una birra. Cerco un bicchiere ma poi penso che, no, la voglio bere dalla bottiglia e improvvisamente mi sento sporca, volgare. Mi tornano in mente le domeniche in America. Mi tornano in mente gli americani e il loro offrirmi birra dalla bottiglia nei loro giardinetti openspace mentre friggono e arrostiscono bistecche a stelle e strisce. Ho un tormento dentro. Dico a voi, sì a voi, ho un tormento dentro. Allora faccio una smorfia proprio brutta, arriccio le labbra le apro un po’ (sembro un maiale) e bevo una sorsata di birra. Questa birra però è uno schifo e poi quanta birra dovrei bere prima di ubriacarmi?
Se c’è qualcuno in casa? No, non c’è nessuno.
Potrei andare all’armadietto e servirmi il mio preziosissimo rhum agricolo. Ma ho un tormento dentro e sino a quando non lo gli do una forma, sino a quando non lo definisco non mi serve a niente bere per dimenticarmene. Perché i tormenti che annaspano, galleggiano faticosamente dentro all’anima sono pericolosi tanto quanto un amore finito senza un perché.
Mi ci sono trovata in un amore finito senza un perché e l’unica cosa che volevo era togliermi di dosso quel fardello sbordante. Un sacco floscio che non sta su. Il mio tormento è così, mi fa piangere, mi fa tormentare, mi fa bere una birra che fa schifo ma non lo posso riversare in un rhum da 12 euro a bicchiere. Tanto, deve valere tanto. Voglio dire : forma per forma. Lui, il tormento, è informe, non definito, mi scappa dappertutto, non riesco ad afferrarlo per dirgli – ora tu stai qui, ti guardo, ti studio e ti capisco, così poi ci bevo su un rhum da 12 euro al bicchiere e te ne vai sontuosamente a fare in culo – no, ora sarebbe solo fegato sprecato.
- Vedi, la cosa è più complessa, molto più complessa.
- Sì….dimmi
- Ecco, vedi, non dovresti, oddio, dovresti, insomma, scoparmi…la cosa è più complessa perché io non sono solo così….
- Lo so
- …sono…insomma….dovresti anche tenermi in braccio….e farti venire sete da quanto e per quanto mi accarezzi
- Lo so
- ….perchè …vedi….io sono senza fine….non ne ho mai abbastanza…