
Esto no puede ser no más que una canción,
quisiera fuera una declaración de amor,
romántica sin reparar en formas tales
que pongan freno a lo que siento ahora a raudales.
Te amo, te amo,
eternamente te amo.
Si me faltaras no voy a morirme,
si he de morir quiero que sea contigo,
mi soledad se siente acompañada
por eso sé que a veces necesito
tu mano, tu mano,
eternamente tu mano.
Cuando te ví sabía que era cierto
este temor de hallarme descubierto,
tú me desnudas con siete razones,
me abres el pecho siempre que me colmas
de amores, de amores,
eternamente de amores.
Si alguna vez me siento derrotado,
renuncio a ver el sol cada mañana
rezando el credo que me has enseñado
miro tu cara y digo en la ventana:
Yolanda, Yolanda,
eternamente Yolanda

"Chissà cosa mettono all’asta quando una puttana fallisce?"

Foto by Katia Chausheva

Credo che al genio, quello vero si debba sembre dare spazio e luce...tanta luce.
Adoro Sergio, gli voglio un gran bene e lui risplende di luce propria. Bravo Sergio! sei fantastico !
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Non avrei mai pensato di ritrovarmi ancora seduta su quella poltrona.
Sono le mie mani e le gambe così contratte, magre, a parlare
E’ un ricatto, un plagio quello che va in scena. Liberarsi da se stessi costa 150,00 euro l’ora.
Lei è brava, maledettamente o forse sono io ad essere arrivata lì già stremata, obbligata da me stessa ad una morale del dolore che reputa di dover essere ora giudicata e giustiziata.
Così, non tento nemmeno di difendermi come feci l’altra volta, molti anni fa. L’altra volta ci vollero 6 mesi perché una donnina, minuta e silenziosa, arrivasse a sfiorare la verità senza rendersene conto. La mia reazione fu violenta. Non la rividi più.
Questa donna, invece, mi mette all’angolo, non so come, due, tre mosse, e arriva lì, proprio lì dove non è mai arrivato nessuno. Vuole entrare, vuole le chiavi di mastro della mia cella, vuole parlare con la mia donna pazza. Ci riesce. Ascolta anche il mio silenzio. Le allunga una mano, dice che la può aiutare ad uscire da lì. Non le propone un’evasione ma un processo in piena regola, una processo che è sicura di vincere. Prima però bisogna demolire tutto, raschiare via ogni certezza e poi ricostruire. Insomma, 35 anni le cui fondamenta poggiano sulle sabbie mobili e siamo arrivate al punto che, se faccio ancora un solo movimento, implodiamo, io e la mia donna pazza.
Mi interrompe per ben due volte per sottolineare che comunque vada, qualsiasi decisone io prenda, che decida di lasciarle in mano quella chiave o che decida di rimettermela in saccoccia, lei ci sarà.
Me lo dice con un certo allarme negli occhi. Quasi un avvertimento. Come se presagisse qualcosa.
Prossima allo zero.
Mi hai detto che devo arrivarci per avere la mia palingesi.
Per la prima volta sono come Etra quando striscia fuori dal suo locale: maleodorante di alcol e piena di rabbia stantia.
Ho una libreria nuova e una tenda stesa sul pavimento del salotto: provo la lunghezza del telo.
Poi mi arriva un messaggio di L. che mi dice che ieri sera è stato fantastico stare nuovamente vicino al suo uomo. Mi chiede come sto. Rispondo. Non risponde più.
Sai, non so se esiste veramente la rinascita per persone come me. Per rinascere c’è bisogno di una gestazione, di un travaglio e di una madre che mi faccia diventare Altro da lei. Non sapendo autogenerami, sono orfana di me stessa. Gestazione-travaglio-gestazione e poi ancora travaglio. Giro in tondo.
Ho aperto un file prima, uno che racchiude una quarantina di foto: capri 2004.-
Ho realizzato che mai nella vita mi sono sentita così in basso, ora intendo, non allora.-
Ora mendico. Mi accontento. Violento me stessa. Penso di essere in una fase autolesionistica, una di quelle che tu odi tanto. Stratifico, sovresponendomi a carichi che non mi sono mai appartenuti. Permetto agli altri anche di non darmi il valore che merito. Mi metto lì, a braccia aperte, e incito il nemico a colpire più duro e non perché senta di avere la forza di reggere il prossimo colpo, ma solo perché spero che il prossimo colpo sia più forte di quello di prima e che finalmente mi abbatta. Manca poco, sai.
Sono come quelle larve (non ricordo che insetti siano) che diventano nutrimento per altre creature della loro stessa specie solo un po’ più in là nella fase evolutiva: lascio che mi succhino viva. Vedo già spuntare nuove rughe intorno agli occhi. Mi stanno prosciugando da dentro. Mi sto raggrinzendo. Resterà solo l’involucro. Chissà che a quel punto arrivi ad afflosciarmi a terra. Che tocchi il mio grado zero.
Per il momento mi dimeno ancora. Non sto ferma seduta sulle sedie, agito il piede. Non dormo la notte. Non sogno. Fumo quantità sconsiderate di sigarette mentre cerco alternative omeopatiche a piccoli malori di stagione. Preparo almeno tre valige alla settimana, non so mai se dormirò a casa o fuori. Le preparo come fossero testamenti perché ogni settimana vivo almeno tre addii. Come se fossi in una spirale di follia. Per dimenticare me stessa, per camminare sui tacchi, per dormire in una casa che trovo allucinante sotto gli occhi di un uomo che ogni volta mi lascia andare noncurante delle attese e delle prospettive. Perché non ne ha, perché non ne voglio. Però intanto faccio la valigia e lascio e poi torno.
E mentre guido è il momento più duro perché penso al silenzio. La strada mi fa quest’effetto. Talvolta mi ritrovo in luoghi dove non dovevo andare, come un presagio di non senso. Penso in quale punto della nostra storia l’ho lasciato andare via, in quale punto l’ho perso, Lui. Come ho fatto a non accorgermi che stavo fallendo. In quale punto ho scelto che non potevamo più scegliere. In quale punto gli ho permesso di non riconoscermi più al suo fianco ma dietro come un’ombra. In quale punto ho smesso di ascoltare.
Così ho deciso di non ascoltare più, di non scegliere, di mettermi dietro come un ombra, di andare e tornare senza orgoglio, di non portare rispetto e di non portarmene. Ho deciso di combattere contro i mulini a vento perdendo altro tempo prezioso, altra vita. Svuotandomi pietosamente. Vendicandomi. Affrettandomi. Supplicando. Per poi arrestarmi. Per poi ripartire. Per poi ferire. Farmi ferire. Straziare il tempo che mi resta, e le vesti.
Rimanere indifesa sotto agli occhi dell’indifferenza. Mi guardo da fuori e non Gli appartengo più. Non appartengo più all’orrore dell’appartenere. Però cerco catene.
Mi dico…solo questo solo questo…annullo pensando il pensiero che ora è vuoto. Stratifico. Tappo le falle in modo che la coscienza di me non spurghi.
Non mi faccio vivere.
Da quanto tempo non dico più Ti amo.-

Alejandra Escobar - Guatemala City - Foto Hans Neleman

Cosa ti manca di me,dimmi.
agiti ancora le mani nella notte?
tendi ancora le braccia ai tuoi fantasmi?
avvicinati,spoglia.
vuoi farlo?
lo vuoi davvero,con quella Volontà Vera che attinge dall'animale che siamo?
inginocchiata a te stessa,
così vorrei vederti,
inginocchiata ai tuoi stessi turbamenti,alla tua natura TUTTA.
i fronzoli,i vezzi,le nuance costruite non mi interessano.
mi interessa l'orrore incondizionato dell'appartenere:
solo questo.
Ieri sera non avevo niente da leggere, quindi ho preso qualcosa da ri-leggere.
Mi è capitato sotto mano "Dracula", dentro c'erano due post it.
Nessuna data. Uno era mio. Inconfondibilmente mio.
Ecco volevo cogliere l'occasione di mandarmi affanculo, così, senza Beppe Grillo.
D'ora in poi devo mettere la data accanto e prima d'ogni cosa che scrivo. Se scrivo qualcosa di stupido (cioè spessissimo) devo mettere in calce qualche spiegazione per la futura Alessandra, che così si sentirà meno smarrita al momento del ritrovamento. Circostanziare, devo.
Perchè da ieri mi chiedo a chi diavolo ho voluto lasciare un messaggio dentro al libro.
Perchè da ieri mi chiedo quante cose dimentico, e sfuggono, e passano, scivolano. Quanto tempo che, dimenticato, è ormai non vissuto.
Io perdo tutto. Ma esagero.
Se il tempo è stoffa, il mio vissuto è il ricamo.. ma non ho fatto il nodino all'inizio, e tutto mi vien dietro senza ancorarsi a nulla, imbrogliandosi, costringendomi a tagliare per andare avanti, in un guazzabuglio di matasse intricate che son tutte
Qui.
Adesso.

Rileggo l’ultimo messaggio che ti ho spedito. Guardo che ora fosse nella notte.
E’ la sensibilità di quell’istante che cerco di rivivere.
Il prima e il dopo.
Fino a qualche giorno fa non sapevo nemmeno che fine avessi fatto. Inghiottito da anni di lontananza, da chilometri di secondi. Eri un ricordo, un piccolo ricordo, fresco di gioventù e complicato come l’adolescenza. Un ricordo di mani inesperte ed incespicanti, visioni distorte di una personalità che si formava. Oggi sei un uomo. Io una donna. Che banalità la vita quando si riduce ad un fattore temporale. Prima ragazzini, oggi adulti. Tutto qui.
Il fatto è che ci ritroviamo complicati come allora. Forse peggio se possibile.
Non ti ho mai capito, interpretato, e oggi come un tempo, avverto la stessa difficoltà. Allora mi chiedo se sono cresciuta, se sei cresciuto, se gli anni, apparte qualche ruga, abbiano aggiunto o sottratto. Forse hanno solo moltiplicato, esasperando. Due mostri che non riescono a disfarsi dei propri orrori per poter essere amati, un giorno, da un essere dolce e bello. Il fatto è che non si può sempre chiedere agli altri di vedere oltre le nostre brutture, di accettarci nonostante le nostre mostruosità pretendendolo solo perché non siamo disposti ad avere paura.
Se ci si ferma all’attimo da condividere, è tutto semplice, me ne rendo conto. Anestetizzare prima ancora di avere qualcosa da curare. Docili e disponibili come la superficialità, evitando l’angolo pungente del vero incontro. Rimanere in superficie a galleggiare nell’acido della non appartenenza, impermeabilizzati anche a ciò che è naturale ricerca dell’altro.
Insomma, evitare accuratamente il gioco delle parti come fossimo eroine di un qualche romanzo scabroso di poco valore ma di gran popolarità. Impegna poco e fa molto chic.
Anche la volgarità può fare parte del pacchetto come se fosse una parte evoluta e avanguardistica di un relazionarsi elitario con l’altro sesso. L’usarsi, assaporando l’entusiasmo per l’azione fisica, affascinati dall’emozione del non tenere conto di piani e programmi.
Siamo come quei personaggi aristocratici che finiscono stremati su un divano, imperlati dai sudori del sesso a fumare parole su quello che pensiamo di essere, compiacendoci di prendere a calci quell'attimo nel quale, invece, abbiamo avuto un sussulto d’amore plebeo.
Quasi come se l’avanguardia del non-sentimento fosse una forma di anarchia. Peccato che nel definirci anarchici si crei, nostro malgrado, un punto di contatto. Intimo. Profondo.
Alla fine ci si piace.
Scommetto però che saremo capaci di distruggere anche questo. Stiamo già nel pieno dell’antitesi: non agendo, agiamo. Nichilismo puro.
Ma dimmi, tutto questo ci appartiene ancora o è solo un vezzo incancrenito che quasiquasi non riusciamo più a sopportare?
Ci impedisce di vedere oltre noi, non capisci? L’abbiamo sempre vissuto come il massimo dell’espressione di libertà, l’Io per l’Io. Ma oramai io sono assefuatta a questo genere di tensioni. Voglio di più, anche se mi rendo conto che il mio di più vuol dire “meno di me”.-
Voglio vedermi in qualcun altro. Essere per qualcun altro motivo di costruzione. Voglio diventare il credo di qualcuno. Ecco, sì, il “credo” senza riserve. Questa forse sarebbe la mia vera avanguardia.
Infondo, queste sono state le tue stesse parole, dette in una forma diversa meno arabescata, più diretta. Cerchiamo la stessa cosa e ce ne rendiamo conto, quando rimaniamo ad osservare il ghiaccio che resta a roteare nel fondo del bicchiere tintinnante ed ipnotico.
Ti osservavo l’altra sera, quando mi stavi accanto e, senza guardarmi, mi raccontavi di quello che cerchi e che vuoi. Ma lo facevi con un ghigno infastidito, non dalla mia presenza ma dalla tua. Come se quelle parole te le fossi ripetute mille volte e quasi ti fossi venuto a noia.
Conosco bene questa sensazione. Mi appartiene.
Eppure arriva un momento nella vita, nel quale la nausea di noi stessi è talmente forte che ci si deve ribellare o dannare.
O resti a roteare intorno allo stesso punto centrifugando tutto quello che invade il tuo spazio o, di quel punto, fai confine da oltrepassare.
Come viatico.
Mi metti in bocca il biglietto di sola andata. Un’eucaristia amministrata a questa cosa morente che non abbiamo nemmeno il coraggio di chiamare amore. Senza digiuno eucaristico, però, perché, per il resto del tempo, farciamo la distanza ferendoci.-
Il letto serve a questo: diventa il desco malato sul quale consumare ripetutamente un addio. Sempre lo stesso. Ancora una volta.
Che palle!

Ho sporcato il tempo ultimamente.
Come il cielo fuori da questa finestra. Azzurro, marcio di grigio e vento.
Nero. Come una tunica di penitenza. Con il velo alzato sugli occhi, però, per vedere che la macchia c’è. Disegnare rughe senza ricorrere ad un ialuronico correttore di incertezze.- Acido in soffitta, promessa per postere soddisfazioni quando non ci sarai più ed a dovermi guardare saranno occhi non viziati.
Quotidiana esperienza dei numeri, del susseguirsi di lettere, di voci, parole, che manca.
Abbandonarsi al colore corrotto di nuovi corpi. Dipingere un alternativa ad occhi bendati.
Ancora. Una.


Foto ulisse59
Bi-ri-ba-di-bi-bù!
Quando qualcuno mi dice – sei bella – non ci credo più
Bi-ri-ba-di-bi-bù!
La bellezza è una marchetta che si paga agli occhi degli altri. E’ un pezzo di carne andato a male quando non scende oltre la retina di chi guarda.
Bi-ri-ba-di-bi-bù!
E’ lattice lucido e nero da far scivolare sull’asfalto virtuale di qualche sciocca erezione nel mezzo della notte.
Bi-ri-ba-di-bi-bù!
E’ una mano colma del cazzo di qualcuno, che legge, scende, sale, si eccita, gode e se ne va.
Bi-ri-ba-di-bi-bù!
Bi-ri-ba-di-bi-bù!
Bi-ri-ba-di-bi-bù!
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Le cattive bambine scopano.
Le cattive bambine ti prendono per mano ad una festa, ti accompagnano in un angolo buio (ma poi non tanto) e ti infilano la lingua in bocca mentre con la mano tastano, da sopra i jeans, il tuo uccello duro.
Le cattive bambine sotto alla gonna non portano quasi mai le mutandine.
Le cattive bambine si masturbano nel bagno dell’ufficio. Accaldate, sudate, appoggiando la schiena al muro di piastrelle, facendo pressione sui tacchi.
Le cattive bambine chiamano nel cuore della notte e, già calde, sbrodolano parole di piacere, mistificando la non presenza.-
Le cattive bambine, quando sanno di correre il rischio di essere viste, si fanno scopare sul cofano della macchina (aprono le gambe bene e la lamiera è dura).
Le cattive bambine ne hanno uno, due ma il numero perfetto è tre.
Le cattive bambine annusano le proprie mutandine per capire di cosa sanno quando un uomo le lecca.
Le cattive bambine sanno fare i pompini senza che qualcuno in realtà si sia mai preso la briga di insegnarglieli.
Le cattive bambine leccano. Raccolgono. Ingoiano. Leccano. Raccolgono. Ingoiano. Non si stancano mai.
Le cattive bambine fanno le amanti. Perfette se cattive, dolci se bambine, letali, per se stesse, se si trasformano in donne.
Le cattive bambine si ritrovano sempre a girare in tondo in tondo in tondo.
Mi gira la testa.

Ieri ho tenuto tra le braccia un’amica che piangeva di un pianto talmente tanto doloroso da farle mancare il fiato. L’ho spogliata, ci siamo infilate nel mio letto e l’ho tenuta abbracciata sino a quando si è addormentata.
Ho pensato a quanto male fanno quei pianti e a come, ogni volta che mi sia capitato di doverne vive uno, fossi immancabilmente sola.
E’ successo sette anni fa. L’angolo dell’occhio che coglie il colore vivace di una valigia rigida e pesante che scompare dietro ad una porta, la porta che si chiude. Ricordo che prima di quel movimento, di quelle ombre in quella stanza, prima, nella notte, quando la sveglia era l’unico rumore e il led del videoregistratore sembrava un faro verde, prima, quando mi ero lasciata cadere sul divano, poi ricomposta, seduta, rigida ad aspettare, non avevo voluto ascoltare quella cosa che cresceva dentro. Poi la porta si è chiusa e la mia gamba destra ha avuto uno spasmo, poi si è gradualmente irrigidita, accartocciata verso il mio ventre, la testa si è piagata indietro seguendo l’inarcamento della schiena e le mie mani hanno afferrato un pugnale invisibile al centro della pancia. Il peso terribile sopra la testa che mi impediva di rialzarmi, mi schiacciava giù, giù dal divano, giù sul tappeto con la bocca spalancata a lasciare una scia di bava sulla spalliera, sul cuscino, sul tappeto.
E’ successo quattro anni fa. L’ho sentito arrivare, quel dolore, ed ho voluto ignoralo mentre mi passavo il cotone sugli occhi, i capelli raccolti, uno specchio da evitare e il rumore dell’acqua sulla ceramica del lavandino.
Non ce l’ho fatta ad uscire dal bagno per arrivare alla camera. Mi ha preso alle spalle, come un vigliacco, come un maniaco, come un cane rabbioso. Sono rimasta sul pavimento di legno, la testa da un lato, il corpo molle ed inerme e un urlo muto dipinto sulla faccia. Mi sono risvegliata così, la mattina successiva, con la saliva impastata ai capelli tra il mio viso e il pavimento.
E’ successo l’altra notte. Erano le tre del mattino. Ho aperto gli occhi ed avevo già la bocca spalancata, gli spasmi che mi scuotevano e il dolore di quel bastardo che aveva affondato le unghie tra il mio cuore e il mio respiro. Due ore.
Ho percepito l’alba.
Ti ho scritto un messaggio a Parigi.
Ho aperto le braccia e ti ho lasciato andare via.
Pour faire le portrait d'un oiseau.
Prendre d'abord une cage, avec une porte ouverte. Prendre ensuite quelque chose de joli, quelque chose de simple,quelque chose de beau, quelque chose d'utile pour l'oiseau.
Placer ensuite la toile contre un arbre,dans un jardin dans un bois ou dans une forêt. Se cacher derrière l'arbre sans rien dire sans bouger...
Parfois l'oiseau arrive vite, mais il peut aussi mettre de longues années avant de se décider. Ne pas se décourager : attendre, attendre s'il le faut pendant des années la vitesse ou la lenteur de l'arrivée de l'oiseau n'ayant aucun rapport avec la réussite du tableau.
Quand l'oiseau arrive,s'il arrive,observer le plus profond silence. Attendre que l'oiseau entre dans la cage et quand il est entré fermer doucement la porte avec le pinceau, puis effacer un à un tous les barreaux en ayant soin de ne toucher aucune des plumes de l'oiseau. Faire ensuite le portrait de l'arbre en choisissant la plus belle de ses branches.Pour l'oiseau peintre aussi le vert feuillage et la fraîcheur du vent, la poussière du soleil et le bruit des bêtes de l'herbe dans la chaleur de l'été et puis attendre que l'oiseau se décide à chanter.
Si l'oiseau ne chante pas, c'est mauvais signe, signe que le tableau est mauvais, mais s'il chante c'est bon signe, signe que vous pouvez signer! Alors vous arrachez tout doucement une des plumes de l'oiseau et vous écrivez votre nom dans un coin du tableau.
Jacques Prevert
18 giorni
I tavoli fermi, congelati ai bordi della pedana.
Bicchieri come birilli verdi, traslucidi, abbandonati da una mano stanca sul bancone impolverato.
Il postino ha infilato mesi di posta sotto la porta. Ci cammino sopra, sposto con la punta della scarpa una busta arancione, l’austero plico di un’ingiunzione di pagamento, il volantino pubblicitario del bar all’angolo, sorrido perché mio è arrivata voce che abbia già chiuso. Carta, tanta, appiccicata e sporca.
Sollevo la tenda pesantemente rossa dell’entrata e premo gli interruttori nel quadro delle luci, solo una o due, quella che punta sulla pedana e quella che illumina la cassa.
L’ultima volta che sono stata qui dentro in realtà ne stavo uscendo per strisciare da qualche parte, maleodorante di rhum e comunque troppo stanca per qualsiasi vaccata sentimentalistica. Anche ora che sono qui, nuovamente qui, penso che non mi è mancato questo posto, non ci ho proprio pensato al fumo, ai bicchieri, ai clienti, alla musica, a quelle troiette piene di profumo che amavano tanto le mie mani viziate.
Penso solo che riaprirò, che chiamerò Clarice sempre che sia ancora viva.
Accendo una sigaretta, mi avvicino allo stereo e infilo il primo cd che trovo. Eric Clapton, "Crossroads".
Musica. L’ascolto tutta. Poi, quando il pezzo finisce, faccio anche io il verso del pubblico in delirio, ringrazio a gran voce "Clapton", applauso, ancora un urletto, applauso. Spengo la sigaretta mi verso da bere e vado a sedere al mio tavolo quello in fondo al locale.
Questa notte l´Ebjc suona per me.
Mohamed, così si chiama quella forza della natura di ragazzino che gira per il mio condominio.
Oggi mi ha chiesto di te.
“Quando torna il Sig. D.L.?”, ti ha chiamato con il mio cognome.
“Chi??” gli ho risposto. In verità è stato solo un fiotto di veleno che volevo sputare, peccato che abbia scelto lui come bersaglio. Ha corrugato la fronte e gli occhi gli si sono dilatati.
“il Signor D.L.….” ha ripetuto sorpreso ed incerto.-
“non si chiama così” secca, troppo secca.
“bè…quello che va in bici e arriva con l’audi”
“ E’ via.”
“Per lavoro?”
“Vive a Milano, non vive qui”
“Ah!” ha fatto una pausa dondolandosi sulle gambe e poi “ Ma torna?”
Avevo una cosa in mano, forse il mazzo di chiavi di casa che mi è caduto, ho abbassato lo sguardo e gli ho risposto “Non so”.-
Così spiegò l'accaduto:
"Rivendico il diritto alla cazzata!"
Tognazzi Ugo
Eppure lo senti.
Lo senti che in questo momento non sono nulla. Tu sai come palparmi l’anima, non serve che ti spieghi come fare, quanta pressione usare, dove conficcare i polpastrelli. Sono vuota. Non c’è più polpa.
Sai cos’è? E’ che non amo più. Allora butto in vacca tutto. Anche te insieme a me. Ho dimenticato il valore delle cose. E’ vero sono diventata banale, scontata, normale.
Ti deludo? Pensa solo a quanto ho deluso me stessa.
Mi sono persa. Fine dei giochi. Uso la verità maldestramente perché la verità senza cinismo, nel mio modo di vedere le cose, è solo un arma impropria messa in mano ad una stolta.
Lascio cadaveri al mio passaggio. Non che me ne compiaccia, anzi compiacermene sarebbe già qualcosa. Sarebbe quel guizzo sano dell’anima che mi dice che ancora esisto nella vecchia e sublime accezione del verbo che mi apparteneva.
Ciò che “uccido” non ha un grado di importanza, una scala di valori: sei tu, mio padre, un estraneo, il fruttivendolo, me stessa. Sta tutto lì, sullo stesso piano. Non ci sono salite o discese da affrontare prima di agire, nessuna difficoltà o facilità. Non mi batte il cuore mentre dico o faccio le cose. Non cerco di distruggere per poi ricostruire qualcosa di utile e solido, non mi rendo nemmeno conto di distruggere. Pensa te!
E mi chiedi di avere garbo? Magari! Non so più nemmeno dove stia di casa la cortesia, il tatto, quel sublime vezzo che è la mezza bugia per non ferire, per temporeggiare, per sorridere.
Non c’è più nulla qui dentro. Non mi sto confrontando con te, sono solo un cursore che lampeggia su una pagina virtuale aspettando di strapparmi di dosso ancora una giustificazione.
Non sono più nemmeno stanca.
C a t e g o r i e
a l t r oE t r a M a i l
etranger04@libero.itA m m i c c a M e n t i
C o m M e n t i
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